Non servono solo le regole
Isole

Portovesme, la maledizione dei fanghi rossi che avvelenano anche le verdure

I bacini che contengono scarti industriali
I bacini che contengono scarti industriali 

In questa zona nel Sud-ovest della Sardegna, è vietato consumare i prodotti agricoli della zona

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Due colori, più di ogni altra cosa, raccontano bene il drammatico paradosso di uno dei territori più belli d’Europa. Un luogo che dopo cinquant’anni di veleni è ancora lì, quasi uguale, bonificato per appena l’1%. Quando si salpa da Portovesme diretti a Carloforte sull’isola di San Pietro il mare è così azzurro e meraviglioso da nascondere il senso oscuro che porta in seno: il rosso, forse il vero colore simbolo di questa parte del sud-ovest della Sardegna, uno dei siti più inquinati di tutto lo Stivale. Il rosso è iconico per due motivi: chi vive nelle aree di Portoscuso e Portovesme non può nemmeno permettersi di coltivare un pomodoro nell’orto: troppo rischioso mangiarlo. Tutti infatti in questa terra conoscono i pericoli dei fanghi rossi: i grandi bacini delle aziende che contengono piombo, bauxite, allumina e metalli pesanti. Ancora oggi, quando piove troppo, scattano allarmi per i rischi di contaminazione.

II terreno intorno al polo industriale abbandonato (foto: Michele Palazzi/Contrasto)
II terreno intorno al polo industriale abbandonato (foto: Michele Palazzi/Contrasto) 

Il terreno intorno al polo industriale infatti, nonostante sia passato oltre mezzo secolo dal boom delle aziende minerarie metallurgiche ed energetiche, si è trasformato in un cimitero a causa di ricatti durati troppo a lungo: o il lavoro o l’ambiente, o lo stipendio o la salute. Questa è la tragica fotografia del SIN del Sulcis-Iglesiente-Guspinese, un’area di 521 chilometri quadrati riconosciuta dal ministero come fortemente inquinata dal 2003. Solo nella zona di Portovesme la storia e l’esigenza di occupazione hanno messo insieme quattro realtà che negli anni sembrano aver lasciato una ferita insanabile sul territorio. Qui sorge l’Eurallumina, specializzata un tempo in allumina da bauxite, dove ancora oggi lavorano poche manciate di operai alcuni dei quali in cassa integrazione da sedici anni. Poi l’ex Alcoa specializzata in alluminio, la Portovesme S.r.l. che allora si focalizzava su zinco, piombo e cadmio e infine la centrale a carbone dell’Enel, oggi l’unica pienamente operativa. Quando negli anni ‘70 il polo era a regime in quest’angolo dell’isola lavoravano anche 15mila operai. C’era il lavoro, ma la salute cominciava a scarseggiare. Ai tempi c’era poca coscienza del danno ambientale in atto. Una zona della Sardegna che oggi, scrive il ministero, “presenta il maggior grado di compromissione del territorio per via della secolare vocazione dell’area all’attività mineraria”.

Ad essere contaminati sono “i suoli e le acque sotterranee”. A pagare sono ambiente e cittadini. Nelle zone di Portovesme e Portoscuso più ordinanze hanno vietato il consumo di ortaggi e verdure provenienti dall’area e nel 2014 sono state trovate diossine e furani nel latte. Attualmente tramite il Fondo per lo Sviluppo e la Coesione 2021–2027 sono stati destinati 74 milioni al SIN per interventi futuri di bonifica e rigenerazione ambientale: finora solo l’1% è stato bonificato e appena il 5% dei risanamenti necessari risulta attivato. Nel frattempo però secondo i dati epidemiologici dello studio dell’Istituto Superiore di Sanità nel Sulcis c’è una mortalità superiore alle medie regionali con circa il 7-8% in più di malattie cardiovascolari e il 20% in più di quelle respiratorie. Altre malattie, come quelle renali, sono collegate alla contaminazione dei fanghi rossi dove finiscono gli scarti di lavorazione.

L’area inquinata a ridosso del centro abitato (foto: Michele Palazzi/Contrasto)
L’area inquinata a ridosso del centro abitato (foto: Michele Palazzi/Contrasto) 

Davanti a questo costante allarme negli anni poco si è fatto per tentare di arginare la dispersione dei metalli pesanti. C’è stato un tentativo recente di accordo fra le aziende per una bonifica condivisa e delle barriere alle falde industriali a protezione del mare, ma si è arenato dopo che alcune imprese si sono sfilate.

La Regione Sardegna intanto continua a fare pressione al governo per impegni di risanamento, ma tra bandi aperti e poca operatività tutto va a rilento e, ora che anche il lavoro è calato, regna un generale pessimismo. In un territorio dove perfino il rosso del vino Carignano è sparito, dato che le centinaia di ettari di viti un tempo produttive oggi non ci sono più, attualmente realtà come quella di Portoscuso provano ad aggrapparsi al turismo, visto che ogni anno quasi 1 milione di persone si imbarcano diretti alle isole di fronte. Su quei traghetti i vacanzieri vanno a soggiornare per godersi le acque cristalline ignari della contaminazione diffusa che continua a modificare le vite e gli ecosistemi del Sulcis tra gigantesche vasche di fanghi rossi con oltre 30 milioni di metri cubi di inquinanti a due passi dal mare e vertenze sindacali infinite per chi cerca almeno di salvare i pochi posti di lavoro di una terra che produce sempre meno risorse e per cui chi ha inquinato non ha, di fatto, mai pagato.