L’intervista

“Cop deve rispondere a una crisi che tocca la vita delle persone”

Lo stretto di Hormuz
Lo stretto di Hormuz 

Luca Bergamaschi, cofondatore di Ecco, vede il rischio di “un momento storico in cui il multilateralismo è debole”

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Europa, Cina, Turchia, Australia, Paesi del Golfo. Ma anche il Nepal devastato dalle alluvioni e le altre nazioni vulnerabili. L’Etiopia, probabile organizzatrice della conferenza sul clima del 2027 e l’Africa nel suo insieme. I Paesi emergenti, primo fra tutti il Brasile fresco di elezioni e che l’anno scorso ospitò in Amazzonia Cop30. Saranno questi, secondo Luca Bergamaschi, cofondatore di Ecco, il think tank italiano per il clima, i protagonisti principali delle due settimane di diplomazia climatica che andranno in scena ad Antalya. "Rispetto all’evento del 2025 ci sono almeno due fattori che allora nessuno poteva prevedere: il blocco di Hormuz, che si traduce in una crisi del costo dell’energia e quindi in un aumento del costo della vita. L’altro è l’impatto del cambiamento climatico, che quest’anno è stato particolarmente pesante, soprattutto in estate, e che continuerà attraverso l’impatto del super El Niño. Anche in questo caso si tratta di qualcosa che incide direttamente sulla vita reale delle persone. Il disastro verificatosi in Nepal può essere un banco di prova per vedere come la comunità internazionale risponde a queste grandi questioni".

Il Nepal ha chiesto a India e Cina di collaborare, nonostante la rivalità, per la gestione dell’Himalaya. Gli eventi estremi possono scuotere i governi fino a produrre risultati inattesi in una Cop come quella Turca?

"Sono una circostanza necessaria ma non sufficiente per cambiare la geopolitica. L’Himalaya è un ecosistema naturale fondamentale, con la sua riserva d’acqua, per le economie cinesi e indiana. Ma non è detto che ciò basti per superare la competizione tra le due grandi nazioni asiatiche, che è tecnologica e anche energetica. Mi pare però che sia India che Cina abbiano ben chiaro come l’elettrificazione permetterebbe a entrambe più sicurezza economica e autonomia strategica".

Proprio la spinta all’elettrificazione sarà uno degli obiettivi della presidenza turca. Potrà essere un modo per rendere esplicito l’addio ai combustibili fossili?

"L’elettrificazione è la via maestra per uscire dai fossili. Bisogna però stare attenti a come la si fa: se si usa il gas non dà benefici climatici e ci lascia legati ai fossili. Se si fa con il nucleare spinge in alto i costi per la società e per gli Stati, perché in questo momento dal punto di vista dei prezzi il nucleare non è competitivo rispetto alle rinnovabili. Comunque sarà certamente un messaggio politico molto forte se 191 Paesi si ritroveranno d’accordo sull’elettrificazione. Ma non mi aspetto molto di più, come un riferimento esplicito all’abbandono dei combustibili fossili. Viviamo un momento storico nel quale il multilateralismo è debole, perché ci sono forze come gli Stati Uniti e la Russia che non vogliono questo tipo di cooperazione. Per tale motivo, ritengo più importante capire se l’elettrificazione diventerà una strategia nazionale e come i diversi governi la metteranno in pratica e la finanzieranno".

L’Unione europea è tra i blocchi che vorrebbero una esplicitazione del nesso tra elettrificazione e rinuncia ai fossili. Come arriva alla Cop turca l’Ue?

"Con dei messaggi importanti. Nell’ultimo Consiglio europeo è stato ribadito che l’Emission Trading System è lo strumento principe per la transizione e che l’elettrificazione è la strada maestra per l’uscita dei fossili. E anche il mandato dei ministri europei dell’Ambiente per Cop31 è stato molto forte: portare avanti la cooperazione internazionale per avanzare quelle questioni aperte, come la giusta transizione o i fondi per l’adattamento. Il punto debole della Ue è la finanza pubblica: ad Antalya non si faranno altre promesse economiche, proprio per lo scenario geopolitico che sta dirottando sul riarmo sempre più risorse. Dopodiché alle Cop arriva il Commissario europeo, ma anche i 27 ministri nazionali... e spesso accade che ciascuno tiri l’acqua al suo mulino".

La Cina potrebbe ospitare la Cop33 del 2028. Ma che ruolo giocherà nella Conferenza di quest’anno?

"Parte da una posizione di forza. E non ha l’esigenza di ergersi a paladina del clima. Di fatto lo è attraverso il suo sviluppo e l’innovazione tecnologica, che sono funzionali al dominio dei mercati più che alla salvaguardia del Pianeta. Inoltre gli Usa, il suo rivale strategico principale, si è chiamato fuori dalla partita del clima. E l’Europa è un interlocutore commerciale importante, ma non viene percepito come una potenza geopolitica. Le cose potrebbero cambiare proprio nel 2028, con un nuovo inquilino alla Casa Bianca: a quel punto la Cina potrebbe essere chiamata ad accelerare l’uscita dal carbone e a centrare obiettivi ambiziosi nel corso di Cop33".

E le altre economie emergenti?

"Il Brasile è uscito spaccato dalle elezioni. La Colombia, che aveva promosso il vertice di Santa Marta sull’uscita dai combustibili fossili, ha cambiato leadership. E sono in difficoltà anche India e Sudafrica. Su tutti grava la crisi energetica e l’aumento del costo della vita… Non so quanto riusciranno a investire energie e risorse su Cop31. Il che lascerà ulteriore spazio alle grandi potenze. Forse sarà più interessante vedere come si organizzeranno i Paesi più vulnerabili, rappresentati dalle piccole isole, dalle nazioni africane e quest’anno soprattutto dal Nepal. Anche in vista della Cop africana dell’anno prossimo".

A proposito di padroni di casa: e la Turchia?

"Vorrà consolidare il ruolo di cerniera tra mondi: Europa, Asia, Africa. Ma potrebbe anche mettere sul piatto qualcosa di più: per esempio limitare il suo ricorso al carbone, addirittura sospendendo la costruzione di nuove centrali".

Rimangono i Sauditi…"

Tutta la regione del Golfo arriva in difficoltà, perché con la crisi iraniana sono state messe in discussione affidabilità e credibilità come fornitori di combustibili fossili ai mercati mondiali. E c’è anche una questione anche di competizione interna per la leadership, per esempio, tra Emiratini e Sauditi. Sarà interessante vedere come si comporteranno ad Antalya".