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Cop30, Cina e Ue tentano l’alleanza contro i combustibili fossili

Il presidente Lula all'apertura dei lavori
Il presidente Lula all'apertura dei lavori 

Al via la prima plenaria della COP30 che inizia ufficialmente oggi. Paesi divisi su finanza climatica e priorità. Lo scontro sul mercato di carbonio

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BELÉM (Brasile) - La Cop30 è ai blocchi di partenza, in tutti i sensi. Questa mattina alle ore 10 brasiliane (le 14 in Italia) a Belém è iniziata la Conferenza delle parti sul clima dove oltre 190 Paesi sono chiamati a trovare accordi e soluzioni contro l’avanzata della crisi climatica. La prima cosa da fare per avviare i lavori di ogni Cop è trovare intesa sull’agenda, quella che viene di solito approvata in apertura. Eppure, già alla vigilia della plenaria, sembra che i Paesi - divisi per lo più in blocchi di interesse - si siano scontrati su quelli che saranno i 145 punti di discussione all’ordine del giorno obbligatorio, quello che deve trovare un ok finale per dare avvio all’inizio dei negoziati.

Su quattro punti in particolare però - gli Ndc (piani climatici), il bilancio globale, le misure commerciali unilaterali e il rapporto biennale sulla trasparenza (Btr) - ci sono stati contrasti. All’interno di questi quattro filoni ci sono infatti già motivi di litigi e contrapposizioni spesso avanzate da specifici blocchi di Paesi. Per esempio un blocco che comprende Bolivia, Cina, India e Arabia Saudita sta facendo pressione su obiettivi finanziari e misure unilaterali restrittive del commercio. Un altro gruppo, che include Honduras, Papua Nuova Guinea o Suriname, chiede che vengano messi subito in agenda i finanziamenti per combattere la deforestazione. E poi ci sono le isole che stanno scomparendo a causa dell’innalzamento dei mari che invocano una accelerazione nell’attuazione dell’obiettivo di rimanere sotto i famosi +1,5 gradi, così come l’Ue per esempio punta su una agenda che affronti immediatamente il tema della rendicontazione delle emissioni.

Sullo sfondo di questi iniziali (ma abbastanza comuni) scontri sull’agenda di inizio Cop, c’è però un altro tema che tiene banco in un vertice dove - va ricordato - aleggia sempre la grande ombra della assenza degli Usa di Donald Trump: la questione dei mercati del carbonio. Secondo alcune indiscrezioni prima dell’inizio ufficiale dei vertici Cina e Ue avrebbero concordato una unione per una coalizione che sia in grado di armonizzare il mercato dei crediti di carbonio. Cosa significa? Attualmente esistono sistemi nazionali di scambio di quote di emissioni che stabiliscono un tetto massimo alle emissioni totali: in sostanza se una azienda emette meno della propria quota allora può vendere crediti e permessi alle aziende che invece la superano. Il sistema ha lo scopo, ovviamente, di contenere le emissioni. Ma finora c'è stato un problema: nel mondo sono in atto 35 diversi sistemi di scambio quote emissioni. Se però si arrivasse a una armonizzazione, a un mercato unico, allora tutti gli operatori che si muovono sotto le stesse regole avrebbero scambi più facilitati. In parole povere: i Paesi che accettano di stare sotto le stesse regole potrebbero trarne vantaggi, quelle che invece si rifiutano rischiano di essere penalizzate anche in termini di dazi.

Di conseguenza, scrive anche Bloomberg, si configurerebbero due grandi blocchi: gli elettro-Stati che puntano tutto sulle rinnovabili e “giocano” con le stesse regole nel mercato del carbonio e i petrol-Stati che invece, finora, hanno rifiutato di accettare le regole. Usa, Arabia Saudita e Russia, tutte a trazione fossile, rischierebbero per esempio di dover affrontare dazi doganali sui loro beni se legati ad alte emissioni di carbonio mentre il blocco di Paesi che si sta accordando (come Regno Unito, Canada, Francia, Cina, Ue, Germania, Cile, Messico e altri) avrebbero facilitazioni nel libero scambio. Questo scontro tra blocchi potrebbe essere al centro della Cop30, con The Economist che ricorda per esempio come oggi “la Cina sta guadagnando più soldi dall'esportazione di tecnologie verdi di quanto gli Stati Uniti guadagnino dall'esportazione di combustibili fossili”.

Un punto - questo legato a politiche ambientali europee che insieme a quelle cinesi pensano di tassare le importazioni ad alta intensità di carbonio - che sancirebbe una guida a trazione Cina-Ue anche nei negoziati. E potrebbe essere un primo duro colpo contro quel Donald Trump attaccato anche dal presidente brasiliano Luiz Inacio Lula che ha detto come questa Cop dovrà “infliggere una nuova sconfitta ai negazionisti” (ovvero al Tycoon). Simon Stiell, segretario esecutivo della Convenzione quadro Onu sul clima, collegandosi in qualche modo al tema carbonio ha quindi ricordato che “i governi che non riusciranno a passare a un'economia a basse emissioni di carbonio saranno ritenuti responsabili della carestia e dei conflitti all'estero e dovranno affrontare la stagnazione e l'aumento dell'inflazione in patria” ha detto a Belém. In questo complesso contesto di partenza a blocchi e divisioni tra Paesi arriva intanto dall’Italia la linea indicata dal governo Meloni nella partecipazione a Cop30, dove sarà il ministro Gilberto Pichetto Fratin a rappresentare l’esecutivo nei prossimi giorni. L’Italia proporrà un piano con un “forte impulso all’adattamento, in particolare per i Paesi in via di sviluppo”. A livello di finanza climatica sono previsti finanziamenti per 3,44 miliardi di euro. Come un mantra, Pichetto Fratin è tornato poi a parlare di “transizione giusta” come bussola e di unione delle risorse pubbliche e private per la finanza climatica oltre - altro punto da sempre cavalcato dall’esecutivo - alla necessità dell’implementazione dei biocarburanti.