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“L’Italia ha combattuto il fascismo, dia la libertà a mia nipote che si è ribellata agli ayatollah”. L’appello dello zio di Maysoon, la regista in carcere come scafista

Crotone, Maysoon Majidi in aula

 
Dalla Germania dove la attendeva, lo zio si rivolge agli italiani “che amano e praticano la giustizia”. In aula le prove si sgretolano, ma il Tribunale dice no ai domiciliari
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“Gli Italiani hanno combattuto più di vent’anni contro il fascismo, per la libertà, la democrazia e la giustizia”. E allora che ci fa dentro un carcere italiano una ragazza costretta a fuggire da un regime che ha combattuto e la bracca ancora? Giornalista, da tempo rifugiato in Germania, Ali Majidi aspetta da quasi un anno di riabbracciare la nipote Maysoon, regista e attivista costretta a fuggire dall’Iran, giocandosi la vita su uno dei tanti velieri che solcano la rotta orientale.

“Scafista, capitana”, è l’accusa della procura di Crotone, sorda a qualsiasi richiesta di scarcerazione, o anche solo di domiciliari. Una ragazzina in fuga dagli ayatollah perché vittima di una doppia, tripla persecuzione: perché donna, perché curda, perché indisponibile a piegarsi, spiegano la famiglia, gli attivisti del suo partito, Komala, organizzazioni come Amnesty international, i comitati che in sua difesa sono nati. Il Tribunale rimane sordo, lei in carcere, anche fisicamente consumata da una detenzione di cui non comprende il motivo.

La lettera dello zio

E non lo capisce neanche lo zio, che affida ad una lettera che Repubblica ha avuto modo di leggere, il suo dolore, il suo stupore, il suo appello perché la nipote abbia giustizia e libertà.

Ci sono più di duemila chilometri fra Crotone e la Germania, ma ad Ali Majidi sembrano quasi anni luce. E in un deforme gioco di specchi, l’Italia che nelle sue letture di bambino era simbolo di lotta per la libertà, per la pace, per il bene della comunità, è diventata gabbia incomprensibile.

“Avevo programmato di venire in Italia come turista e visitare Firenze nel mese di agosto di quest’anno, però nel dicembre del 2023, quando ho sentito la notizia dell’arresto di mia nipote Maysoon, senza che avesse commesso nessun reato, non me la sono sentita più di fare il viaggio e realizzare il mio sogno”. Per paura di un Paese di cui non comprende più le dinamiche e “per protesta contro l’ingiustizia che sta subendo Maysoon”.

Incarcerata solo sulla base di due testimonianze

Nei processi per “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina” spesso bastano un paio di testimonianze, una foto che ritragga l’accusato a bordo magari con un mezzo sorriso, e si finisce dentro. Poi tocca all’avvocato – se dalla lotteria della difesa d’ufficio salta fuori uno specialista della materia – o al mediatore – se c’è – provare a smentire un quadro accusatorio che per lo più viene fuori da un paio di testimonianze raccolte dopo l’arrivo. Marjam Jamali, un’altra donna iraniana arrestata nello stesso periodo con la medesima accusa nonostante viaggiasse persino con un figlio piccolo, ci ha messo mesi. Maysoon ancora combatte.

L’hanno accusata in due, o almeno questo dicono i verbali. Per la procura, oggi sono irreperibili. Ma avvocati e giornalisti li rintracciano e ci parlano senza problemi, sono in Gran Bretagna, la prima versione se la rimangiano, sostengono di essere stati fraintesi.

Tutta colpa del Capodanno Rai

“Come mai solo due?”, chiede il presidente del tribunale. Colpa del capodanno Rai, di forze risicate, di feste e ferie. Ufuk Akturk, il comandante di quel veliero, lo dice fin da subito: “Maysoon non ha nulla a che vedere con tutto questo, era una passeggera”. E lei mostra le ricevute di pagamento di quel viaggio, disegna prima, quando non aveva a disposizione neanche un mediatore che traducesse i suoi pensieri, spiega poi, le ragioni della sua fuga, quel viaggio, la paura, le speranze. Niente. Non basta.

Non basta che il suo telefono sia rimasto muto durante la traversata a dispetto di quanto racconti una grossolana perizia preliminare, non basta che non ci sia traccia di contatti con la rete che ha organizzato quel viaggio. Non basta neanche che in aula un perito faccia parlare il telefono della ragazza, dalle viscere tiri fuori una chat che risale a prima del viaggio, in cui lei stessa annota le tappe della sua odissea e la raccolta fondi grazie alla quale è riuscita a partire, non serve neanche che il mediatore di Frontex smentisca la ricostruzione finita agli atti.

Il pm punta il dito contro i giornali

Il “solido impianto probatorio” asserito dalla procura che ha portato Maysoon Majidi a processo, si sta sgretolando udienza dopo udienza. Ma per la pm Maria Rosaria Multari è tutta colpa dei giornali, che in aula sbandiera. “Alla luce dell’inquinamento probatorio che emerge dagli atti acquisiti e da articoli e video postati sul caso, si esprime parere contrario", scrive poi la magistrata per esprimere parere contrario all’ennesima richiesta di domiciliari.

La richiesta l’aveva fatta la stessa Maysoon in aula, da quella gabbia che sembra diventare sempre più grande mentre lei si assottiglia. Per protesta prima, per disperazione poi l’attivista ha smesso di mangiare, oggi non pesa più di trentotto chili, anche tornando in carcere dopo l’ultima udienza ha avuto un malore.

L’Italia si conosce come Paese civile, non tenga in carcere un’attivista”

Da lontano, lo zio viene informato e sempre più esterrefatto non comprende, né capisce. Il contatto più diretto che abbia avuto con l’Italia è stata una vicina di casa, ma “secondo un’idea molto diffusa, gli italiani sono in gran parte persone civili”, scrive nella sua lettera.

“Posso dire di aver in parte conosciuto gli italiani attraverso la mia vicina di casa; li ritengo persone che, in gran parte, amano e praticano la giustizia. Io attendo che, tra breve, Maysoon Majidi, fuggita dal regime dittatoriale dell’Iran, possa abbracciare la libertà e vivere serenamente; spero che il giudice sancisca la sua innocenza, in base al principio di giustizia”, è il suo auspicio e il suo appello.

“Sono certo che l’Italia, per la sua storia e il patrimonio di lotta che la contraddistingue, ridarà la libertà ad una ragazza, a un’artista, a un’attivista generosa nella difesa dei diritti dei cittadini”.

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