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Addio al “capo Zhu”

Addio al “capo Zhu”

È morto l’ex premier che gettò le basi per il grande balzo della Cina nel club delle superpotenze economiche mondiali

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È morto Zhu Rongji, l’ex premier che gettò le basi per il grande balzo della Cina nel club delle superpotenze economiche mondiali. Aveva 98 anni. Prima come vice premier all’inizio degli anni '90 e poi come premier dal 1998 al 2003 - incarichi che gli conferivano la gestione dell’economia del Paese - impose cambiamenti radicali all’industria statale, guidò la Cina - assieme al presidente Jiang Zemin - verso l’adesione all’Organizzazione mondiale del commercio (nel 2001), riformò il fisco e il mercato immobiliare, contribuì ad innescare il boom economico degli anni a venire. Lingua tagliente, “il capo Zhu” non ebbe timore a scontrarsi con le posizioni più conservatrici all’interno del Partito nella sua campagna per far chiudere o privatizzare le aziende statali con risultati insoddisfacenti e al tempo stesso incoraggiando la fusione delle società più grandi per rafforzarle. Così come non risparmiava di denunciare l’incompetenza e la corruzione dei funzionari.

Zhu nacque il 23 ottobre 1928 a Changsha, nella provincia dello Hunan. Aderì al Partito nel 1949, anno di fondazione della Cina comunista. Due anni più tardi si laureò in Ingegneria elettrica alla prestigiosa Tsinghua di Pechino. Purgato negli anni ’50 a causa delle sue critiche alle politiche economiche di Mao, poi spedito il decennio successivo in campagna durante la Rivoluzione Culturale (allevando maiali e coltivando riso per cinque anni), alla fine si guadagnò il favore di Deng Xiaoping e nel 1987 fu nominato vice segretario del Partito di Shanghai. L’anno successivo divenne sindaco: promosse un piano per lo sviluppo di quella che oggi è Pudong, il centro finanziario della città. Nell’89 divenne segretario del Partito di Shanghai, poi vice premier, governatore della banca centrale e infine premier.

Febbre da robot

Li avevamo visti ballare e fare mosse di kung fu durante il tradizionale show del Capodanno cinese. Ora i robot umanoidi di Unitree hanno convinto pure gli investitori. L’azienda fondata ad Hangzhou, leader nel settore della robotica, sta scatenando un entusiasmo eccezionale. L’imminente debutto in Borsa si appresta a diventare l’evento dell’anno per il mercato azionario cinese, e non solo. Una febbre da robot per una società che rappresenta una delle scommesse più significative della Cina sulla “embodied AI”, l’intelligenza artificiale incorporata in oggetti fisici come i robot appunto, terreno di battaglia tra Pechino e Washington.

Il blitz di Putin alle Curili contese con il Giappone che fa innervosire Tokyo

Quattro isole, che rappresentano un enorme problema per le relazioni tra Tokyo e Mosca. Relazioni che ora, dopo il viaggio di Vladimir Putin di giovedì, rischiano di deteriorarsi ancora di più. Il russo ha visitato per la prima volta Iturup, uno dei quattro territori delle Curili - arcipelago di 56 isole tra la Kamchatka e l’Hokkaido - che Giappone e Russia si contendono da oltre ottant’anni. Uno show di forza che ha irritato il Sol Levante e scatenato una nuova crisi diplomatica tra i due Paesi. Un avvertimento a Tokyo per ribadire le rivendicazioni territoriali di Mosca, per protestare contro il sostegno del Giappone all’Ucraina e la sua crescente cooperazione con la Nato, sostengono alcuni analisti. Mosca amministra l’arcipelago, dopo averlo occupato nel 1945, ma il Giappone non ha mai rinunciato alle proprie rivendicazioni su quattro di queste isole. Le quattro isole contese, in posizione strategica per il controllo delle rotte marittime nella regione - dove Mosca negli anni ha rafforzato la propria presenza militare, costruendo basi e dispiegando sistemi missilistici - sono quelle di Habomai, Shikotan, Kunashiri e Iturup. La visita del leader del Cremlino alle Curili segue il lancio, avvenuto mercoledì, di un missile balistico da parte di una Corea del Nord sempre più legata a Mosca: ultimo di una serie di test che mettono costantemente in allarme il Giappone e la Corea del Sud, e che è avvenuto a pochi giorni (il 17 agosto) dall’inizio delle esercitazioni militari tra Seul e Washington, che Pyongyang denuncia come prove di invasione. Mosse in questa parte di Estremo Oriente sempre più delicate. Tokyo inoltre protesta da anni contro le esercitazioni congiunte tra Russia e Cina attorno al Giappone e proprio nell’ultimo libro bianco della difesa il governo nipponico ha affermato che il crescente coordinamento militare tra Cina, Russia e Corea del Nord sta aumentando i rischi per la sicurezza del Giappone.

La Via della Seta Polare

Sfruttare la rotta artica per il commercio. Si accorciano i tempi di navigazione e si evitano i punti più caldi del traffico marittimo mondiale. La Cina ha da tempo messo gli occhi su questi percorsi, e ha già iniziato ad usarli. Parte di quella “Via della Seta Polare”, nata quasi dieci anni fa. Che può portare a Pechino vantaggi economici. E geopolitici. La settimana scorsa il colosso russo Rosatom, gestore della Rotta del Mare del Nord attraverso l’Artico, ha rilasciato i permessi a sette navi cinesi per navigare verso l’Europa attraverso tale rotta. La compagnia cinese di trasporto container Sea Legend lancerà ora un servizio regolare, con partenze ogni settimana (fino ai primi di ottobre). Prima partenza questa settimana dal porto di Ningbo e arrivo in quello britannico di Felixstowe. “Le distanze si riducono di quasi un terzo, e si aggirano le acque ad alto rischio, tra cui Mar Rosso e Stretto di Malacca, garantendo la consegna puntuale degli ordini”, scrive la stampa statale cinese. Pechino presentò la “Via della Seta Polare” già nel 2018 nel suo primo Libro bianco sull’Artico. Gli interessi sono molti: studiare lo scioglimento dei ghiacci; attingere alle risorse artiche (minerali, petrolio, gas); costruire infrastrutture per le nuove rotte; ridurre la necessità di trasportare merci, ad esempio, attraverso Malacca, vulnerabile ad un eventuale blocco nel caso di conflitto con gli Usa.

Il primo volo internazionale del Comac C919, la risposta cinese a Airbus e Boeing

È decollato alle 15:17 di mercoledì dall’aeroporto principale di Pechino, il Beijing Capital. Destinazione: Ulan Bator, Mongolia. Il primo volo internazionale del Comac C919, l’aereo che vorrebbe essere la risposta cinese ai colossi Airbus e Boeing. Ma la battaglia per la supremazia dei cieli, per Pechino, è ancora lunga. Sebbene l'aereo sia stato progettato e costruito in Cina, si affida infatti ancora in larga misura a componenti occidentali: come i motori, della Cfm International Leap sviluppati congiuntamente da aziende americane e francesi. Inoltre, il C919 non ha ottenuto ancora il via libera delle autorità di regolamentazione statunitensi ed europee: limitando così al momento il raggio d’azione al mercato interno e ai Paesi con stretti legami con la Cina (ordini sono arrivati in questi anni da compagnie aeree in Vietnam, Laos e Cambogia).

Letture. “134 giorni, 68 luoghi, zero Internet: il viaggio di un uomo attraverso la Cina digitale”

“È possibile viaggiare nella Cina di oggi senza uno smartphone? Yang Hao ha trascorso 134 giorni cercando di rispondere a questa domanda, lentamente”, racconta SixthTone.

La parola della settimana

白海豚 (Bái hǎitún): delfino bianco. Questa settimana molte zone della Cina sono state colpite e danneggiate dal tifone Dolphin. Milioni di persone sono state evacuate.

Memorie asiatiche. Storie, reportage, interviste dall’archivio da rileggere

Corea del Nord, nella lista Unesco il monte Paektu: la vetta della dinastia dei Kim (pubblicato nell’aprile 2025).

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