Cop30, a bordo della Flotilla Indigena: il lungo viaggio dei popoli dell’Amazzonia fino a Belém
di Giacomo TalignaniSiamo saliti su una delle 200 navi che hanno navigato in corteo e portato oltre 6000 indigeni al summit del clima: chiedono lo stop allo sfruttamento delle terre e più potere partecipativo. Il leader novantenne Raoni: “Noi siamo la risposta alla crisi, dovete ascoltarci”
BELEM (Brasile) - Ci sono i popoli delle foreste, dei fiumi, delle coste e dei villaggi di tutta l'Amazzonia e hanno tutti lo stesso messaggio da fare ascoltare al mondo: “Noi, siamo la risposta”. Mentre nelle sale della Cop30 a Belem in Brasile i delegati di tutto il Pianeta (tranne gli Usa) cercano una soluzione per affrontare la crisi climatica, nelle acque del fiume Guamà nella baia di Belem, giunti dopo viaggi lunghi anche un mese dormendo su amache e navigando con mezzi di fortuna in mezzo alla foresta pluviale, sono arrivati i popoli indigeni di tutta l’Amazzonia. Sono qui per fare “la storia” dicono, riunendosi in un momento altamente simbolico: mentre il mondo consuma combustibili fossili e distrugge la natura per interessi economici, loro si offrono come risposta, come ispirazione di rispetto e cura di quella stessa natura che ci permette di vivere e respirare.
A bordo il grande leader novantenne Raoni Metuktire
Ci sono quilombolas, i pescatori, i contadini, i lavoratori e tutto il popolo indigeno del grande leader capo Raoni Metuktire che a 93 anni, sulla sedia a rotella, si è fatto spingere “perché volevo esserci” su una barca della grande Flotilla Indigena, il corteo di oltre 6000 rappresentanti dei popoli tradizionali composto da più di 200 imbarcazioni. A bordo delle navi si balla la samba e si alzano in cielo i canti tradizionali ispirati agli spiriti ancestrali. L’aria è totalmente diversa dalle proteste che ieri hanno invaso la Cop30 dove ci sono stati scontri con le guardie Onu. Qui si respira “alegria” e determinazione. Di fatto, è la prima volta che a una Cop c’è una così grande presenza di popoli originari.
“Uniamoci - dice Raoni, capo dei Kayapò, parlando nella sua lingua - per tutta la vita ho visto prendere e distruggere la foresta. Uniamoci contro l’industria della soia, la deforestazione, le dighe, le esplorazioni di petrolio nel Rio delle Amazzoni”. Chiede di combattere insieme contro chi causa la crisi del clima che loro, nell’Amazzonia che si sta lentamente trasformando in savana, pagano quotidianamente tra perdita di biodiversità e cambiamenti nelle piogge. Se “in passato i nostri antenati combattevano fra di loro, noi dobbiamo convivere pacificamente perché oggi abbiamo tutti lo stesso problema e nemico".
Il grido dell’Amazzonia contro le trivellazioni e l’hydrovia
Davanti a quasi 400 leader indigeni arrivati a Belem, ribadisce un concetto: “Dobbiamo continuare con la demarcazione delle terre, dobbiamo poter governare ciò che è nostro di diritto”. Chiede - in rappresentanza di tutti i popoli -che si blocchino le grandi opere infrastrutturali che rischiano di distruggere per sempre una Amazzonia già fragile e malata. Il messaggio è diretto alle nuove trivellazioni da poco autorizzate dal governo Lula, ma anche contro l’opera hydrovia. Se i popoli tradizionali sono giunti tutti qui a Belem è per essere ascoltati: stanno soffrendo la perdita di terre per “l’agrosoia”, stanno sperimentando il mercurio nei fiumi “per le miniere” tanto che “i pesci non ci sono più”. “Anche questo fiume dove siamo qui ora è inquinato. C’è più caldo, tutto sta cambiando” aggiunge Raoni.
"Ci stanno rubando la natura”
Ho parlato con alcuni indigeni presenti con i loro copricapi di piume, gli archi e le frecce e le collane tradizionali a bordo di una delle navi della Flotilla e tutti ripetono un concetto: “Ci stanno rubando la natura”. Dicono, dopo aver viaggiato anche per un mese, di voler essere qui in rappresentanza di tutti i popoli che soffrono per il colonialismo, la distruzione delle terre, l’ingerenza dei potenti e sostengono come un passo indietro, per esempio con una agricoltura più tradizionale e una maggiore cura della salute dei fiumi potrebbe ancora salvare le cose.
Con molti di loro è impossibile comunicare, se non a gesti: non hanno lo sguardo di guerrieri, ma di un popolo ferito che intende sfruttare l’occasione della prima Cop in Amazzonia per essere anche loro inclusi nel processo decisionale, per avere più potere sul futuro dell’Amazzonia che - ricordano - non riguarda solo la sopravvivenza degli animali e dei loro popoli, ma “di tutto il mondo". Il fatto di navigare tutti insieme non è un caso: siamo tutti sulla stessa barca.