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Giovani precari, il giuslavorista: “Non è vero che sono troppo esigenti. Bisogna punire chi li sfrutta”

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Intervista all’avvocato Giampiero Falasca: “Continuiamo a essere tra gli ultimi in Europa per occupazione femminile e giovanile. La scuola ignora cosa sia il mondo del lavoro”
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«Un Paese che non investe sui propri giovani è un Paese senza futuro». Eppure proprio gli under 30 sono una buona fetta dei tre milioni di lavoratori precari italiani. O dei «dannati», così come li definisce l’avvocato giuslavorista Giampiero Falasca nel suo ultimo libro: “Questo non è lavoro”. E sul record di 24 milioni di occupati registrato a luglio, sostiene, «c’è ben poco da festeggiare».

Per quale motivo?

«Continuiamo a essere tra gli ultimi in Europa per occupazione femminile e giovanile. Se un miglioramento c’è, temo sia più apparente che reale».

I giovani lavoratori non trovano lavoro, ma le aziende lamentano di non trovare personale. Com’è possibile?

«Perché non dobbiamo pensare al mercato del lavoro come un sistema unico, ma c…

«Un Paese che non investe sui propri giovani è un Paese senza futuro». Eppure proprio gli under 30 sono una buona fetta dei tre milioni di lavoratori precari italiani. O dei «dannati», così come li definisce l’avvocato giuslavorista Giampiero Falasca nel suo ultimo libro: “Questo non è lavoro”. E sul record di 24 milioni di occupati registrato a luglio, sostiene, «c’è ben poco da festeggiare».

Per quale motivo?

«Continuiamo a essere tra gli ultimi in Europa per occupazione femminile e giovanile. Se un miglioramento c’è, temo sia più apparente che reale».

I giovani lavoratori non trovano lavoro, ma le aziende lamentano di non trovare personale. Com’è possibile?

«Perché non dobbiamo pensare al mercato del lavoro come un sistema unico, ma come un contenitore di più microsistemi che non comunicano tra loro. In quello delle competenze mancano alcune figure: un manutentore in Veneto è ricercatissimo, ad esempio. Dall’altro lato c’è invece un vasto esercito di persone che non incontra le richieste dal mercato. Una società colta fa bene a tutti, ma ci sono lauree che non garantiscono più degli sbocchi occupazionali».

La soluzione è adattare le proprie aspirazioni alle professioni più richieste, quindi?

«Prima di tutto bisogna inseguire le proprie passioni. Ma sarebbe giusto che ognuno avesse gli strumenti per decidere in modo più consapevole la propria strada».

Cosa manca?

«Un sistema di politica attiva in grado di capire quali siano le carenze formative e, di conseguenza, gli interventi più adatti a colmarle. La scuola ignora cosa sia il mondo del lavoro: la formazione professionale è ferma e abbiamo anche seppellito l’alternanza, che non era un’idea del tutto sbagliata, nonostante alcuni errori. Allo stesso modo l’Università non parla con il sistema produttivo, così ogni anno formiamo delle persone che non sanno come sia il mondo fuori dalle aule».

Ma il mismatch è l’unica causa o si fatica a creare nuove posizioni lavorative?

«Di certo se ci sono tre milioni di contratti precari è anche perché il sistema economico non investe abbastanza sulla produttività. Non c’è più produzione industriale: quante imprese innovative sono nate nel nostro Paese negli ultimi dieci anni? Pochissime. Questo ha un impatto anche sulla qualità dei contratti: non basta che le persone lavorino, dipende anche dalle condizioni in cui lo fanno e da quanto prendono».

E gli under 30 guadagnano meno dei propri genitori e dei coetanei europei.

«Perché oggi persino le occupazioni di qualità sono mal pagate. Questo continuo rimprovero generazionale, con cui si accusano i giovani di essere “choosy”, di non aver voglia di lavorare o di cercare solo lo smartworking, è ingiusto. Persino sul sito del ministero del Lavoro si trovano annunci per “stagisti esperti”, definizione che fa ridere».

Raramente poi gli stage sono finalizzati all’assunzione. Servono più incentivi?

«Storicamente gli incentivi non funzionano. Un grande investimento a costo zero, piuttosto, sarebbe quello di semplificare le regole per i contratti regolari, incluso quello a termine, e dare invece battaglia ai contratti pirata, come le false partite Iva o i finti co.co.co. Il regalo più grande che lo Stato potrebbe fare ai giovani è di perseguire chi sfrutta il loro lavoro».

Si può dire che l’operato del governo in materia, invece, sia stato finora insufficiente?

«Saremmo ingiusti a parlarne male, il ministro del Lavoro è un tecnico molto competente. Negli ultimi 10 o 15 anni non mi sembra ci siano state iniziative di alcun tipo, quindi possiamo dire che la disattenzione sul tema è bipartisan».

E nel frattempo migliaia di italiani fuggono all’estero.

«Una perdita enorme, soprattutto in un paese che ha bisogno di popolazione attiva per sostenere il sistema previdenziale».

Perché non si interviene allora?

«Perché l'economia grigia regge enormi pezzi di alcuni settori economici. Bisognerebbe scomodare tante situazioni consolidate, con il rischio di perdere consensi. Questo Paese è interessato solamente a tutelare le rendite di chi un lavoro ce l’ha già e vuole difendere la sua posizione a tutti i costi».

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