BELEM (Brasile) - In assenza del grande nemico brilla una nuova stella alla Cop30. Con Donald Trump impegnato a definire truffa la crisi climatica, a ritirare gli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi e a disertare il grande vertice sul clima di Belem, nella necessità condivisa di trovare uno spiraglio di luce in mezzo all’oscurantismo degli States è emersa una nuova figura sotto i riflettori: il governatore della California Gavin Newsom.
Il 58enne statunitense ancor prima di arrivare alla Cop30 aveva - scrive Politico - una lista di infinite richieste di incontri e interviste.
C’è un motivo: con gli Usa che hanno inviato 0 (zero) delegati alla Cop (come loro solo Myanmar, San Marino e pochi altri), il mondo del clima riunito in Brasile è fin da subito apparso alla disperata ricerca di risposte che provenissero da una delle più grandi economie (e fra i più grandi emettitori) al mondo. Vogliono tutti capire, qui, anche in proiezione futura, quale sarà il futuro dell’America nella lotta alle emissioni e nel contributo ai finanziamenti climatici.
L’alleanza American is All In
Gavin Newsom ha scelto di essere la risposta, non solo perché - pur non ufficialmente - sembra aver lentamente iniziato la sua campagna fra i Dem come possibile futuro candidato alla Casa Bianca, ma anche perché è guida di una delle alleanze più forti, nel contrasto alle politiche negazioniste e di tagli di Donald Trump, sul clima. L' alleanza si chiama America is All In e comprende 24 governatori di stati americani e diversi sindaci e leader locali che, soprattutto a livello federale, si oppongono alle “stupide” - così le ha definite lo stesso Newsom - politiche di Trump nei confronti della questione climatica.
"Un abominio la scelta di uscire dall’Accordo di Parigi”
Approfittando del vuoto lasciato dalla presidenza e dalla delegazione Usa, Newsom è così arrivato alla Cop, circondato da una calca di giornalisti pari a quella riservata forse solo al presidente Luiz Inacio Lula - con un messaggio: “Vengo con la mano aperta, non il pugno chiuso”. Alle elezioni del 2028 manca ancora parecchio tempo ma il governatore americano sembra essersi già ben posizionato nel buco climatico lasciato da Trump. ”Sono qui in assenza della leadership di Donald Trump, che ha abdicato alla responsabilità su una questione critica” ha detto, definendo “un abominio” le scelte compiute - dal “trivellare, baby, trivellare” sino all’uscita dall'Accordo di Parigi - dal Tycoon.
E poi, elencando i successi della California, ha promesso che non farà alcun passo indietro sulle politiche verdi. Anzi, ha spiegato più volte i vantaggi economici della transizione energetica sostenendo che gli Usa non dovrebbero restare dietro alla Cina e soprattutto dovrebbero rientrare "subito" nell’Accordo di Parigi. Al termine delle sue parole e del duro attacco rivolto al presidente Trump, perfino in sala stampa sono partiti gli applausi.
Il timore dell’arrivo di delegati Usa per far fallire il summit
Ora sarà interessante capire, da qui al 21 novembre, data prevista per la fine della Cop30, se altre figure degli Stati Uniti appariranno nella scena della Conferenza e anche se, come temono alcuni negoziatori, gli Usa invieranno delegati al solo scopo di far fallire il summit. Per ora, al contrario di quanto vorrebbe il Tycoon, ci sono invece primi segnali incoraggianti di buona riuscita: già nelle prime 48 ore si è infatti iniziato a discutere di una “bozza” possibile, un largo gioco di anticipo per trovare concretamente una quadra finale dei negoziati.
Le proteste
Mentre nei corridoi di Belem si poteva respirare un certo entusiasmo, a un certo punto verso martedì sera sono tornate a farsi sentire anche le proteste, diventate poi di colpo particolarmente accese: un folto gruppo di manifestanti con bandiere della Palestina e cartelli contro i combustibili fossili ha fatto irruzione improvvisamente all’ingresso della Zona Blu della Cop. La sicurezza dell’Onu, i “bomberos” e la polizia li hanno fermati e si è registrato qualche ferito lieve. Fra i manifestanti, anche diversi rappresentanti dei popoli indigeni, giunti fin qui per ottenere riconoscimento nella gestione delle loro terre e per chiedere maggiore giustizia climatica.