La scrittrice Donatella Di Pietrantonio: “Al mare dopo l’omicidio, ragazzi senza empatia”
di Ilaria Zaffino«Non è stato ucciso un incallito criminale, uno spacciatore storico, ma un ragazzino… Dopodiché i due presunti assassini si sono recati al loro stabilimento, a fare il bagno con la comitiva di amici. Colpisce l’indifferenza con cui sono state compiute queste azioni successive all’omicidio. Una totale mancanza di empatia e comprensione della gravità del gesto commesso».
È ancora incredula Donatella Di Pietrantonio, la scrittrice abruzzese finalista al premio Strega con L’età fragile (Einaudi), che della sua terra torna a parlarci in ogni romanzo. Nel 2017 con L’Arminuta, tradotto in più di 30 paesi, ha vinto numerosi premi, tra cui il Campiello. L’autrice vive e lavora a Penne, paesino in provincia di quella Pescara dove è stato ucciso a coltellate Thomas Christopher Luciani, il corpo ritrovato tra le sterpaglie in un parchetto, in centro. «È una zona che conosco», ci dice subito quando la raggiungiamo al telefono, impegnata con gli ultimi incontri del premio Strega prima della finale …
«Non è stato ucciso un incallito criminale, uno spacciatore storico, ma un ragazzino… Dopodiché i due presunti assassini si sono recati al loro stabilimento, a fare il bagno con la comitiva di amici. Colpisce l’indifferenza con cui sono state compiute queste azioni successive all’omicidio. Una totale mancanza di empatia e comprensione della gravità del gesto commesso».
È ancora incredula Donatella Di Pietrantonio, la scrittrice abruzzese finalista al premio Strega con L’età fragile (Einaudi), che della sua terra torna a parlarci in ogni romanzo. Nel 2017 con L’Arminuta, tradotto in più di 30 paesi, ha vinto numerosi premi, tra cui il Campiello. L’autrice vive e lavora a Penne, paesino in provincia di quella Pescara dove è stato ucciso a coltellate Thomas Christopher Luciani, il corpo ritrovato tra le sterpaglie in un parchetto, in centro. «È una zona che conosco», ci dice subito quando la raggiungiamo al telefono, impegnata con gli ultimi incontri del premio Strega prima della finale del 4 luglio, «ci abitano degli amici, è un quartiere centrale, vicino alla stazione, dove peraltro io stessa sono stata rapinata anni fa. No, non è per niente tranquillo. Anzi. Pur trattandosi di un quartiere centrale è zona di spaccio e di degrado».
Nelle ricostruzioni del delitto si è parlato di due mondi che si scontrano: la Pescara bene — quella da dove vengono i due presunti assassini — e quella multietnica. Cosa si nasconde nelle viscere di questa città che lei conosce bene?
«Pescara per le dimensioni dei nostri territori è una città grande e, come tutte le città grandi, vive di contraddizioni. È una città viva e vivace, in cui comunque coabitano etnie diverse e situazioni diverse».
La vittima infatti è un ragazzo immigrato, figlio di albanesi…
«Questo ragazzo era già un marginale, con delle grosse difficoltà, aveva sperimentato sulla sua pelle l’esperienza del carcere minorile, che non gli è certo stata d’aiuto. Quel che mi ha colpito però è stato il racconto di chi ha visto, di chi si è trovato sul posto al momento del ritrovamento del corpo. Una persona abituata alla scena dei crimini, eppure rimasta impressionata da questo resto umano buttato su un rovo come fosse un cane, esile… A lasciare scossi è stata la ferocia di quelle oltre venti coltellate inflitte a questo povero corpo, un accanimento superfluo su un coetaneo. Non è stato ucciso un incallito criminale, uno spacciatore storico, ma un ragazzino…».
Cosa che lascia presagire il grande disagio che vi è dietro, disagio di quell’età fragile di cui ci ha parlato nel suo ultimo romanzo. È d’accordo?
«È chiaro che in occasione di questi episodi di cronaca emerge con prepotenza questo disagio dei ragazzi, che qui troviamo da entrambe le parti. Da una parte, c’è un ragazzo fragile per storia familiare, per marginalità appunto, per aver attraversato anche la realtà del carcere minorile. Dall’altra, il disagio opposto ma complementare di ragazzi figli invece di un benessere, di una media borghesia, affetti però da un vuoto abissale, in cui non c’è nessuno spazio per il riconoscimento dell’altro dentro di sé. Nessuna idea della sacralità della vita di un altro. E poi il delitto commesso con tutte queste coltellate, come se si trattasse di un gioco, di una realtà virtuale, quasi una performance tragica dopo la quale si può andare a fare qualsiasi altra cosa, vedere gli amici, svagarsi. Come se nulla fosse accaduto, come se non fosse stato infranto il tabù della sacralità del corpo dell’altro».
Pescara dunque città solo in apparenza tranquilla? Già nell’estate di due anni fa è stata teatro di un’agghiacciante esecuzione ai tavolini di un bar, dove perse la vita l’architetto Walter Albi e rimase ferito l’ex calciatore Luca Cavallito.
«In questo caso vorrei portare l’attenzione su quella fascia d’età tra i 15 e i 18 anni che costituisce una sorta di zona d’ombra della società, dove non arrivano proposte culturali alternative. È come se nessuno se li filasse, non hanno riferimenti. Non sono né bambini, né adulti. Sono nello stesso tempo fragili e aggressivi. Magari li vedi distrutti dalla fidanzatina che li lascia, ma in branco diventano violenti. In quella fascia spesso attecchiscono mode giovanili aggressive. Anni fa Pescara era la capitale del “knockout game”, un gioco che consiste nell’individuare un ragazzo indifeso, solo, coglierlo di spalle e stenderlo con un pugno».
E si tratta della stessa fascia di cui parla ne “L’età fragile”?
«In realtà no. Nel mio romanzo poi parlo di anni diversi, erano i ’90, di un contesto diverso, in montagna: in quel caso marginale era l’assassino. Questi sono invece ragazzi a cui mancano dei pezzi, hanno un io ipertrofico ma totalmente vuoto. Dove manca la rappresentazione dell’altro da sé».