Trump vuole riscrivere le regole sulle specie minacciate. La denuncia: “A favore delle trivelle”
di Giacomo TalignaniL'amministrazione Usa ha proposto modifiche al Endangered Species Act che tutela le specie dai tempi di Nixon. Nel valutare quale specie salvare, chiede anche di considerare "l'economia del Paese". Insorgono scienziati e ambientalisti
Maledette farfalle. Ma anche lamantini, gufi, lucertole e insetti vari. Tutti animali che sono classificati come “minacciati” dalle azioni dell’uomo ma che ostacolano i piani economici di Donald Trump. Così il presidente Usa, deciso ad andare avanti con il suo “trivellare, baby, trivellare”, a concedere nuove esplorazioni petrolifere, permessi per ampliare l’agrobuisness e a puntare sulle risorse delle profondità degli oceani tramite il deep-mining, sta ora spingendo per togliere le protezioni di alcune specie e habitat in pericolo oggi garantite negli States dal Endangered Species Act. Quest’atto di lunga data era già finito sotto la scure di Trump durante il suo primo mandato ma poi Joe Biden lo aveva ripristinato. Oggi però il Tycoon ha nuovamente proposto modifiche alle regole del Fish and Wildlife Service che servono a proteggere determinate specie minacciate: senza più precisi vincoli, giudicati troppo rigidi dall’amministrazione Usa, si potrà in futuro operare per “il bene dell’economia” anche laddove vivono animali e piante in pericolo.
I repubblicani al Congresso puntano dunque su una revisione dell’atto che aiuterebbe le industrie di petrolio, gas, estrazione mineraria ed agricoltura intensiva ad espandere il bacino in cui operare. Secondo loro la legge ambientale del 1973, varata sotto Richard Nixon, è troppo “ampia” e può frenare la crescita economica. Per ambientalisti, scienziati e conservazionisti è invece uno strumento fondamentale per proteggere specie che, con un ulteriore impatto antropico, presto potrebbero finire in pericolo critico di estinzione. Fra queste, secondo gli ambientalisti che si oppongono al volere di Trump, ci sono per esempio le farfalle monarca, ma anche il lamantino della Florida, il gufo maculato della California o il ghiottone nordamericano. "Dovremmo aspettare che questi poveri animali siano quasi estinti prima di poter iniziare a proteggerli. È assurdo e straziante” sostiene Stephanie Kurose del Center for Biological Diversity.
Fra tagli alle agenzie governative ambientali, uscita dall’Accordo di Parigi, tentativi di boicottare la Cop30 in corso a Belém (dove gli Stati Uniti sono assenti per la prima volta in 30 anni) e continue critiche agli attuali sistemi di protezione della natura a stelle e strisce, la crociata del negazionista Trump punta dunque ora a liberarsi direttamente di tutti quei vincoli e paletti che non permettono progetti di disboscamento o trivellazioni nelle foreste nazionali o su terre pubbliche. Per Doug Burgum, segretario dell’Interno, è una questione di “buon senso”. Sostiene infatti che “queste revisioni pongono fine ad anni di confusione legale e di eccesso normativo, fornendo certezza a stati, tribù, proprietari terrieri e imprese, garantendo al contempo che gli sforzi di conservazione rimangano fondati su una solida scienza e buon senso”. Parole fortemente criticate dagli ambientalisti.
Ad oggi l'Endangered Species Act protegge più di 1.600 specie negli Stati Uniti e nei suoi territori ed è stato fondamentale per esempio per salvare uno dei simboli Usa, l’aquila calva, o ancora il condor della California. Se venissero allentate le protezioni per le specie “minacciate”, in sostanza quelle che oggi si trovano un gradino sotto a le specie avviate verso l’estinzione, si rischia anche di “non avere più strumenti per preservare i loro habitat” dicono i biologi. "Se queste regole fossero state in vigore negli anni Settanta oggi l'aquila calva o la balena grigia potrebbero non esistere più e se entrano in vigore ora causeranno l'estinzione di alcuni animali” aggiunge Kurose sottolineando come "non si tratta solo di proteggere le specie in via di estinzione ma si tratta delle più grandi aziende del Paese che vogliono trivellare per estrarre petrolio e carbone, anche se ciò causa l'estinzione di animali selvatici come l'orso polare e altre specie iconiche”.
Uno dei passaggi più controversi della proposta di Trump è quello che prevede che il governo possa valutare i fattori economici - come per esempio la perdita di entrate legata a divieti di trivellazioni o disboscamento - prima di decidere se includere una specie nella lista in pericolo. Finora la legge indicava chiaramente di considerare le valenze scientifiche, di dire in sostanza se una determinata lucertola o farfalla rischiava l’estinzione davanti ad ulteriori impatti dell’uomo: in futuro però potrebbe essere il dollaro a comandare. Un altro aspetto chiave delle modifiche è poi l’idea di non volere includere nelle politiche di protezione delle specie minacciate le "valutazioni sul futuro", per esempio su come la crisi climatica che Trump ha definito “truffa” potrebbe impattare nel 2050 sulla vita di fauna e flora. Sebbene la nuova proposta avanzata mercoledì 19 novembre dalla Casa Bianca sia già estremamente divisiva, non è detto però che The Donald riesca a fare in tempo ad applicarla: dopo consultazioni, commenti aperti al pubblico ed iter vari, il processo di revisione per riscrivere la legge potrebbe durare anche due anni e avvicinarsi quindi alla scadenza dell’attuale mandato presidenziale.