Dire bioplastica non si traduce automaticamente in biodegradabile. La bioplastica non ha origine dal petrolio come la plastica, ma da biomasse come mais, canna da zucchero, cellulosa o oli vegetali. Può essere riciclata con la plastica o non riciclabile, può impiegare molti anni prima di degradarsi nell'ambiente, oppure può essere trasformata in compost per l'agritcoltura, ma solo all'interno di un processo industriale. Insomma i “ma” sono diversi, e non si tratta di dettagli trascurabili, se l'Università di Pisa ha svolto uno studio specifico con l'obiettivo di contrastare quell'illegalità che si nasconde dietro l'ombrello del nome bio.
L'ateneo, infatti, insieme al consorzio nazionale per il riciclo organico delle bioplastiche compostabili Biorepack, ha sviluppato uno strumento in grado di identificare il materiale non biodegradabile aggiunto in maniera fraudolenta nel processo di produzione degli imballaggi in plastica, ma anche di quantificarlo.Nello specifico, lo studio - pubblicato sul Journal of Analytical and Applied Pyrolysis - è stato portato avanti da un team del Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale dell’Università di Pisa, guidato da Erika Ribechini, docente di chimica, con i colleghi Marco Mattonai, Federica Nardella e Marta Filomena. Ma perché è così importante poter individuare il polimero non biodegradabile nascosto dentro la bioplastica?
Per rispondere, facciamo riferimento alla normativa Ue che definisce i limiti entro cui un oggetto, ad esempio un sacchetto o un contenitore, siano certificati come compostabili. La norma UNI EN 13432 indica che ogni costituente organico - inchiostri, additivi, collanti o residui di polimeri non biodegradabili come il polietilene - può essere presente in misura non superiore all'1% della massa totale del materiale. La somma totale di tutti questi componenti "non certificati", che singolarmente pesano meno dell'1%, non può comunque superare il 5% della massa totale. La restante parte, compresa tra 90 e 95%, deve essere costituita da materiali di cui è provata la biodegradabilità. La normativa ha l'intento di evitare che le plastiche tradizionali, come l'usatissimo polietilene, vengano inserite massicciamente in prodotti venduti come compostabili, inquinando con microplastiche la filiera dei rifiuti organici.
In Italia, questa normativa è molto rigorosa. Infatti, se un sacchetto bio contiene una percentuale di polietilene superiore a queste soglie di tolleranza, non può essere venduto come compostabile. A tal riguardo, molte sanzioni elevate dai Nuclei Forestali dei Carabinieri negli ultimi anni riguardano proprio shopper che, alle analisi di laboratorio, rivelano percentuali di polietilene o altre plastiche fossili superiori ai limiti consentiti, configurando il reato di frode in commercio o di pratiche di greenwashing.
Ecco spiegati i motivi per cui lo studio dell'ateneo pisano ha grande importanza ai fini della tutela ambientale. Ma fino ad oggi mancava un metodo efficace per verificare che questo limite fosse rispettato realmente. Infatti, come abbiamo capito, “non è sufficiente etichettare un prodotto come biodegradabile e compostabile: è essenziale verificarne l’effettiva conformità, per evitare che i residui plastici persistano nell’ambiente per anni”, sottolinea uno degli autori dello studio, Marco Mattonai.
Contrastare questi atti illegali è fondamentale, perché le ripercussioni gravano su tutta la società. Infatti, le analisi condotte nei laboratori dell'Università di Pisa, hanno scoperto che si stima che circa metà delle buste sottoposte ai controlli sono fuori norma. In alcuni casi, specialmente di prodotti con provenienza extra Ue, con quantità di polietilene anche sino al 5%. Si tratta di prodotti inquinanti, che finendo nell'ambiente rilasciano microplastiche nel suolo e nell'acqua; non solo, venendo trattati nella filiera del riciclo, diventerebbero dei compost di bassa qualità, poi usati in agricoltura.
“Con le metodiche analitiche che abbiamo sviluppato è finalmente possibile effettuare controlli affidabili anche su campioni complessi, in tempi rapidi e con costi contenuti, offrendo uno strumento concreto a tutela dell’ambiente e della trasparenza verso i consumatori”, aggiunge Erika Ribechini. Per scongiurare anche la minima presenza di polietilene, i chimici dell'ateneo hanno sviluppato un duplice procedimento che combina tecniche di pirolisi analitica accoppiata a spettrometria di massa, capaci di rilevare concentrazioni minime.
Si tratta di una tecnica molto sofisticata che permette di sezionare il materiale a livello molecolare, riscaldandolo ad alte temperature per leggerne l'esatta composizione chimica. Questo esame è talmente sensibile da riuscire a rilevare tracce di polietilene (PE) anche inferiori all'1%, intercettando con precisione chirurgica quelle soglie critiche stabilite dalle normative europee.
“Il nostro consorzio ha tra i suoi obiettivi statutari quello di garantire l’assoluto rispetto delle rigorose normative che regolano il settore delle bioplastiche compostabili, al fine di assicurare che la loro trasformazione in compost insieme al resto dei rifiuti organici apporti benefici al suolo e alla filiera agricola” considera l’ingegner Carmine Pagnozzi, direttore generale di Biorepack.
L’innovazione non sta solo nella tecnologia in sé, ma nel suo doppio valore strategico: da un lato diventa una garanzia di trasparenza industriale, permettendo alle aziende di certificare con assoluta certezza la purezza dei propri materiali; dall'altro si trasforma in un potente strumento di sorveglianza ambientale, offrendo alle autorità di controllo una "lente d'ingrandimento" capace di distinguere, senza margine d'errore, le bioplastiche autentiche.