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Vera Politkovskaja: “Chiudere Novaja Gazeta è l’ultimo sfregio del sistema per cancellare mia madre”

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Intervista alla figlia di Anna Politkovskaja, la giornalista dell’ultimo quotidiano di opposizione che era rimasto in Russia uccisa nel 2006 mentre indagava su Putin
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«Chiudere il giornale per cui lavorava quando è stata assassinata è l’ultimo sfregio del sistema russo a mia madre. Ormai a Mosca il nome e il cognome di Anna Politkovskaja si possono leggere solo sulla sua tomba». Vera, la figlia 46enne, non è sorpresa. «Sapevo già che sarebbe successo, con ieri si è avuta l’ufficializzazione». Non sembrino parole distanti, prive di dolore. Non lo sono. La redazione di vicolo Potapovskij è stata un pezzo importante della sua famiglia. Nell’ufficio numero 307, su una delle due scrivanie, ci sono ancora gli occhiali di Anna.

Il comunicato di “Novaya Gazeta” comincia con tre parole: “Ci hanno uccisi”. Che cosa ha provato, leggendolo?

«Ho pensato che l’Occidente ha scoperto Novaya Gazeta grazie a mia mamma, per quanto nella redazione lavorassero già giornalisti e attivisti di grandissimo valore. E ho pensato che in Russia rimangono sempre meno cose che possano ricordare la sua attività professionale e ciò per cui si batteva. Prima hanno distrutto la targ…

«Chiudere il giornale per cui lavorava quando è stata assassinata è l’ultimo sfregio del sistema russo a mia madre. Ormai a Mosca il nome e il cognome di Anna Politkovskaja si possono leggere solo sulla sua tomba». Vera, la figlia 46enne, non è sorpresa. «Sapevo già che sarebbe successo, con ieri si è avuta l’ufficializzazione». Non sembrino parole distanti, prive di dolore. Non lo sono. La redazione di vicolo Potapovskij è stata un pezzo importante della sua famiglia. Nell’ufficio numero 307, su una delle due scrivanie, ci sono ancora gli occhiali di Anna.

Il comunicato di “Novaya Gazeta” comincia con tre parole: “Ci hanno uccisi”. Che cosa ha provato, leggendolo?

«Ho pensato che l’Occidente ha scoperto Novaya Gazeta grazie a mia mamma, per quanto nella redazione lavorassero già giornalisti e attivisti di grandissimo valore. E ho pensato che in Russia rimangono sempre meno cose che possano ricordare la sua attività professionale e ciò per cui si batteva. Prima hanno distrutto la targa commemorativa, sull’edificio in cui vivevamo, ora anche il suo giornale».

L’ufficio 307.

«Ci sono stata tante volte, prima e dopo la sua morte. È stato trasformato in un museo, con le sue carte, le lettere, gli occhiali. Ho paura che quegli effetti personali vadano persi o distrutti, per me sarebbe terribile. I colleghi, che sono gli ostaggi di questa vicenda, faranno di tutto perché non finiscano nelle mani sbagliate».

Com’è quella stanza?

«Un normalissimo ufficio, con due scrivanie una di fronte all’altra. È rimasto intatto, come quando c’era Anna. Sulle pareti hanno creato un’infografica con le fotografie e le principali informazioni relative alle indagini sull’omicidio di mia madre e delle persone che sono state accusate».

Il regime russo sta cancellando la memoria di Anna Politkovskaja?

«Magari ci fosse, in Russia, una storia della memoria di Anna Politkovskaja. Non c’è mai stata veramente».

Oltre alla tomba non rimane altro?

«Una targa sul palazzo del giornale, da cui ora stanno sgomberando i cronisti. Chissà che fine farà. L’unico luogo che rimane è il cimitero Troekurovskij».

Cos’ha rappresentato, per sua madre, Novaya Gazeta?

«Noi della famiglia vivevamo in un contesto in cui lei potesse adempiere al suo oneroso dovere di fare giornalismo, la redazione era diventata parte di noi. Dopo la morte di mia madre, i collaboratori del giornale hanno fatto tutto quello che potevano per aiutare gli inquirenti a portare avanti le indagini, sono stati bravissimi, hanno resistito fino all’ultimo per far venire a galla la verità, li ringrazio con tutto il mio cuore».

Se chiude gli occhi e pensa a lei in redazione, che immagine appare?

«Anna che cammina da una stanza all’altra, frenetica. Non stava mai ferma, aveva sempre qualcosa da dire. A Dmitrij Muratov, a Sergei Sokolov, al correttore di bozze, ai collaboratori. Una donna molto dinamica. Non immaginatevela seduta alla scrivania, davanti alle sue carte, come se fosse su trono. Non era per niente così».

La chiusura del giornale è stata la scientifica vendetta del potere russo?

«È chiaro che stiamo parlando di un’azione compiuta dal sistema. Al contempo, però, gli eventi degli ultimi anni ci dimostrano come esso agisca in maniera crudele e assolutamente lontana da qualsiasi tipo di emotività. Il fatto che Novaya Gazeta fosse probabilmente l’ultimo baluardo di resistenza alla repressione di qualsiasi forma di indipendenza e di libera stampa, non veniva compreso dallo stesso sistema».

Non c’era modo di salvarla?

«Nella comunità dei giornalisti si era diffusa la speranza che la Gazeta sarebbe stata risparmiata grazie al fatto che Muratov aveva vinto il Nobel per la Pace, e la testata era diventata conosciuta a livello internazionale. Era un’illusione, il sistema non risparmia niente e nessuno».

Da qualche parte il giornalismo indipendente in Russia sopravvive?

«Non esiste più. Oggi, purtroppo, lo possiamo affermare: l’hanno calpestato, l’hanno fatto a pezzi, l’hanno distrutto. Fino a poco fa si poteva vedere qualcuno che tentava di farlo, ma ora assolutamente no, è finita».

I cittadini russi ne sono consapevoli?

«La chiusura va vista come una conclusione logica. Capisco che per un giornalista europeo sia uno shock, ma oggettivamente questa è la realtà della Russia. E quanto è successo con la Novaya Gazeta in questo momento non viene riportato né dai canali televisivi ufficiali, né da quelli di secondo o terzo rango in Russia. Saranno in pochi a venire a sapere ciò che è successo e saranno persone che in qualche modo sono legate al mondo dell’informazione e all’opposizione. La maggioranza della gente non lo saprà neanche».

Vedremo una qualche reazione?

«Non aspettatevela, non ci sarà».

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