Decarbonizzazione? Sperimentiamola nel Mediterraneo
di Giulia Giordano*La dipendenza dagli idrocarburi ci espone a volatilità e shock geopolitici, per questo va portata avanti una transizione costruita insieme tra chi produce e chi consuma
Forse mai come adesso fra guerre, riscaldamento globale e shock energetici ciò che accadrà nelle stanze della diplomazia climatica ci riguarda da vicino.Le proteste che in queste settimane hanno scosso l’Italia ci raccontano una crisi complessa che affligge giovani, famiglie e imprese italiane, costretti a pagare il prezzo dell’incapacità di risolvere alla radice vulnerabilità strutturali. Tra queste, la dipendenza dagli idrocarburi, che ci espone a volatilità e shock geopolitici.
La crisi energetica scaturita dal blocco di Hormuz, la seconda negli ultimi anni, ha infatti portato il prezzo dell’elettricità all’ingrosso in Italia a oltre 200 euro al megawattora, trainando con sé anche l’inflazione, salita al 4,2%. L’Italia è tra i Paesi europei più in ritardo sugli impegni della transizione, come risulta dall’analisi di ECCO del Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC).
Siamo inoltre reduci dall’estate più calda mai registrata, con eventi estremi che fino a pochi anni fa avremmo considerato eccezionali. Secondo una stima dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, gli impatti del clima si traducono in una perdita annuale del Pil pari a 5,1 punti percentuali nel 2050, soprattutto in agricoltura e turismo.Crisi energetica e climatica hanno una radice comune: i combustibili fossili, che alimentano anche le tensioni geopolitiche. Sono fenomeni globali con profonde conseguenze locali, da affrontare contestualmente attraverso politiche nazionali ed europee, e con gli strumenti della diplomazia e cooperazione internazionale.
Tre anni fa, a Dubai, i Paesi dell’Accordo di Parigi si impegnarono per la prima volta ad avviare la transizione dai combustibili fossili, accanto agli obiettivi di triplicare le rinnovabili e raddoppiare l’efficienza energetica. Da allora, nei negoziati delle Conferenze non si è più fatto riferimento esplicito alle fonti fossili e la diplomazia si è spostata altrove. Ad aprile, a Santa Marta in Colombia, 57 Paesi - un terzo dell’economia mondiale - hanno avviato un percorso per costruire roadmap nazionali di transizione dai fossili, lanciando un segnale politico inequivocabile. Ma è nell’economia reale che si misurano i progressi maggiori.
Nel 2025 le fonti rinnovabili hanno fornito per la prima volta oltre un terzo dell’elettricità mondiale, con investimenti in energia pulita stimati in 2.200 miliardi di dollari, il doppio degli investimenti in fossili, che, per quanto elevati, sono in netto calo, circa 1.100 miliardi di dollari nel 2025. Sostituire motori a combustione, caldaie e processi industriali alimentati da fossili con tecnologie elettriche efficienti vuol dire consumare meno energia e, se l’elettricità è prodotta da rinnovabili, significa ridurre la dipendenza da combustibili, abbattere le emissioni e risparmiare sulle importazioni fossili. Per l’Agenzia internazionale dell’energia, l’elettrificazione potrebbe ridurrebbe la spesa dei Paesi importatori di circa 400 miliardi di dollari all’anno, con bollette domestiche il 15% più basse. A tal fine, secondo l’Irena, la quota di elettricità nei consumi finali a livello globale dovrebbe raggiungere il 35% entro il 2035. È per questo che è nata l’iniziativa internazionale Electrify Now, supportata da società civile, settore privato e governi, ed è per questo che la Presidenza turco-australiana ha scelto l’elettrificazione come priorità della Cop31.
Mentre la Cina si appresta a raggiungere una quota del 30% di elettrificazione, l’Unione europea è ferma da dieci anni al 23%. Avviarsi verso il target del 46% al 2040, come indicato dal piano d’azione per l’elettrificazione della Commissione, sarebbe il contributo più credibile dell’Europa ad Antalya. L’uscita dai fossili, inoltre, implica anche l’apertura di un dialogo con quei Paesi la cui economia dipende fortemente dalla produzione ed esportazione di idrocarburi e che sino ad oggi sono stati nostri partner e fornitori, come l’Algeria. Una transizione non pianificata rischia, infatti, di ridurre le entrate e provocare nuovi squilibri geopolitici. Per questo motivo servono investimenti e opportunità di diversificazione economica.
Il Mediterraneo è il luogo in cui queste dinamiche si vedono prima, in quanto spazio strategico nel quale si incontrano dipendenza energetica, impatti climatici e tensioni geopolitiche. Per questo può diventare il primo laboratorio di una transizione costruita insieme, tra chi produce e chi consuma. L’Italia può usare i suoi rapporti con la sponda sud per fare del Mediterraneo un banco di prova della transizione, mostrando che partenariati sostenibili sono già attuabili.
In un momento in cui le istituzioni multilaterali sono sotto attacco, ad Antalya si deciderà insieme quanto continueremo a essere esposti agli shock energetici e agli impatti di un clima che cambia, e quindi quanto ne pagheranno il costo famiglie e imprese. La Cop resta il luogo in cui costruire risposte comuni, senza diplomazia climatica non può esserci sicurezza climatica ed energetica.
*Giulia Giordano è Direttrice Strategia Mediterraneo e Globale di ECCO, il think tank italiano per il clima