C’è anche un po’ di Italia nel nuovo film del regista ungherese György Pálfi. Italiana è, infatti, la protagonista ed è una Livornese, la cosa più singolare, però, è che si tratta di una gallina (e livornese è la sua razza). Pálfi con le sue precedenti opere, come con “Taxidermia”, presentato a Cannes esattamente venti anni fa, ci ha abituati a essere spiazzati davanti allo schermo. Accade anche con “HEN - Storia di una gallina” – appena uscito nelle sale e distribuito da Officine UBU - con cui il regista magiaro si conferma tra gli artisti più originali del cinema europeo. Un’opera imprevedibile e affascinante che viene raccontata con lo sguardo, quasi in soggettiva, della pennuta stessa, senza ausilio dell’intelligenza artificiale o della computer grafica.
Non è la prima volta che dei cineasti dell’est Europa si ispirano al mondo animale per firmare alcune delle pagine più autoriali del cinema continentale. Come Jerzy Skolimowski che con il suo “EO” ha riscritto il capolavoro di Robert Bresson “Au hasard Balthazar “ dando anima alle sofferenze di un povero asino. Anche Viktor Kossakovsky con “Gunda” si sofferma sui tristi destini di una scrofa teorizzando un nuovo modello stilistico o, per chiudere il cerchio e tornare in Ungheria, Kornél Mundruczó con il suo "White god” ci ammonisce a ritrovare un equilibrio di convivenza con il mondo canino e quindi animale.
Per giocare le sue carte e vincere la sfida Pálfi, però, si spinge oltre i suoi possibili modelli ispiratori e realizza un’opera unica, capace di fondere i toni della commedia con quelli del racconto dei mali della nostra società, anche nei suoi aspetti più crudi, costruendo una metafora sulle disuguaglianze, dove umano e non, hanno destini incrociati.
Hen, la nostra gallina, si trova a vivere, suo malgrado, mille avventure proprio come accade all’improbabile protagonista (Griffin Dunne) di “Fuori Orario” di Martin Scorsese. Prima sfugge ai destini legati all’allevamento industriale: per il suo colore nero, in contrasto con le migliaia di pulcini gialli, viene scartata e presa da un autotrasportatore che vorrebbe farla finire sulla tavola imbandita di casa. Anche in questo caso Hen si salva e sfugge anche agli attacchi di una volpe e di un rapace. I rapporti con gli umani sono pieni di traversie sino a che non finisce in un fatiscente ristorante ormai dismesso. Qui può finalmente conoscere la vita del pollaio e un minimo di normalità ovina. Ma dura poco perché il proprietario del locale è invischiato nel traffico degli esseri umani e tutto è destinato a cambiare.
“Ogni persona – ci confida György Pálfi - vive in un ambiente ed è parte di una grande unità: siamo circondati da alberi, acqua, pietra, animali e l'aria che respiriamo. Nel nostro caso, il cambiamento di prospettiva è stato il motore principale del film. Anche se volevamo eliminare la visione centrata sull'essere umano, alla fine, dobbiamo riconoscere che stiamo ancora esaminando l'umanità e il comportamento umano attraverso la storia di una gallina. Le fondamenta di questa storia si costruiscono su strati: Gallina – Umano – Questione sociale. Ponendo l'animale al centro, volevamo creare uno spazio per parlare più chiaramente della dignità umana e delle questioni sociali irrisolte che superano l'umanità stessa. In questo caso, migrazione, tratta di esseri umani e complicità silenziosa”.
Hen, la gallina protagonista, incrocia, tra le sue disavventure anche il dramma del traffico dei clandestini. Tra uomini e animali vuoi raccontare un mondo di ultimi?
“Sì, loro, ovviamente. E anche le persone che li marginalizzano. Sono interessato al quadro completo. Ma come artista e essere umano sensibile, sto prima di tutto dalla parte dei sofferenti e degli oppressi. Naturalmente sono contrario allo sfruttamento degli animali. Ma vedo che anche gli esseri umani vengono sfruttati, da altri esseri umani, e non siamo riusciti a risolvere nessuno di questi problemi”.
Il film è girato in soggettiva attraverso gli occhi della gallina protagonista. Che opportunità ti ha offerto come regista questo cambio di visuale?
“Da questa prospettiva, si ottiene una visione più chiara dell'umanità, e ciò ci permette di raccontare le nostre vecchie storie in un modo nuovo. Il film si pone una domanda fondamentale: se possiamo empatizzare veramente e profondamente con una gallina in quanto creatura vivente e, dato che i nostri desideri fondamentali come sopravvivere, riprodurci, stare bene, sono così simili, cosa rende un essere umano veramente tale e differente dagli altri animali? Qual è la vera differenza tra i due? La risposta che ho trovato è che, essendo in grado di comprendere e comunicare i legami tra passato, presente e futuro, è la responsabilità delle nostre decisioni a renderci esseri morali. E questo aggiunge una dimensione molto importante”.
Possiamo definire il tuo film come un’opera anti-specista?
“La mia risposta è un no deciso. Naturalmente, si può affrontare la questione da quell'angolazione, e non vorrei mai negare a uno spettatore la libertà di interpretare il film come vuole. Ma per quanto riguarda il mio approccio creativo, l'attivismo è l'ultima cosa che ho in mente. Sono mosso dal desiderio di capire come funziona la vita. La curiosità mi alimenta e cerco forme estetiche per esplorare queste idee. Credo che dobbiamo vivere in armonia con la natura, ma so anche che il conflitto e la lotta sono aspetti fondamentali della sopravvivenza”.
Come hai assicurato il benessere animale sul set? Quante galline sono state coinvolte?
“Gli animali avevano la vita migliore sul set. Arpád Halász, il nostro coordinatore per gli animali e il suo team si sono presi cura di loro, rispettando le normative più severe. Arpád ha un metodo unico per incoraggiare gli animali a collaborare. Prima di tutto, garantisce un ambiente sicuro, poi mostra loro che gli umani sono amici, non nemici. Giuro, lavora con il potere dell'amore. Le otto galline che hanno interpretato il ruolo della protagonista nel film sembravano membri a tutti gli effetti della troupe. Durante le riprese mi sono affezionato molto alle galline. Sono animali molto intelligenti.”
Nelle parti finali del film la gallina vive lontano dall’uomo e apparentemente non corre più pericoli. Siamo noi la minaccia del pianeta?
“Con l’arrivo della rivoluzione industriale e, in seguito, dell’era atomica, la mia risposta è sì. Noi esseri umani rappresentiamo una minaccia fondamentale gli uni per gli altri e per il pianeta, purché continuiamo a minacciarci a vicenda. Esattamente come stiamo facendo ora.”
Pensi che stia cambiando la relazione uomo-animale nella vita quotidiana?
“Sì, mi sembra che sempre più persone stiano iniziando ad abbandonare l'idea di essere il ‘centro della creazione’, di essere al di sopra della Natura. Naturalmente ci sono ancora coloro che si aggrappano ai vecchi modelli e ancora si distruggono foreste pluviali per il profitto. Penso che grazie a una maggiore consapevolezza possiamo migliorare il nostro rapporto con il mondo del vivente. Sta diventando sempre più chiaro che non abbiamo altra scelta che cambiare”.