Il rapporto con il verde urbano può essere ambiguo. Si è imparato a rispettare le alberate, i parchi e i piccoli giardini che d’estate offrono ombra e refrigerio. Ma guai se qualche pianta evade dal perimetro per crescere nelle fratture dei marciapiedi o sui muri: questo è degrado. Esiste un termine per definire questa categoria di vegetazione: erbacce o piantacce. In realtà la quota maggioritaria delle flora indesiderata in città è di origine autoctona, anche se non mancano le invasive, ed è una riserva per l’alimentazione degli insetti impollinatori e della biodiversità.
Il riscaldamento globale incide sui periodi di fioritura di molte specie alterando la sincronizzazione con gli insetti così come la siccità persistente accorcia i periodi utili per il rifornimento di nettare. Le città, tra le principali imputate della crisi ecologica, sono un rifugio per gli impollinatori a patto che il mosaico di specie floreali sia davvero diversificato. Lo dimostra una ricerca dell’Università di Bologna pubblicata a inizio di settembre sulla rivista scientifica Plants.
Lo studio ha classificato la flora spontanea e le relative comunità di impollinatori nelle aree urbane di Pisa, Livorno e Lucca. Le categorie di habitat esaminati sono cinque: praterie, bordi stradali, ambienti artificiali, aree boschive e zone umide. In tutto sono state identificate 150 specie vegetali in grado di garantire un fonte continuativa di nettare e polline per l'intera stagione di fioritura.
“Una delle caratteristiche ecologiche più significative emerse dalla ricerca è stata la successione quasi ininterrotta di fioriture, dall'inizio della primavera fino all’autunno inoltrato. – spiega nel saggio Stefano Benvenuti, docente di agraria e coltivazioni erbacee dell’Università di Bologna e autore dello studio - La disponibilità costante di nettare è fondamentale per le popolazioni di impollinatori perché riduce al minimo i rischi in termini di alimentazione e consente a diversi gruppi di insetti di completare con successo il proprio ciclo vitale”. Il gruppo dominante di questi impollinatori urbani sono le api, sia mellifere che solitarie. Ma tra le comunità presenti ci sono anche bombi, ditteri e lepidotteri.
Muri, tetti e marciapiedi sono ambienti disturbati, habitat ostili per la maggior parte delle piante eppure ospitano un insieme diversificato di specie vegetali spontanee frequentate dagli insetti. Piante come la valeriana rossa (Centranthus ruber), Inula viscosa, la grattalingua comune (Reichardia picroides) e Sedum rupestre hanno registrato un numero record di visitatori rivelandosi un fattore chiave di sopravvivenza negli ecosistemi urbani. Un discorso identico vale per i bordi stradali e delle grandi arterie urbane dove abbondano le piante spontanee amate dagli impollinatori: dalla vedovina selvatica (Scabiosa columbaria) alla splendida erbacea annuale Cephalaria transsylvanica fino al ginestrino comune Lotus corniculatus e alla cicoria comune (Cichorium intybus). Sono piante in grado di sostenere un gran numero di insetti impollinatori. Si tratta di specie che non sono coltivate ma che vengono favorite dallo sfalcio periodico dei bordi stradali, una pratica di gestione che blocca la naturale evoluzione di queste aree verso il bosco e consente a un numero elevato di specie fiorenti diverse di diffondersi.
La principale minaccia a questa natura selvatica che nelle nostre città scavalca muri e si insinua nelle fessure del cemento sono le piante esotiche invasive. "Le specie autoctone e quelle naturalizzate non invasive possono contribuire in modo significativo al mantenimento della diversità degli impollinatori e dovrebbero essere preservate negli spazi verdi urbani. – conclude l’autore della ricerca - Al contrario, le esotiche invasive che crescono nelle città come il falso indaco (Amorpha fruticosa), la fitolacca americana, il topinambur (Helianthus tuberosus) e l’acetosella dei campi (Oxalis corniculata) pur attirando gli insetti impollinatori, possono compromettere la diversità e la stabilità delle comunità floreali”.