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L’appello di 63 ong: “La Tunisia non è Paese sicuro. Basta finanziamenti e accordi”

L’appello di 63 ong: “La Tunisia non è Paese sicuro. Basta finanziamenti e accordi”

Mentre il presidente Kais Saied si avvia verso una rielezione quasi scontata, la società civile delle due sponde del Mediterraneo si rivolge all’Ue: “Non sia complice di una dittatura”

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“La Tunisia non è Paese sicuro, l’Ue interrompa ogni forma di finanziamento e collaborazione”. Mentre il presidente Kais Saied – “interlocutore privilegiato nel Mediterraneo” per la premier Giorgia Meloni - conquista una facile rielezione dopo l’eliminazione per presunte irregolarità di quindici candidati d’opposizione su diciassette, 63 ong chiedono all’Europa di prendere posizione sulle “reiterate e dilaganti” violazioni dei diritti umani nel Paese e soprattutto di agire di conseguenza.

Un appello, spiega Giorgia Linardi di Sea Watch, nato come “un ponte fra società civile di Nord Africa e Europa”, che insieme chiedono “che l’affermazione di una dittatura in Tunisia non avvenga nel silenzio e con il tacito accordo dell’Unione europea, che negli ultimi anni, con l’Italia a fare da capofila, è stata molto attiva nello stringere accordi di contenimento delle persone migranti e di predazione economica, a discapito del rispetto dei diritti umani”.

Ultimo step, solo in ordine di tempo – spiegano le ong, fra cui Sea Watch, Alarm phone, Mediterranea, Medici senza frontiere, Amnesty International - il riconoscimento formale di una zona di ricerca e soccorso, nonostante da più di un anno i migranti subsahariani presenti nel Paese, pubblicamente bollati come “persone non grate” dal presidente Saied, siano diventati bersaglio di vere e proprie persecuzioni. Arresti arbitrari, violenze, raid negli uliveti alla periferia di Sfax dove i più hanno trovato rifugio: chi può dalla Tunisia fugge. Ma anche attraversare il mare è tutt’altro che semplice. E non solo per le traversate su barchini più che precari.

Da oltre un anno, la Tunisia è considerata dall’Ue in generale e dall’Italia in particolare “partner strategico” nella gestione dei flussi migratori. Allo scopo, Roma ha stanziato un finanziamento da 4,8 milioni per rimettere a nuovo sei motovedette, consegnate nei mesi scorsi e subito messe in funzione. Da allora – spiegano in dettagliati report l’Organizzazione mondiale contro la tortura e Alarm phone – chi riesce ad attraversare il Mediterraneo parla di naufragi causati da manovre spericolate, intercettazioni violentissime con tanto di lancio di lacrimogeni, barche private del motore e abbandonate alla deriva.

Per le 63 ong, “l'Unione europea e i suoi Stati membri, rafforzando la loro cooperazione con la Tunisia per tenere i migranti lontani dalle coste europee, violano i diritti umani sanciti dalle Convenzioni internazionali”, rendendosi complici “di ulteriori gravi violazioni dei diritti umani in Tunisia, a mare e a terra”. Chi viene riportato indietro, sempre più spesso viene deportato al confine con la Libia o l’Algeria e abbandonato nel deserto senza né acqua, né viveri. In altri casi, si legge nell’appello, “sono state trasferite direttamente alle autorità libiche, che le hanno poi sottoposte a detenzioni arbitrarie, lavori forzati, estorsioni, torture e altri maltrattamenti e uccisioni illegali”.

Lo hanno raccontato anche decine di naufraghi, riusciti poi a fuggire attraversando il mare dalla Libia. Molti, come Fati e Marie, mamma e figlia trovate morte abbracciate nel deserto, non potranno testimoniare mai cosa sia successo: a quel deserto non sono sopravvissuti.

Al confine con Algeria e Libia, negli ultimi mesi sono state scoperte diverse fosse comuni su cui le Nazioni Unite stanno indagando. “Li portano con i camion, pick up e bus, dopo averli catturati al nord in seguito a retate. Li buttano giù a calci, senza acqua. Ci sono anche madri con bambini, ma a tutti dicono di camminare verso l'Algeria "da dove sono venuti". E molti non ce la fanno. Muoiono li – spiega Luca Casarini di Mediterranea Saving Humans – da mesi noi stiamo monitorando la situazione”.

Motivi sufficienti, spiegano le ong, perché “alle navi civili e commerciali non sia dato l’ordine di sbarcare qualcuno in Tunisia”. In tanti, se non tutti della flotta civile, si rifiuteranno di farlo. “Lì non esiste un sistema di asilo e non c'è protezione per i rifugiati – spiega Marie Michel di Sos Humanity – per noi è inammissibile portare in Tunisia le persone che abbiamo, perché ciò significherebbe violare il diritto internazionale. La Tunisia, così come la Libia, non è un luogo sicuro”.

Per i migranti subsahariani, come per i tunisini, oggi in Italia condannati alle procedure accelerate di frontiera perché di default considerati non meritevoli di asilo perché provenienti da Paese sicuro, quanto meno per il Viminale. “Dal 2021 – si legge nell’appello delle 63 ong - il Paese ha assistito a un significativo arretramento dei diritti umani, caratterizzato dallo smantellamento delle garanzie istituzionali per la loro protezione, dall'erosione dell'indipendenza giudiziaria e da un giro di vite sulla libertà di espressione, associazione e riunione pacifica”.

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