Venerdì scorso, nell’unica intervista internazionale che darà per molto tempo, sono andato a trovare Nigel Farage nel suo ufficio a Clacton-on-Sea, città portuale, depressa e decrepita in Essex, nel sud-est inglese, dove il leader del partito di destra Reform UK è stato eletto a Westminster dopo 8 flop consecutivi in carriera.
Giacca verde foglia, pantaloni mostarda, diverse sigarette fumate dall’alba, dovevamo parlare per 20 minuti, alla fine lo abbiamo fatto per 50. Mi ha offerto un caffè macchiato (stranamente, per la prima volta nei nostri incontri in vari anni, non ha bevuto alcol) e abbiamo parlato di moltissime cose, anche controverse: “Fiero della Brexit”; “Belfast è solo un avviso e i bianchi sono discriminati”; “Nel 2016 gli inglesi votarono per riprendere il controllo, ma non è successo”. “Con me al governo i diritti degli europei oltremanica dovranno essere rinegoziati”. E molto altro. Ecco l’intervista completa in italiano, mentre qui c’è la nostra conversazione integrale in inglese.
Ma oltre all’intervista in sé che potete leggere da soli e farvi un’idea, ecco alcuni retroscena e altre impressioni sparse dalla mia trasferta a Clacton.
Come vedrete alla fine dell’intervista, Farage non conferma al 100% di voler diventare primo ministro. Persino quando l’ho incalzato sul fatto che non sembra essere la sua massima ambizione, come invece dovrebbe rappresentare per qualsiasi leader di un partito di primo livello. Lui risponde così: “Perché non voglio fare lo spaccone. Perché a me non me ne frega niente degli onori, dei titoli, dei cavalierati”. Quindi vuole diventare premier? “Sì. A meno che non arrivi qualcuno meglio di me”.
È una cosa bizzarra, ma forse nemmeno troppo, visto che lo stesso Farage praticamente scomparve dalla scena politica dopo la clamorosa vittoria del referendum sulla Brexit del 23 giugno 2026, di cui ricorre il decennale proprio la settimana prossima. A proposito, sul Venerdì della scorsa settimana ho raccontato perché, dieci anni dopo, nel Regno Unito si è ripreso a parlare di ritorno in Ue, anche se Farage ne è certo nell’intervista: “Non accadrà mai. Una cosa del genere ucciderebbe il Labour Party”.
Dunque Farage lascerà il palco della politica britannica anche stavolta, nonostante il suo Reform UK stia volando nei sondaggi e lui abbia la sua prima - e forse unica - opportunità per sedersi sulla poltrona di Number 10?
Vedremo. I rumours, anche bizzarri, si rincorrono a Westminster. A che gioco sta giocando Farage, che la settimana scorsa ha scatenato enormi polemiche per le sue frasi su “White Lives Matter” dopo il caso del tragico omicidio del 18enne bianco Henry Nowak e prima delle ultime rivolte razziste di Belfast? Una volta il massimo finanziatore della Brexit, il suo amico Arron Banks, mi disse: “Nigel non è un politico, è un predicatore”. “Pure Steve Bannon una volta mi disse: ‘Non sei un politico, ma un profeta’”, mi ha risposto Farage, “e forse hanno ragione”.
Curiosamente, non è stato facile trovare Farage. Perché, forse volontariamente, mi ha dato l’indirizzo sbagliato. Allora ho dovuto chiedere in tutti i pub (già aperti dalle 9 di mattina) della ridente (ehm) riviera di Clacton-On-Sea. Alla fine ho trovato la persona giusta: “So dov’è Nigel, vieni come me”. E siamo passati da una porta di servizio, per arrivare finalmente all’ufficio di Farage, come sempre circondato da bodyguard, visto che è costantemente minacciato di morte - per questo sostiene di aver accettato una controversa donazione da 5 miliardi in cripto (qui trovate la storia dall’inizio, se ve la siete persa). In ogni caso, per cercarlo e visto che non mi rispondeva al telefono, ho perso un quarto d’ora e sono arrivato in ritardo all’intervista. Ma lui non se l’è presa.
Ma parliamo di Clacton. Visto lo stato in cui si trova, non stupisce che in molti votino per la destra populista. Negozi chiusi, un “pier” arrugginato, sale giochi impolverate, molti anziani zoppicanti con il carrellino, prospettive di vita modeste, bandiere inglesi di San Giorgio e britanniche ovunque, anche sulle macchine. A proposito, c’è tutto un dibattito sulle bandiere in Gran Bretagna.
Un orgoglio nostalgico che però non migliora la vita dei residenti. Ma il caffè sulla spiaggia era buono così come un burger a colazione che mi è costato solo 9 pound, patatine incluse (a Londra ormai una pinta di birra costa uguale), nonostante il locale avesse un rating di pulizia di 3 su 5.
Nel frattempo, migliaia di antirazzisti sono scesi in strada a Belfast per protestare contro i riots xenofobi di cui parlavamo, superando di gran lunga il numero di teppisti, il primo ministro Starmer ha annunciato il divieto di social media per gli under 16, intanto hanno mollato Sir Keir anche il ministro e il viceministro della Difesa e questa settimana si deciderà il destino del premier, perché giovedì si vota per l’elezione suppletiva di Makerfield - ne abbiamo parlato nelle puntate scorse, ma qui avete un recap se vi siete persi qualcosa.
E poi ho intervistato l’ex oligarca e dissidente russo a Londra, Mikhail Khodorkovsky, che mi ha spiegato perché i destini dell’Europa e dell’Ucraina oramai sono indissolubilmente legati. Qui invece un altro dissidente come Bill Browder ci ha raccontato perché “oramai è chiaro che Putin non può vincere questa guerra”, mentre qui ho intervistato il grande cantante e musicista americano Jack White per il Venerdì, anche perché ha aperto la sua prima mostra d’arte a Londra, alla Newport Street Gallery di Damien Hirst. E infine l’ex primo ministro britannico Gordon Brown fa la fila come tutti per la sua Scozia ai Mondiali, diventando l’idolo dei tifosi, mentre purtroppo abbiamo perso il leggendario David Hockney, ma almeno questo video vi tirerà su.
Il pub della settimana è la brewery Mikkeller a Clerkenwell, Londra. Arredamento minimale, tavolini fuori, e birre artigianali supreme, se vi piace il genere.
Mentre il ristorante della settimana è il vicino - e creativo mediterraneo - Morchella: tra “salt cod churros”, “spanakopita” e “mushroom reginette”, e un’ottima carta dei vini.