Soldati e robot in una pausa dell'operazione Vivaldi
L’offensiva ucraina non è il trionfo della tecnologia ma della capacità umana di gestirla in modo innovativo e integrarla negli eserciti
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Tutti vogliono conoscere lo “spartito di Vivaldi” come se la controffensiva ucraina che ha preso il nome del compositore veneziano potesse svelare la formula vincente della guerra moderna. Si è trattato di una manovra durata cinque mesi che è riuscita a mettere in crisi lo schieramento russo in marcia da nord verso le città-fortezza del Donetsk: ha smantellato i disegni del Cremlino e mandato in fumo i sogni di vittoria rapida di Vladimir Putin. In realtà, si sa molto poco su come il Terzo Corpo d’Armata abbia gestito le fasi chiave dell’operazione e in ogni valutazione bisogna avere bene in mente l’abilità propagandistica degli eredi della Azov. Un punto però è chiaro: è stata una sinfonia, in cui il successo non è venuto da un singolo strumento ma dalla capacità di coordinare tanti orchestrali nell’eseguire una partitura innovativa. Ancora una volta, il vero segreto sta nel fattore umano: la capacità di pianificare un concerto di azioni e addestrare il personale a muoversi secondo schemi diversi, sincronizzando l’opera di soldati e robot. Lo ha spiegato il colonnello Rodion Kudryashov, vicecomandante del Terzo Corpo d’Armata: “Un’offensiva non comincia quando la fanteria riceve l’ordine di avanzare. Inizia molto prima: con quartieri generali, comandanti, formazione del personale, logistica, intelligence, droni e dozzine di scelte che non fanno notizia”. Kudryashov ha evidenziato un caposaldo: “Un esercito in cui ogni decisione perde ore per andare su e giù lungo la catena di comando verrà sconfitto da un esercito che completa lo stesso processo nel giro di minuti”. E ha sottolineato un corollario: “La flessibilità del comando non è una frase da manuale. Si misura facilmente: il metro è quanto tempo passa dall’emergere di un problema alla sua soluzione”. Il colonnello conosce bene l’asimmetria del conflitto: “La Russia ha più uomini, più risorse e una base industriale molto più larga. Questo vuol dire che un modello “unità contro unità” non può essere la strategia di lungo termine per l’Ucraina. Ogni unità ucraina deve generare un risultato di gran lunga superiore”. Anche per questo “la tecnologia deve essere integrata in un sistema unificato”. Un insieme di droni e armi tradizionali come tank e artiglieria, in cui la fanteria d’assalto resta protagonista. I robot per la prima volta hanno fatto massa: sono stati concentrati per agire all’unisono in cielo e terra fino a neutralizzare le difese. Qui resta un capitolo top secret: come si è riusciti a oscurare la ricognizione russa, ottenendo la supremazia nella guerra elettronica e spazzando via il migliore reparto dronisti di Mosca, la Rubicon. Gli ucraini hanno conquistato la superiorità usando apparecchi di disturbo elettromagnetico, ma pure raid di droni, missili, cannoni sui centri di comunicazione e – molto probabilmente – incursioni cyber per scompaginare le connessioni digitali. L’impressione è che abbiano aperto tanti varchi temporanei nella rete di controllo e comando russa, in cui infilare subito gli attacchi.
Dicono che il peso dell’intelligenza artificiale sia stato limitato: si è preferito far pilotare i droni di ogni tipo a militari in carne e ossa, tutti veterani. Ci sono stati equipaggiamenti progettati appositamente per l’operazione. Ad esempio, i quadricotteri pesanti che hanno depositato minuscoli droni esplosivi ruotati dietro le linee per gettare nel caos i rifornimenti: il congegno di sgancio è stato realizzato dalla società Alter Ego in soli dieci giorni. Un ruolo decisivo è stato quello dei robot terrestri, gestiti dall’unità speciale NC 13: hanno compiuto 15.700 missioni in cinque mesi. Sono state queste macchine a rimuovere le mine anti-uomo: in due notti hanno bonificato percorsi per trenta chilometri, ovviamente senza perdite umane. Hanno svolto qualsiasi attività: dal trasporto di munizioni all’evacuazione di feriti, dall’infiltrazione nelle posizioni nemiche alla posa di mine e filo spinato, fino agli assalti veri e propri. Una stima sostiene che il 75 per cento dei mezzi autonomi cingolati o ruotati abbia raggiunto gli obiettivi. Insomma, è uno schema difficile da copiare perché richiede ufficiali, quadri intermedi, truppe e strutture tecnologiche di grande qualità ed esperienza. Oggi nessun esercito occidentale può mettere in campo qualcosa di simile. E neppure gli ucraini sono in grado di ripeterlo: il Terzo Corpo d’Armata è un’eccezione, l’unico in grado di compiere manovre così complesse. Certo, la loro propaganda promette che ci saranno altre “stagioni di Vivaldi” ma l’annuncio forse è solo uno strumento di pressione psicologica. Come ricorda il colonnello Kudryashov: “Vincere una battaglia non è la stessa cosa che vincere la guerra. Anche il nemico impara, cambia le sue tattiche, cerca i punti deboli e tenta di sfruttare al massimo tutto quello che dimostra di funzionare”.
Il generale Patrick Justel, direttore dell'intelligence militare
Il bastone del comando: il techno generale delle spie francesi
Nonostante abbia ai suoi ordini solo 2100 persone, il comandante dell’intelligence militare francese ha un potere e un prestigio straordinario. La DRM - Direction du renseignement militaire - è stata creata nel 1992 per prevedere gli scenari mondiali dopo la fine della Guerra Fredda. Ha il compito di fornire le informazioni necessarie alla pianificazione e alla gestione delle operazioni sia a livello tattico che strategico. Oltre al personale sul campo, ha sempre avuto una forte componente tecnologica che comprende l’analisi dei segnali elettromagnetici, la ricognizione aerea e spaziale, la sfera cyber. Una dimensione che adesso va completamente ripensata alla luce dell’intelligenza artificiale e delle reti di condivisione delle immagini sul campo di battaglia secondo il modello ucraino. È la sfida che ha spinto nello scorso luglio la nomina al vertice della DRM del generale Patrick Justel, 55 anni. Si tratta di un ufficiale che proviene dal corpo delle trasmissioni: “L’ho scelto - ha dichiarato un anno fa durante una conferenza - perché ero attratto dall’intelligence, la guerra elettronica, la competenza tecnologica e la precisione operativa: settori che sono ancora oggi la mia passione”. Laureato al Politecnico, dopo un esordio nei parà ha svolto buona parte della carriera nel 54° reggimento di Haguenau, il laboratorio dell’innovazione per l’esercito francese, di cui ha raggiunto il vertice tra il 2011 e il 2013. È stato in missione nella ex Jugoslavia e nella Repubblica Centrafricana; durante la breve e sfortunata spedizione di Parigi in Afghanistan ha guidato il distaccamento Istar - acronimo per Intelligence, Surveillance, Target Acquisition & Reconnaissance - rendendosi conto dei limiti nelle attività elettromagnetiche in teatri complessi. Nel 2023 si è insediato alla testa dei servizi informativi dell’esercito e l’anno dopo con la promozione a corpo d’armata è diventato ispettore generale. Il capo di Stato maggiore dell’Armée de Terre e suo predecessore alla DRM, il generale Jacques Langlade de Montgros, un anno fa ha spiegato che la missione del servizio si riassumeva in tre punti: decifrare il caos planetario, offrire le basi per le scelte dell’autorità politica e preparare l’azione dei militari. E ha concluso: “L’intelligence cerca prima di tutto di ridurre l’incertezza in un mondo di falsità”. Non a caso, adesso Justel ha la regia del perfezionamento del sistema di intelligenza artificiale “made in France”: l’unica alternativa a Maven della statunitense Palantir fondata da Peter Thiel.
Il segretissimo drone statunitense RQ170 Sentinel
Macchine di guerra: lo Spettro che appare nei momenti di crisi
Cosa ci faceva un drone con le ali da pipistrello lunghe ventisei metri sul piazzale della base di Sigonella? L’immagine è stata carpita da Apple Maps tra il 2023 e il 2024, molto prima dell’inizio della guerra contro l’Iran, e probabilmente il velivolo è stato impiegato per compiere ricognizioni sul Mar Nero. Una delle poche caratteristiche note del RQ170 Sentinel è la sua lunga autonomia di volo, anche se si ignora quale sia esattamente: è tutto segreto, nonostante sia in servizio dal 2007. È stato concepito dalla Lockheed Martin nei leggendari Skunk Works che hanno realizzato le macchine volanti più audaci. In Afghanistan si è guadagnato il nomignolo di “Bestia di Kandahar”, città da dove superava spesso il confine pakistano: ha sorvegliato dall’alto l’assalto finale al rifugio di Osama Bin Laden. Poi un episodio infelice ha fatto dubitare della sua invisibilità ai radar: un RQ170 è precipitato al suolo intatto in Iran nel 2011. I Guardiani della Rivoluzione hanno detto di averlo abbattuto con un apparato di disturbo elettronico e ne hanno pure realizzato un clone. Da allora l’aerodinamica è rimasta identica, tutto il resto - dai sistemi di guida agli strumenti di spionaggio - sarebbe stato innovato per restituirgli la dote di scomparire, tanto che oggi i militari preferiscono chiamarlo Wraith, ossia lo Spettro. Un fantasma apparso sulla scena delle operazioni statunitensi più delicate: in Venezuela, poi - nella versione “giant size” RQ180 - sulla pista cretese di Suda usata come trampolino di lancio verso il Golfo Persico. Di recente il 30th Reconnaissance Squadron ha ricevuto un riconoscimento - descritto dal sito specializzato TWZ - per “avere condotto nel 2025 87 azioni oltre le linee di intelligence, sorveglianza e ricognizione, riempiendo i buchi informativi e distruggendo i network nemici”. Il tutto spostandosi rapidamente da una parte all’altra del pianeta, in tre diverse zone che coincidono con gli scenari di crisi. Dello Spettro si sa che è spinto da un potente reattore, ha un radar a scansione per spiare il terreno e dovrebbe disporre di congegni per raccogliere le emissioni elettromagnetiche di radar e centrali di comunicazione: gli viene attribuita pure una capacità di guerra elettronica per mettere fuori uso le sorgenti degli impulsi.
Militari dell’operazione Strade Sicure
L’onere delle armi: lo spot elettorale di Strade Sicure
Il 1° ottobre i deputati della Lega hanno fatto approvare una risoluzione della Commissione Difesa che impegna il governo ad “aumentare il numero dei militari del contingente Strade Sicure per rafforzare i presidi nelle città, ai confini, nelle stazioni ferroviarie, nei siti e luoghi sensibili”. Il massimo impiego dei soldati in operazioni d’ordine pubblico era stato registrato nel 2021 con 7050 unità, scese a 6000 l’anno successivo e poi a 5000 nel dicembre 2022. La diminuzione è stata frutto della linea dell’allora ministro Lorenzo Guerini. L’invasione dell’Ucraina e la necessità di riorganizzare l’Esercito allo scenario di un conflitto su vasta scala imponevano infatti di non distogliere personale dai compiti della forza armata, incompatibili con le pattuglie nelle metropolitane o lungo i binari ferroviari. Una scelta che non dispiaceva ad alcune sigle dei corpi di polizia, contrarie all’uso dei soldati. Poi il governo Meloni ha gonfiato il contingente e messo persino le autoblindo Puma a Termini e alla Stazione Centrale in uno show bellicoso di scarsa incisività sull’ordine pubblico. Oggi alle operazioni Strade Sicure e Stazioni Sicure sono destinate 6800 tra donne e uomini in tuta mimetica: la Lega vuole portarli a 10 mila. Si tratterebbe di un record, con un effetto pesante nell’addestramento dei militari. E incrementerebbe l’anomalia italiana: siamo l’unico Paese al mondo che schiera l’Esercito contro la delinquenza comune, gli spacciatori e i reati ambientali. Nel resto d’Europa l’impiego è limitato soltanto all’antiterrorismo ed infatti è stato ridimensionato dopo la fine della campagna di attentati dello Stato Islamico. In campagna elettorale mostrare l’efficienza dei soldati è uno spot facile per propagandare “legge e ordine”: una scelta che però paralizza la trasformazione della forza terrestre e dà un contributo limitato alla sicurezza dei cittadini.