La vicedirettrice di Novaya Gazeta Europe: “Putin ha cancellato il giornalismo indipendente”
di Annachiara Mottola di Amato«Quando ho visto le fotografie della mia vecchia redazione, gli scaffali vuoti, le pareti spoglie, gli scatoloni impilati, è stato terribilmente doloroso». Ekaterina Glikman ha trascorso oltre vent'anni in quelle stanze e nei corridoi dove incontrava Anna Politkovskaja, assassinata nel 2006. Ora Novaya Gazeta, storico giornale indipendente russo fondato nel 1993, chiude definitivamente la redazione di Mosca il 9 novembre. Dopo anni di censura, perquisizioni e arresti, il colpo finale è arrivato con lo sfratto dalla sede e il blocco delle donazioni dei lettori. «Non siamo morti. Ci hanno uccisi», ha denunciato il giornale. Glikman, che vive in Svizzera dal 2019, è vicedirettrice di Novaya Gazeta Europe, testata indipendente nata nell'aprile 2022 a Riga, in Lettonia, per iniziativa dei giornalisti fuggiti dalla Russia dopo l'invasione dell'Ucraina. Da lì continua il lavoro d'inchiesta sul regime di Putin, la guerra e la repressione.
Si aspettava la chiusura definitiva di Novaya Gaz…
«Quando ho visto le fotografie della mia vecchia redazione, gli scaffali vuoti, le pareti spoglie, gli scatoloni impilati, è stato terribilmente doloroso». Ekaterina Glikman ha trascorso oltre vent'anni in quelle stanze e nei corridoi dove incontrava Anna Politkovskaja, assassinata nel 2006. Ora Novaya Gazeta, storico giornale indipendente russo fondato nel 1993, chiude definitivamente la redazione di Mosca il 9 novembre. Dopo anni di censura, perquisizioni e arresti, il colpo finale è arrivato con lo sfratto dalla sede e il blocco delle donazioni dei lettori. «Non siamo morti. Ci hanno uccisi», ha denunciato il giornale. Glikman, che vive in Svizzera dal 2019, è vicedirettrice di Novaya Gazeta Europe, testata indipendente nata nell'aprile 2022 a Riga, in Lettonia, per iniziativa dei giornalisti fuggiti dalla Russia dopo l'invasione dell'Ucraina. Da lì continua il lavoro d'inchiesta sul regime di Putin, la guerra e la repressione.
Si aspettava la chiusura definitiva di Novaya Gazeta in Russia?
«Naturalmente. Fin dall'invasione su larga scala dell'Ucraina e dall'introduzione della censura di guerra, all'inizio del 2022, sapevamo che prima o poi la redazione di Mosca sarebbe stata costretta a chiudere. La maggior parte di noi pensava che sarebbe successo molto prima. Che siano riusciti a resistere così a lungo è già un miracolo. Ma vedere quelle immagini mi ha fatto malissimo. Era la redazione del nostro celebre reparto investigativo, dove lavoravo. Potevo entrare in ufficio e pensare: qui sedeva il mio caporedattore, Yuri Shchekochikhin, assassinato nel 2003. Era il corridoio che percorreva Anna Politkovskaja e dove la salutavo ogni volta che mi passava accanto. Quel luogo per me era casa».
«Il giornalismo indipendente russo è sopravvissuto alla catastrofe del 2022 con una straordinaria capacità di resistenza. Centinaia di giornalisti hanno lasciato il Paese e sono riusciti a riprendere il lavoro dall'esilio. Oggi circa cento testate russe operano dall'estero. Abbiamo milioni di lettori che continuano a cercarci, nonostante i siti bloccati e la criminalizzazione del nostro lavoro. Ma all'interno della Russia il giornalismo indipendente è stato completamente distrutto. La sopravvivenza della redazione moscovita di Novaya Gazeta era ormai un'anomalia».
Dopo l'assassinio di Anna Politkovskaja molti suoi colleghi abbandonarono il giornalismo. Anche lei provò a lasciare. Perché? E che cosa la spinse a tornare?
«Non me ne andai subito. Resistetti altri tre anni. Credo sia difficile, per chi vive in una democrazia, capire cosa significhi fare il giornalista in un Paese che scivola nella dittatura. Scrivi un'inchiesta dopo l'altra su ingiustizie scandalose, ma non cambia nulla. Passano gli anni e ti ritrovi a raccontare gli stessi meccanismi di corruzione e le stesse violazioni dei diritti umani. Cambiano soltanto i nomi dei funzionari. Molti colleghi attraversavano crisi profonde, tra delusione e depressione. Anch'io cercai un lavoro più tranquillo. Poi, quando ritrovai le forze, tornai. Perché nel mio Paese il vero giornalismo è sempre stato fondamentale ed è un privilegio fare un lavoro che dà senso alla propria vita».
Politkovskaja è il caso più noto, ma sei giornalisti di Novaya Gazeta sono stati assassinati, altri morti in circostanze sospette.
«Come si dice di Yuri Shchekochikhin che fu assassinato, noi colleghi non abbiamo alcun dubbio. Era un giornalista straordinario, il padre del moderno giornalismo investigativo russo. Leggevo i suoi articoli quando ero ancora a scuola. Era il mio idolo, volevo scrivere come lui. Ed era una persona incredibilmente affettuosa e gentile. Ma quando era vivo mi arrabbiavo spesso con lui: volevo fare inchieste e lui respingeva le mie proposte perché le considerava troppo pericolose. E lo erano davvero. Aveva ragione, naturalmente, ma allora non riuscivo a capirlo. Avevo 23 anni quando fu ucciso».
Lei ha indagato sulla mafia della pesca nell'Estremo Oriente russo e sulle tragedie minerarie nel Kuzbass. Sarebbe ancora possibile fare quelle inchieste oggi?
«Si potrebbe rispondere di no. Ma cosa significa esattamente "impossibile"? I nostri colleghi sono stati assassinati proprio per le loro inchieste: Igor Domnikov 25 anni fa, Shchekochikhin 23, Politkovskaja 20. Tutti sotto Putin, non prima. La libertà di espressione è peggiorata costantemente, ma Putin ha iniziato la sua guerra contro il giornalismo fin dal primo anno al potere. Non dobbiamo farci illusioni. Eppure, fino a tempi recentissimi, giornalisti coraggiosi hanno continuato a indagare anche dall'interno della Russia, persino durante la guerra, pagando un prezzo altissimo. Basta pensare a Oleg Roldugin, giornalista di Novaya Gazeta, oggi in attesa di processo».
Vive in Svizzera dal 2019. Come è cambiata la sua vita dall’esilio?
«L'esilio non aiuta certo a integrarsi. Fisicamente sei nel cuore dell'Europa, in uno dei Paesi più pacifici del mondo, ma con la testa sei sempre altrove: in Russia, dove il regime perseguita chi dissente, e in Ucraina, dove i missili russi uccidono persone mentre dormono. Lavorare a distanza è difficilissimo, quasi innaturale ma non abbiamo scelta. Raccontare le atrocità commesse dall'esercito del proprio Paese non è facile. Per trent'anni abbiamo scritto di come la nostra patria divorasse i propri figli e abbiamo seppellito i nostri colleghi. Ora raccontiamo come quella stessa patria uccida altre persone. Non ci si abitua mai. Io cerco di concentrarmi sul lavoro e di farlo nel modo più professionale possibile, questo mi aiuta».
«Ci sono milioni di lettori che fanno di tutto per raggiungere i media indipendenti, aggirando i blocchi con le vpn, nonostante i rischi. Ci sono le nostre fonti e i giornalisti che continuano a lavorare dall'interno della Russia. Ci sono persone che assistono ai processi dei prigionieri politici, scrivono lettere ai detenuti, preparano pacchi per le carceri. Altre aiutano i rifugiati ucraini finiti in Russia e persino i prigionieri di guerra ucraini. Che cos'è tutto questo, se non resistenza? E in quasi cinque anni di guerra, nonostante la propaganda incessante, non abbiamo visto i russi mettersi in fila davanti agli uffici di reclutamento militare».
Ha scritto che a tenerla legata al giornalismo è una rabbia silenziosa, più forte del dolore. Dopo tanti anni di repressione e guerra, quella rabbia basta ancora?
«Oh, sì. Putin mi ha fatto arrabbiare per la prima volta quando avevo appena 21 anni. Chiuse il primo giornale per cui avevo lavorato. Da allora non ha mai smesso di darmi motivi per essere arrabbiata. La chiusura della redazione moscovita è solo l'ultimo episodio. La rabbia è un carburante eccellente, ti dà l'energia per andare avanti e la storia ci insegna che nessun dittatore ha mai governato per sempre. Poi ci sono le persone che mi circondano, gli straordinari giornalisti con cui lavoro. Anche loro sono una fonte inesauribile di forza».