L’Italia si prepara a due battaglie opposte che hanno lo stesso tema: i data center. Nel Paese che si sta trasformando per diventare in futuro un "hub mediterraneo digitale d’Europa", questa settimana si registrano infatti due eventi importanti all’interno della guerra dei data center: uno è il simposio di chi li promuove, attirando investimenti stranieri, l’altro è il corteo di chi li combatte, preoccupato per la salute dei territori.
I PRO - "40mila posti di lavoro, Milano hub strategico"
La prima battaglia portata avanti è di chi spinge per le opportunità - in termini di investimenti, posti di lavoro, Pil e progresso - che i data center offrono. Queste infrastrutture - di cui in Italia se ne contano circa 260 (raddoppiati in un anno) con centinaia di richieste autorizzate a seguire - sono oggi fondamentali per la gestione di dati e informazioni e per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, il machine learning e l’Internet of things.
In Italia, a luglio, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica (MASE) ha rilasciato le prime indicazioni operative sul procedimento unico per le autorizzazioni necessarie a realizzare questi centri e ancor prima il Ministro delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) a fine 2025 ha rilanciato il piano per l'attrazione degli investimenti esteri, entrambi fattori che hanno portato a una accelerazione di richieste per aprire sempre più progetti, da Nord a Sud e sulle isole (come nel Sulcis, in Sardegna).
Progetti che l’8 ottobre a Roma saranno al centro del Data Center Symposium 2026 organizzato da IDA (Italian Datacenter Association), un confronto sul “ruolo strategico dei data center nello sviluppo digitale ed economico del Paese” a cui parteciperanno anche i ministri Gilberto Pichetto Fratin (Mase) e Adolfo Urso (Mimit).
Lo scopo? Veicolare la crescita dei data center in Italia (fra le più alte in Europa) e aiutare un “settore che ha la capacità di attrarre grandi investimenti diretti in infrastrutture connesse ai datacenter nei prossimi cinque anni, stimati in circa 2.800 milioni di euro entro il 2026. Investimenti che generano occupazione di qualità, stimata in 30-40.000 posti di lavoro diretti e indiretti e un notevole contributo al PIL nazionale” sostiene IDA.
I CONTRO - "Fermiamoli, consumano energia e suoli"
Realizzare data center significa però anche un’altra cosa: consumare suolo, energia, acqua e produrre inquinamento ambientale, con impatti diretti sul territorio. Non a caso, mentre crescevano sia le strutture fisiche che le richieste di autorizzazioni - soprattutto nell’hinterland milanese come a Lacchiarella (Apto Campus) , Vittuone (Data4), a Rho o nel bergamasco - uno dopo l’altro sono nati comitati di cittadini per chiedere chiarezza su l'espansione selvaggia dei data center.
A settembre circa 30 diversi comitati si sono poi uniti nella “Rete nazionale dei Comitati Stop Data Center” col mantra che “la tecnologia deve servire il futuro di tutti, non compromettere il territorio a vantaggio di pochi”.
Il 10 ottobre in Piazza della Scala a Milano ci sarà così la prima grande manifestazione dei comitati che intendono lanciare una “proposta di moratoria a tutela dei territori, della transizione ecologica e del bene pubblico” chiedendo “la sospensione immediata della costruzione di nuovi centri fino a quando non verranno definiti quadri normativi chiari, limiti trasparenti all’impatto ambientale e una reale pianificazione partecipata con la cittadinanza”.
I comitati: "Non ci invitano al tavolo"
Enrico Duranti, uno dei portavoce della Rete, è un cittadino che abita vicino a Lacchiarella, uno dei più grandi impianti dati previsti in Italia e in Europa. Solo nel milanese, racconta, “ci sono almeno 30 impianti in fase di valutazione ambientale che diventeranno molto probabilmente operativi, con un consumo pari al 10% del fabbisogno energetico nazionale. Inoltre, se si osservano i dati Terna - ovvero le richieste di allaccio alla rete per queste strutture - sono quasi 160 quelle in atto solo in Lombardia. Parliamo di numeri enormi: per operazioni di questo tipo i territori, i cittadini, devono essere coinvolti. Ma non sta accadendo. Di sicuro non siamo stati invitati al simposio IDA”. Quello che i comitati contestano è il fatto che sebbene ci siano iter per le singole autorizzazioni, “manchi una valutazione generale, che metta dentro tutti i progetti, sull’impatto che i tanti data center in arrivo avranno sui territori”.
Come noto, negli Usa (ma sta succedendo anche in Europa, Corea del Sud e altre zone del mondo) sono in corso furenti battaglie sull’espansione di questi centri che spesso, come in Italia, sono investimenti a guida straniera (le Big Tech statunitensi) su territori densamente popolati o fragili come quelli europei.
“Tra diverse varianti urbanistiche, i 30 progetti in fase di valutazione ambientale, 7 opere già dichiarate strategiche a livello nazionale dal MIMIT e decine di richieste in atto, temiamo che molti centri saranno davvero realizzati. L’impatto energetico sarà enorme”.
In tempi di crisi climatica Duranti sostiene che “questi impianti energivori difficilmente saranno coperti da rinnovabili e avranno bisogno di varie fonti fossili o in futuro nucleare, come ha già detto anche il governo”. In più ci sarà “un grande consumo di suolo, di campi agricoli e terreni” e il problema delle “isole di calore. Nel raggio di 400 metri possono aumentare le temperature anche di 2 gradi” con ripercussioni di carattere sanitario". Inoltre, facendo più caldo "nella Pianura Padana già colpita dallo smog trattengono ancor di più gli inquinanti".
A questi, a seconda dei casi, va aggiunto un problema di “rumori” ma anche di “consumo idrico, milioni di litri d’acqua. Il consumo idrico però dipende dai sistemi di raffreddamento: la maggior parte dei progetti, va detto, non prevede raffreddamento, ma ci sono i casi di Peschiera di Borromeo della Microsoft o di Rho di Amazon che li includono”.
Visto che “il 90% degli investitori in queste strutture sono americani” dai Comitati si pongono infine una domanda: “Per chi, davvero, questi data center sono strategici?”. In attesa di risposte più chiare, la Rete suggerisce di “fermare gli iter in atto e realizzare un piano nazionale capendo quali servono e dove si possono fare”, ribadiscono ricordando che il loro “non è un no a prescindere contro queste tecnologie, ma la richiesta di confronto con territori e cittadini”.
Anche Fabiana Di Pino per esempio, che con il suo comitato (contro data center nella zona di Opera nel milanese) si è unita alla Rete, specifica a Green&Blue che “servirebbe una norma giuridica per la valutazione di impatto che tutte queste strutture, parliamo di circa 90 data center nel tempo, possono apportare insieme. Non è un caso che da Pavia, Brescia, Cremona, Bergamo e altri territori ci siamo tutti uniti per la stessa battaglia, oltretutto aprendo le porte anche ad altre zone (come Roma, circa una ventina di progetti, ndr) per ottenere risposte”.
Il dilemma della crescita occupazionale
Una delle risposte di chi punta a incrementare i data center in Italia, ricordando che le varie infrastrutture dovranno sempre “passare per autorizzazioni di tipo ambientale”, è quella della straordinaria crescita occupazionale che i data center porteranno.
Anche su questo però c’è terreno di scontro. Senza dubbio il mercato è in crescita: nel triennio 2023-2025 sono stati investiti 7,1 miliardi di euro e si arriverà a investimenti pari a 25 miliardi entro il 2030. Per il Mimit questo impegno porterà alla “creazione di posti di lavoro ad alta specializzazione, sia nelle fasi di progettazione e costruzione sia nella gestione operativa delle infrastrutture stesse” e l’IDA nel 2024 ha stimato circa 28mila lavoratori legati al comparto data center. Di questi però solo 1200 lavorano direttamente nelle strutture.
Per Di Pino “la storia dei posti di lavoro non deve ingannare. Intanto parliamo di professioni altamente specializzate e poi c’è differenza fra l’impiego, per qualche anno, legato alle costruzioni, e quello offerto nel tempo all’interno delle strutture. Prendiamo i data center di Opera, di cui mi sto occupando: su tre impianti, in tutto, sono previsti circa solo 300 posti di lavoro”.
Crescono le proteste in tutta Italia
Di fatto, dopo un anno in cui è stata la crescita costante dei data center a connotare la corsa verso il futuro, adesso stiamo per entrare in una nuova stagione, quella che vedrà le proteste e il richiamo a un passo indietro, prima che sia tardi, sull’espansione dei megacentri.
A Rho, ci sono già stati blocchi, scontri e fumogeni, a Torino stanno nascendo nuove opposizioni organizzate al grido di “Non saremo servi dei vostri server” e da Milano sino alla Capitale stanno spuntando nuovi comitati per porre un freno al consumo di suolo.
“Le comunità - conclude Barbara Meggetto, presidente di Legambiente Lombardia che parteciperà alla manifestazione del 10 ottobre - sono preoccupate per l’aumento del consumo di suolo, la prossimità degli impianti con le aree residenziali, gli impatti sul paesaggio, le emissioni atmosferiche dai gruppi di continuità e per il rumore dai sistemi di raffreddamento. Tutte preoccupazioni che, anche se potenzialmente disinnescabili grazie a una evoluzione tecnologica molto veloce, al momento rivelano, se non altro, una forte asimmetria informativa e negoziale nel rapporto tra territorio e operatori economici: grandi gruppi immobiliari, società finanziarie, big tech di stazza globale. Una asimmetria che non può rimanere tale”.