Le uova biologiche hanno un impatto ambientale maggiore. “Da valutare consumi e benessere animale”
di Luca FraioliSecondo uno studio britannico, l’allevamento all'aperto produce 2.316.000 tonnellate di CO2. “La scelta di uova da galline allevate all’aperto può favorire standard più elevati di benessere animale, ma non implica necessariamente una minore impronta ambientale”
“Le uova biologiche fanno male al clima. Causano emissioni di CO2 quasi doppie rispetto a quelle prodotte da galline in gabbia”. La notizia (o almeno la sua titolazione) è sorprendente e controintuiva, e per questo attira l’attenzione. Come vedremo, e come spesso accade quando si parla di impatto ambientale delle attività umane, l’ipersemplificazione rischia di confondere anziché chiarire. L’inizio della storia è autorevole: un team internazionale composto, tra gli altri, da ricercatori di Oxford e dell’Università di Padova pubblica su Royal Society Open Science uno studio dal titolo “Il costo ambientale delle politiche guidate dal benessere animale nella produzione di uova nel Regno Unito”.
La sintesi la fa il quotidiano Guardian: “L'adozione di un modello di allevamento biologico all'aperto nel Regno Unito potrebbe portare a emissioni di gas serra equivalenti a 2.316.000 tonnellate di CO2”. Se invece le galline ovaiole britanniche fossero tenute tutte in gabbia le tonnellate di CO2 equivalente emessa sarebbero 1.184.000: quasi la metà. Secondo i ricercatori tale differenza è riconducibile al fatto che i modelli di allevamento biologico all'aperto richiedono un numero maggiore di galline per produrre la stessa quantità di uova, dato che “gli animali allevati in gabbia tendono a essere più efficienti”.
Inoltre, gli allevamenti biologici avrebbero effetti peggiori in termini di eutrofizzazione e acidificazione delle acque e di utilizzo del suolo. E la mortalità delle galline è risultata più elevata negli allevamenti all’aperto rispetto a quelle che vivono in gabbia”.
Ma che vuol dire efficienza quando si parla di fare le uova? “Un animale che vive in uno spazio confinato è certamente più efficiente dal punto di vista produttivo”, risponde Marco Bindi, professore di Agroclimatologia all’Università di Firenze che non ha partecipato allo studio. “Si muove poco e tutto ciò che ingerisce va a finire nella sua carne, o in questo caso nelle uova. E l’efficienza riguarda anche le terapie e le disinfestazioni a cui vengono sottoposti i capi. Nei capannoni degli allevamenti moderni tutto è controllato, dalla temperatura all’umidità, i farmaci vengono distribuiti in modo uniforme. Provi a fare la stessa cosa con centinaia o migliaia di galline libere in un prato. E nel prato si consumano energie per il movimento, si mangiano anche cibi che non sono quelli somministrati dagli allevatori, ci si può imbattere in un predatore… Detto tutto questo però, mi sembra che lo studio si concentri più sulla quantità che sulla qualità. E intendo sia la qualità di vita delle galline che la qualità (in termini di proprietà nutritive) delle uova ottenute con le due diverse tipologie di allevamento. È vero che servono più galline libere per fare lo stesso numero di uova, ma forse sono uova migliori dal punto di vista proteico, e allora se ne possono mangiare di meno”.
Gli stessi autori dello studio ammettono i limiti della ricerca, che ha elaborato dati relativi alla produzione di uova nel Regno Unito negli anni 2009-2010, che non tengono dunque conto dei progressi fatti in ambito allevatoriale nell’ultimo quindicennio. Inoltre, si sono concentrati sul consumo di suolo e sul numero di galline necessarie (con i due sistemi) per produrre la stessa quantità di uova. Da questo punto di vista le gabbie risultano vincenti rispetto all’allevamento a terra in termini di emissioni di CO2. Ma Harriet Bartlett, ricercatrice presso la Smith School of Enterprise and the Environment dell'Università di Oxford e coautrice dello studio, ammette: “L'approccio biologico potrebbe risultare migliore in termini di tossicità dei pesticidi e forse anche per quanto riguarda la biodiversità in azienda”.
Ma allora, cosa fare quando ci si trova davanti allo scaffale delle uova? Scegliere quelle da galline allevate a terra perché si ha a cuore il benessere animale? O quelle tradizionali per ridurre la CO2 immessa in atmosfera? Abbiamo girato il dilemma agli autori italiani dello studio: Flaviana Gottardo e Luisa Magrini, del dipartimento di Medicina animale, produzioni e salute dell’Università di Padova, e al loro studente di dottorato Oliver Martinic, primo firmatario dell’articolo scientifico. “I consumatori dovrebbero essere consapevoli che la scelta di uova provenienti da allevamenti all’aperto può favorire standard più elevati di benessere animale, ma non implica necessariamente una minore impronta ambientale” spiegano Martinic, Magrini e Gottardo. “Tuttavia, anche se evidenzia importanti compromessi tra benessere animale e sostenibilità ambientale nei diversi sistemi di produzione, la nostra ricerca non dovrebbe essere interpretata come un invito a tornare all’allevamento in gabbia”, continuano.
“Riconosciamo che la transizione verso sistemi senza gabbie rappresenta un passo importante per migliorare il benessere animale. Ma i nostri risultati suggeriscono che tale transizione potrebbe aumentare gli impatti ambientali, qualora non fosse accompagnata da miglioramenti di fattori chiave quali il tasso di mortalità, l’efficienza alimentare e le prestazioni complessive degli animali”. Esiste una soluzione, un uovo di Colombo? “La sfida consiste nello sviluppare sistemi produttivi in grado di garantire contemporaneamente elevati standard di benessere animale, un uso efficiente delle risorse e una riduzione degli impatti ambientali”.