Un report allarmante pubblicato a pochi giorni dall’inizio della Conferenza sul clima. Ko Barrett, vice segretario dell'Omm: “Gli ultimi 11 anni i più caldi mai registrati. L’alta concentrazione di CO2 ha una vita lunga, influenzerà il clima globale per secoli”
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“Senza precedenti”. Così si legge sull’ultimo bollettino che riguarda la concentrazione dei gas serra nell’atmosfera pubblicato dall’Organizzazione meteorologica Mondiale delle Nazioni Unite e le parole non lasciano spazio a dubbi: i livelli dei tre principali gas serra - l'anidride carbonica, il metano e il protossido di azoto - continuano a salire e nel 2025 hanno raggiunto livelli mai registrati prima alterando forse per secoli l’equilibrio del pianeta. Quello che accadrà per gli scienziati è infatti chiaro: siamo condannati ad un futuro di caldo estremo. “Un altro anno, un altro nuovo record. I gas serra stanno intrappolando una quantità senza precedenti di calore nell'atmosfera, alimentando fenomeni meteorologici sempre più estremi e i rischi associati per le nostre economie e società. Gli ultimi 11 anni sono stati i più caldi mai registrati e questa tendenza è destinata a continuare. La CO2 ha una vita molto lunga e quindi influenzerà il clima globale non solo per anni, ma per decenni e persino secoli", ha affermato il vice segretario generale dell'Omm, Ko Barrett.
Un report pubblicato a pochi giorni dall’inaugurazione della Conferenza sul clima (Cop31) che si terrà ad Antalya in Turchia, dal 9 al 20 novembre. Ma è più di un messaggio lanciato ai capi di Stato, si delinea un quadro allarmante che sollecita un’azione internazionale concreta e che appare sempre più urgente. Al centro del confronto ci saranno infatti la riduzione delle emissioni, la transizione energetica il finanziamento degli interventi climatici e la protezione delle comunità vulnerabili. La sfida sarà trasformare gli impegni politici in misure efficaci capace di contenere il riscaldamento globale. Perché il cambiamento climatico non è più una previsione scientifica, ma una realtà documentata dai dati che, anno dopo anno, mostrano segnali sempre più evidenti. Il problema infatti non è solo la quantità di gas emessi, ma il loro progressivo accumulo nell’atmosfera. Un esempio: circa la metà della CO2 totale emessa ogni anno rimane nel sistema climatico per secoli (anche dopo una diminuzione delle emissioni), mentre il resto viene assorbito dagli ecosistemi terrestri e dagli oceani. Il riscaldamento non si traduce solo in estate soffocanti, ma aumenta la possibilità di ondate di calore intense, favorisce la siccità e contribuisce ad eventi meteo estremi. Gli effetti variano ma il segnale globale secondo le Nazioni Unite è inequivocabile.
Il sistema climatico terrestre sta dunque accumulando calore a causa della concentrazione sempre più alta dei gas serra prodotti soprattutto dalle attività umane. Secondo il Bollettino dell'Omm la concentrazione globale di CO2 in superficie nel 2025 era pari a 426,8 parti per milione, ossia il 153% in più del valore di riferimento preindustriale del 1750. Anche le concentrazioni di metano e protossido di azoto - il secondo e il terzo gas a lunga durata più importanti legati alle attività umane - hanno raggiunto un nuovo record. L'Indice annuale dei gas serra della National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) mostra che dal 1990 al 2025 è aumentato del 56% anche il tasso di crescita delle tempeature sul nostro clima con la CO2 che rappresenta circa l'81% di tale aumento. I tassi di crescita della CO2 sono infatti triplicati dagli anni Sessanta. Dal 2024 al 2025, la concentrazione media globale di CO2 è aumentata di 2,8 ppm un valore superiore alla media decennale, ma leggermente inferiore all'eccezionale impennata registrata nel 2023/2024.
Spiega Oksana Tarasova, funzionaria scientifica senior dell’Omm. “Un aumento annuo di 2,8 ppm rappresenta un apporto sostanziale di carbonio nell’atmosfera proveniente dal consumo di combustibili fossili. Possiamo aspettarci un ulteriore aumento delle concentrazioni nel 2026 anche a causa di un potente El Niño che avrà un impatto sui pozzi di assorbimento del carbonio terrestri, proprio come è avvenuto nel 2023/2024. Stanno aumentando anche i rischi di una ridotta assorbimento di CO2 da parte dell’oceano e anche questo avrà effetto sul clima”.
Il metano rappresenta circa il 16% dell'effetto di riscaldamento sul nostro clima. Circa il 35% viene emesso nell'atmosfera da fonti naturali (ad esempio, le zone umide), ma il 65% proviene da fonti antropogeniche quali il bestiame, la coltivazione del riso, lo sfruttamento dei combustibili fossili, le discariche e la combustione di biomassa. La concentrazione media globale di metano nel 2025 era pari a 1948 parti per miliardo (ppb), ovvero il 267% del livello del 1750.
Il protossido di azoto è il terzo gas serra a lunga durata più importante e proviene sia da fonti naturali sia da attività umane quali la combustione di biomasse, l'uso di fertilizzanti e vari processi industriali. La concentrazione media globale di N2O ha raggiunto i 339,1 ppb nel 2025, il 126% in più rispetto al 1750.
Mentre vari Paesi adottano misure per trasformare i propri sistemi energetici nell'ottica della decarbonizzazione, secondo la rete Global Atmosphere Watch dell'Omm raccomanda di prestare attenzione a due gas strettamente correlati alla produzione e alla distribuzione di energia elettrica: l’idrogeno molecolare (H2) e l’esafluoruro di zolfo (SF6). “L'SF6 è aumentato costantemente negli ultimi tre decenni in proporzione alla crescente elettrificazione globale, poiché l'SF6 è utilizzato principalmente come soppressore di scintille nella distribuzione dell'energia elettrica. Ha un tempo di vita nell'atmosfera di oltre 1000 anni e presenta il più alto potenziale di riscaldamento globale su 100 anni, pari a circa 24.300 volte quello della CO2. L'aumento dell’SF6 nel 2025 ha raggiunto un livello record”.
L’importanza del monitoraggio
L’idrogeno non è considerato un gas serra, ma secondo gli scienziati influenza la chimica atmosferica e ha quindi un forte effetto indiretto sul riscaldamento la sua concentrazione è aumentata del 5,3% tra il 2010 e il 2024. Utilizzato come mezzo di accumulo energetico per settori difficili da decarbonizzare, quali la produzione siderurgica, il trasporto marittimo e l’accumulo di energia a lunga durata, nonché per le fonti rinnovabili e come fonte energetica per i trasporti, le sue fughe nell’atmosfera da impianti di produzione, condutture, serbatoi di stoccaggio e celle a combustibile rappresentano una preoccupazione crescente. Sia la dispersione di idrogeno che la persistenza dell'SF6 costituiscono potenziali minacce, in grado di compromettere i benefici climatici della transizione energetica. Un monitoraggio attento è dunque fondamentale.