Golfo della Spezia, le aree più a rischio nei primi 250 metri dalla costa
di Fiammetta CupellaroUn’area di grande valore naturalistico subisce da lungo tempo i danni di un forte impatto di attività economiche e turistiche. I ricercatori dell’Enea hanno mappato gli habitat marini più esposti: le prateria di Posidonia oceanica e le colonie di coralligeno le più vulnerabili
“Le aree a rischio più elevato nel Golfo della Spezia si localizzano soprattutto entro i primi 250 metri dalla costa dove si concentrano sia le attività umane che gli habitat più vulnerabili”. È questa la conclusione a cui sono arrivati un team di ricercatori dell’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile (ENEA), che ha individuato glihabitat marini del Golfo ligure come più esposti al rischio di degrado a causa delle attività umane. Lo studio è stato appena pubblicato su “Environmental Management”.Un lavoro scientifico condotto nell’ambito del progetto Robotics and AI for Socio-economic Empowerment (RAISE), finanziato dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
Un’area naturalistica e l’urbanizzazione
Il Golfo della Spezia è un’area di grande valore naturalistico vicina alle aree marine protette di Porto Venere e delle Cinque Terre, al Parco di Montemarcello-Magra-Vara e nel Santuario per i mammiferi marini “Pelagos”. Un tratto di mare dove praterie di fanerogame, coralligeno e corallo madreporario mediterraneo dal grande interesse ecologico convivono con una crescente urbanizzazione costiera e attività impattanti come il turismo, l’acquacoltura e il trasporto marittimo. Per la prima volta i ricercatori hanno adottato nel Mar Mediterraneo l’Habitat Risk Assessment, un modello del software InVEST ed è stato sviluppato dall’Università di Standford nell’ambito del programma Natural Capital Alliance, che incrocia mappe degli habitat e delle pressioni antropiche con i dati sulla vulnerabilità degli ecosistemi. È con questo sistema che il team di esperti italiani ha individuato glihabitat marini del Golfo della Spezia più esposti al rischio e che si localizzano molto vicino alla terraferma: ad appena 250 metri. Proprio i fondali dove nascono le praterie di fanerogame marine quali la Posidonia oceanica e la Cymodocea nodosa, iora identificate ad alto rischio (rispettivamente per il 72,8% e il 20,6% della loro estensione totale), ma anche le colonie del corallo mediterraneo Cladocora caespitosa, il coralligenoe gli impianti di molluschicoltura.
Gli ancoraggi, gli scarichi, l’inquinamento
Le principali cause di rischio sono gli ancoraggi non regolamentati delle imbarcazioni, la presenza delle condotte di scarico, la vicinanza dei porti turistici e di altre attività di nautica. Ma è venuto fuori anche qualcosa di abbastanza inatteso: un fattore di stress biologico rappresentato dalle orate. “Negli ultimi anni – scrivono i ricercatori - si presume che le orate nelle aree di studio abbiano aumentato il loro numero e la loro voracità (nessuno studio sottoposto a revisione paritaria è stato ancora pubblicato su questo argomento), causando un forte calo della produzione di molluschi tramite predazione”.
Alessandro Sebastiani, del Dipartimento Enea sostenibilità e autore dello studio spiega: “Le mappe di rischio ci aiutano a capire dove intervenire per proteggere gli habitat più vulnerabili. Questo modello applicato al Golfo della Spezia rappresenta un punto di partenza per una pianificazione dello spazio marittimo basata sugli ecosistemi, fondamentale per la tutela della biodiversità in aree fortemente antropizzate”.
Simulate con successo le azioni di tutela
Lo studio spiega anche cosa accadrebbe se le azioni di tutela raccomandate dai ricercatori venissero messe in pratica. A questo proposito è stata fatta una simulazione in laboratorio sugli ecosistemi, tenendo conto gli ormeggi regolamentati, i controlli più efficaci e gli interventi per ridurre le pressioni legate agli scarichi e alle aree portuali. In questo scenario, la superficie di habitat ad alto rischio entro 250 metri dalla costa si ridurrebbe del 78,9%.
Nello studio si legge che “Nel caso dell'ancoraggio illegale di imbarcazioni da diporto, un’applicazione più rigorosa delle misure di divieto esistenti dovrebbe essere sufficiente a eliminare completamente la pressione. Ciò potrebbe includere controlli più severi da parte dell'autorità portuale, soprattutto nelle aree più vulnerabili, e un sistema sanzionatorio più efficace. Sono inoltre in fase di valutazione sistemi di dissuasione luminosa, come l'utilizzo di luci diffuse durante la notte”. E poi la gestione delle acque reflue costiere per le quali si chiede l’utilizzo di tecnologie di trattamento più avanzate e un monitoraggio sistematico, mentre per le attività delle aree portuali dovrebbero essere soggette a misure di riduzione dell'inquinamento e all'adozione di impianti rispettosi delle praterie di Posidonia.
"Un metodo che potrebbe aiutare altre aree del Mediterraneo”
I ricercatori non hanno dunque dubbi: se si riuscissero ad applicare tutte queste misure che loro propongono, la situazione nel Golfo di La Spezia migliorerebbe e di molto. Scrivono: “A seguito della gestione proposta 76,84 ettari sono passati dalla categoria a basso rischio a quella a rischio nullo; 63,28 ettari dalla categoria a rischio medio a quella a basso rischio; 5,44 ettari dalla categoria ad alto rischio a quella a rischio medio; e 0,040 ettari dalla categoria ad alto rischio a quella a basso rischio”. Così Elisabetta Salvatori, responsabile della sezione soluzioni integrate e nature-based per la rigenerazione Urbana del Dipartimento sostenibilità Enea: “Queste riduzioni sono il risultato di una simulazione, ma mostrano il potenziale dell’approccio proposto. Può essere applicato anche in altre aree costiere del Mediterraneo per aiutare amministrazioni e portatori di interesse a confrontare le misure di gestione possibili e a verificarne i risultati attraverso il monitoraggio”. Intanto si potrebbe iniziare dalla Liguria.