Cristina Lapis, la donna che salva gli orsi
di Eleonora DragottoReportage dal Libearty Bear di Zarnesti (Romania), un santuario dove vivono 132 orsi, molti dei quali salvati da maltrattamenti e abusi. La fondatrice Cristina Lapis racconta i salvataggi e lancia un appello per accogliere M49, l’orso detenuto al Casteller di Trento
Lungo la strada da Zarnesti (Romania), si sente quasi solo il gracchiare dei corvi. Sono loro i custodi di queste colline dove vent’anni fa ha aperto il Libearty Bear, un santuario per orsi bruni. La fondatrice, Cristina Lapis arriva su un’auto dai vetri oscurati insieme al marito Roger. Entrambi hanno tra le braccia un minuscolo cane riscattato dall’abbandono. Lei, ex giornalista culturale romena, parla passando con disinvoltura dall’italiano al francese e all’inglese. Lui, ex console francese e ‘architetto’ del santuario, ha una maglietta con su scritto “Vegan heros” (eroi vegani). Prima di entrare al Libearty i visitatori leggono le regole: si può accedere solo dalle 9 alle 12 (“poi voglio che gli orsi ascoltino solo il rumore del vento”, dice Cristina) e in piccoli gruppi accompagnati da una guida; è vietato fumare, urlare e avvicinarsi alle recinzioni; i bambini sotto i cinque anni non sono ammessi, anche per questioni di sicurezza. La priorità del santuario è il benessere degli animali, perché, come sintetizza un grande cartello con l’immagine di un orso all’ingresso: “Questo non è uno zoo, è la nostra foresta”.
Mentre percorriamo i sentieri del Libearty, Lapis racconta come l’idea di creare un luogo da destinare agli animali che avevano sofferto anni di cattività e abusi le sia venuta nel 1998, dopo aver conosciuto l’orsa a cui il santuario è dedicato, Maya. “Se non l’avessi incontrata, non ci sarebbe nulla di tutto questo”, riflette. Da allora sono passati molti anni, ma il ricordo della sofferenza vissuta da quell’animale è ancora vivo. “Si trovava nel cortile di un hotel vicino al castello di Bran, in una piccola gabbia sporca col pavimento di cemento, era denutrita e molto triste”, ricorda Cristina, che con l’aiuto del marito e di alcuni amici per anni era andata a trovare l’orsa, portandole cibo e conforto. E assicurandole che un giorno sarebbe stata di nuovo libera. Purtroppo, provata dal tempo trascorso in condizioni misere, Maya non è sopravvissuta abbastanza a lungo da vedere mantenuta quella promessa. “È morta tra le mie braccia, ma da quel momento ho fatto di tutto perché nessun altro orso dovesse vivere il suo dolore”.
Svuotare le gabbie
Dal suo fisico esilissimo Cristina promana un’incontenibile forza interiore, capace di realizzare anche l’impensabile. Capace di trasformare la compassione in un motore di cambiamento. Ma, anche con la sua determinazione, come si fa a creare un santuario per orsi? “Ci vuole pazzia”, scherza Lapis, raccontando come, fino a 20 anni fa, in Romania fosse usuale vedere questi animali in gabbia. “Erano fuori dai ristoranti o nelle stazioni di servizio. Gradualmente, con l’aiuto della guardia nazionale che li ha confiscati, siamo riusciti a salvarne molti”.
Nel 2005 l’associazione fondata da Cristina, Millions of Friends (AMP) ha firmato una collaborazione con la città di Zarnesti, nel sud-est della Transilvania, ottenendo la concessione dei 69 ettari dove è sorto il santuario. Da quando sono state accolte le prime due ospiti, Cristi e Lidia, sono passati 20 anni e oggi, grazie al progetto ‘Save the Captive Bear’, a cui collabora World animal protection, a vivere qui sono ben 124 orsi adulti e otto cuccioli. “Oggi ancora due orsi rimangono prigionieri in Romania”, si rammarica Lapis. “Una è usata in una sorta di allevamento, dove i suoi cuccioli vengono venduti. L’altro si trova in un hotel di una stazione sciistica. Da molti anni cerchiamo di liberarli senza successo”.
Negli ultimi tempi al Libearty, che tra i suoi tanti sostenitori famosi ha avuto anche l’etologa Jane Goodall (scomparsa il 1° ottobre), sono arrivati orsi da zoo o da privati che li detenevano illegalmente in Armenia, Albania e Georgia. Sette, poi, sono stati salvati, insieme a un lupo, dai bombardamenti in Ucraina. Quando questi animali entrano al santuario vengono messi in quarantena, vaccinati e sterilizzati. Poi passano un periodo di adattamento in un recinto e, quando si sentono pronti, possono unirsi agli altri ospiti nello spazio principale, grande dodici ettari. “Spesso gli animali che arrivano qui devono rimparare la libertà, possono volerci molti mesi: anche se non ci sono più fisicamente, le sbarre della loro gabbia continuano a essere presenti nella loro testa”, racconta Cristina. Oltre a quella più grande, ci sono altre recinzioni di dimensioni più contenute dedicate a gruppi con esigenze speciali, come anziani, mamme con i cuccioli, orfani e adolescenti. In tutto gli orsi del santuario consumano due tonnellate di cibo al giorno.
“Proprio come noi sono onnivori, perciò, se hanno della carne a disposizione, la consumano, altrimenti si cibano di frutta, pane, verdura e in primavera persino di erba e foglie”, chiarisce la fondatrice. Oltre a percorrere tunnel, arrampicarsi sugli alberi e scorrazzare nella foresta, tra le loro attività preferite c’è quella di rinfrescarsi nella decina di piscine presenti. Non dovendo contendersi le risorse, nel santuario gli orsi vivono insieme pacificamente. Li si può osservare in un folto gruppo, insieme ad alcuni uccelli, mentre aspettano di ricevere da mangiare: una volta al giorno vengono nutriti in un punto dove sono visibili ai visitatori, ma il resto del cibo è nascosto nella foresta. Questi terreni collinari ospitano anche altri animali: cavalli che girano liberi, cervi, tartarughe, lupi, asini, volpi, capre, pecore, maiali, galline, tacchini e conigli. “Lavorando molto con i bambini nelle scuole, ci siamo resi conto che tanti, vivendo in città, non li avevano mai visti dal vivo, così abbiamo creato una fattoria didattica”, spiega Lapis.
Educare al cambiamento
Tra le tante storie degli animali che ha liberato, Cristina ripercorre quella di Max, un orso catturato quando era un cucciolo e usato per scattare foto con i turisti davanti al castello di Peles a Sinaia (Romania). “Il suo proprietario, se così si può dire, lo ha accecato perché non si ribellasse ai flash, e per dieci anni l’ha tenuto a una catena tanto corta da non consentirgli di sedersi”. Anche se cieco (dopo il salvataggio nemmeno i veterinari specializzati sono riusciti a curare i suoi occhi), Max ha vissuto i suoi ultimi anni di vita al santuario felice e in compagnia di un’altra orsa. “È morto libero e in dignità”.
Proprio per via di esperienze drammatiche come questa, Cristina all’inizio non voleva aprire il santuario al pubblico. Si chiedeva come fosse possibile che centinaia di persone avessero pagato per farsi una foto con Max, alimentando il suo sfruttamento. “La verità è che l’ignoranza e l’indifferenza possono ammazzare”, afferma. “Credevo che la gente non meritasse di vederli, poi mi sono ricreduta, perché è solo mostrando come questi animali vivono sereni qui che si può creare consapevolezza su quanto soffrano a stare in gabbia”.
La finalità educativa del Libearty è chiara a chiunque lo visiti. Diverse fotografie, ad esempio, mostrano l’impressionante trasformazione degli animali che hanno ritrovato la libertà. Arrivati emaciati, sporchi e col pelo aggrovigliato, tornano a essere maestosi e con la pelliccia lucente. Anche il loro sguardo è completamente diverso: della disperazione che gli colmava gli occhi quando erano in gabbia non c’è più traccia. I visitatori, poi, sono invitati a entrare in una gabbia per cercare di capire meglio cosa significhi per un animale selvatico trascorrere anni e anni in cattività. Piccolissima persino per una persona, ha sbarre di ferro che tagliano il mondo circostante a quadretti e premono dolorosamente sui piedi nonostante le scarpe (ma fanno di peggio su una zampa nuda). Questa stessa gabbia per dodici lunghi anni è stata l’unico spazio in cui poteva muoversi Odi, un’orsa che ora è ospite del santuario.
Secondo Lapis, l’educazione ha effetto sui bambini ancor più che sugli adulti. “Vedendo come stanno bene qui gli orsi, i più piccoli, che sono puri e non hanno interessi, chiedono ‘ma perché tenerli in gabbia negli zoo?’”. Quanto agli orsi che vivono in natura, nonostante sempre più persone in Europa siano consapevoli della necessità di proteggerli, ancora oggi ci sono diverse minacce alla loro sopravvivenza. “Un primo problema è quello del bracconaggio”, ragiona Lapis. “Anche alcuni pastori lamentano la presenza di questi animali e quella dei lupi, che ogni tanto vengono trovati avvelenati”.
L’incessante costruzione di case e hotel nella foresta, poi, distrugge il loro habitat spingendoli a cercare cibo nelle città, con tutte le conseguenze del caso. In Romania una delle zone dove si verificano più incidenti con questi animali è quella di Vidraru, sulla famosa strada panoramica Transfagarasan DN7C. Proprio qui lo scorso luglio il motociclista 48enne del Varesotto, Omar Farang Zin era morto dopo essersi avvicinato ai cuccioli di un’orsa, che lo aveva attaccato (ed era poi stata abbattuta). Davanti a tragedie come questa, la lobby dei cacciatori romeni punta il dito contro il numero a suo avviso eccessivo di orsi presenti. In realtà spesso questi incidenti sono la diretta conseguenza di comportamenti scorretti da parte dell’uomo, come quello di fornire cibo. Percorrendo la Transfagarasan, infatti, si possono vedere turisti di tutte le nazionalità che lanciano pane o frutta dai finestrini per attrarre gli orsi e poterli fotografare.
“Ci sono tour operator che dicono ‘venite in Romania, pagate 80 euro e potete dare da mangiare agli orsi’. Per fermare tutto questo è necessario l’intervento della polizia”, afferma Cristina. “Credo che in fondo le persone non vogliano fare male agli orsi, ma è necessario formali affinché comprendano che dargli da mangiare equivale a condannarli a morte. Perché prima o poi si verificherà un incidente e l’orso, purtroppo, è ritenuto sempre il colpevole”.
A dare ragione alla fondatrice di Libearty è il caso di Baile Tusnad, cittadina della Transilvania di cui vi abbiamo già parlato e che in pochi anni è riuscita ad azzerare i conflitti uomo-orso puntando proprio su educazione e ricerca scientifica, oltre che su recinti elettrificati e cassonetti sigillati.
Un futuro incerto
La gestione degli orsi è un problema che non riguarda soltanto la Romania. E in Italia c’è anche chi ha fatto della crociata contro questi animali il cuore del proprio programma politico, come il presidente della Provincia autonoma di Trento, Maurizio Fugatti, oggi al secondo mandato (e che forse riuscirà a ottenerne un terzo, Corte costituzionale permettendo). Negli anni scorsi, Cristina Lapis aveva dato disponibilità a ospitare Jj4, l’orsa responsabile dell’uccisione del runner 26enne di Caldes, Andrea Papi, avvenuta nel 2023. La Pat però a metà luglio, senza alcuna comunicazione preventiva, l’ha trasferita al rifugio Alternative wolf and bear Park, nella Foresta nera (Germania). “Sono contenta per lei, anche se purtroppo ho sentito che fa molta fatica ad adattarsi”, dice Lapis. “Gli orsi che hanno vissuto in una gabbia di quattro metri quadri sono contenti quando si trovano in un rifugio o in un santuario, ma per un orso della foresta che percorre 30 chilometri a notte, è sempre difficile".
Al Casteller, il recinto dove era tenuta Jj4 fino a quest’estate, è ancora rinchiuso, nonostante ben due tentativi di fuga, M49, o Papillon, l’orso catturato nel 2019 dopo essere entrato in alcune malghe di montagna, anche se non aveva mai aggredito nessuno. “Non capisco perché questo animale, che non ha mai fatto male alle persone, venga tenuto in quelle condizioni”, commenta Lapis. “Io posso accoglierlo qui, ma come ho detto a Fugatti sarebbe anche auspicabile creare delle riserve per gli animali come lui, luoghi dove siano liberi ma protetti. In Trentino ci sono tante foreste dove sarebbe possibile farlo”.
Dopo aver salvato tanti orsi liberandoli dalle gabbie, oggi Cristina si trova sempre più spesso a ospitare nel suo santuario animali che non vengono dalla cattività, come cuccioli rimasti orfani o animali condannati all'abbattimento. “Non sono felice che arrivino orsi dalla foresta, andrebbero protetti nel loro ambiente, perché non possiamo pensare di trasferirli tutti nei santuari”, continua Lapis che di recente ha accolto otto piccoli senza mamma. “Penso che avrebbero avuto diritto a rimanere liberi, invece passeranno qui tutta la vita, che in media è di 35 anni. Questo mi rattrista perché anche se il mio santuario è come un hotel a cinque stelle all inclusive per orsi, c’è comunque un recinto che gli ricorda come non saranno mai veramente liberi”. Educare al rispetto per le altre forme di vita, secondo Cristina è l’unica soluzione. “Dobbiamo capire che non siamo padroni di questo pianeta”.
In una piccola stalla non visibile ai visitatori c’è un orsetto solo e dall’aria molto spaventata. Si trova in quarantena, in attesa di essere vaccinato e sterilizzato. È rimasto senza mamma e rispetto a tanti altri cuccioli di orso è stato fortunato, ma se non fosse stato per i cacciatori, forse, il suo destino sarebbe stato di libertà, nella foresta.Poco prima delle 12, quando usciamo dal Libearty, stanno andando via gli ultimi turisti. Presto a guardare gli orsi correre tra i boschi di querce rimarranno solo i corvi in volo.