✕

Alarm phone compie dieci anni. “Dalla Manica al Mediterraneo, situazione migranti sempre più drammatica”

Ascolta l'audio

Nata in risposta ai drammatici naufragi dell’ottobre 2013, la rete nel tempo si è allargata: oggi conta trecento attivisti tra Europa e Nordafrica, ha assistito ottomila barche
3 minuti di lettura

“Prima o poi tutti devono morire, ma non così, non abbandonati in mare o in terra. Mi è capitato spesso di accompagnare barche che non sono mai arrivate. Ed ogni volta mi sento ferita, frustrata perché di quelle vite non importa a nessuno”. Quando è di turno e il telefono squilla, Aissatou, attivista maliana che come gli altri chiede di omettere il cognome per ragioni di sicurezza, sa che da quella comunicazione – il più delle volte disturbata da vento, mare e paura – può dipendere il destino di decine, se non centinaia di persone.

Sono quelle che per sopravvivere non hanno altra scelta che attraversare il mare, con un numero di emergenza come unico salvagente. Risponde Alarm phone, la rete di attivisti che da dieci anni raccoglie e rilancia gli Sos che arrivano dalle frontiere. Sono trecento, sparsi fra Europa e Nord Africa e dall’11 ottobre 2014 sono l’unica se non l’ultima speranza per chi si giochi la vita su un guscio di legno o di latta non solo in mezzo al Mediterraneo, ma anch…

“Prima o poi tutti devono morire, ma non così, non abbandonati in mare o in terra. Mi è capitato spesso di accompagnare barche che non sono mai arrivate. Ed ogni volta mi sento ferita, frustrata perché di quelle vite non importa a nessuno”. Quando è di turno e il telefono squilla, Aissatou, attivista maliana che come gli altri chiede di omettere il cognome per ragioni di sicurezza, sa che da quella comunicazione – il più delle volte disturbata da vento, mare e paura – può dipendere il destino di decine, se non centinaia di persone.

Sono quelle che per sopravvivere non hanno altra scelta che attraversare il mare, con un numero di emergenza come unico salvagente. Risponde Alarm phone, la rete di attivisti che da dieci anni raccoglie e rilancia gli Sos che arrivano dalle frontiere. Sono trecento, sparsi fra Europa e Nord Africa e dall’11 ottobre 2014 sono l’unica se non l’ultima speranza per chi si giochi la vita su un guscio di legno o di latta non solo in mezzo al Mediterraneo, ma anche sulla rotta atlantica, nella Manica o nel deserto.

La risposta ai naufragi del 2013

“Dopo i naufragi del 2013, soprattutto dopo quelli del 3 e dell’11 ottobre, la nostra domanda era: ‘cosa sarebbe successo se ci fosse stato un attore indipendente a parlare con le persone a bordo, a rilanciare le loro richieste di aiuto?”, racconta Anna, ricercatrice siciliana, fra le pioniere del network. All’epoca, l’unica speranza per chi si trovasse in difficoltà era padre Moussie Zerai. Il numero del sacerdote italo-eritreo era sui muri di tutti i lager libici, chi attraversava il mare, lo imparava a memoria, prima di salire sulle carrette su cui lo si affronta. Quando arrivava il mayday, era lui a pungolare le autorità perché intervenissero in soccorso.

L’11 ottobre 2014 è nata Alarm phone. Una data simbolica, il primo anniversario del “naufragio dei bambini”, costato la vita a 268 persone, fra cui più di sessanta minori. Da allora, in dieci anni sono state assistite e accompagnate più di ottomila barche su tutte le rotte del Mediterraneo, dell’Atlantico e della Manica, in media due casi al giorno per 3.650 notti e giorni. “Inizialmente non mi sembrava neanche un progetto concretamente realizzabile, invece è dieci anni che siamo qui e il nostro è un lavoro davvero necessario”, racconta Nour, una delle attiviste tunisine della rete. “A volte mi chiedo quando non ci sarà più bisogno di Alarm phone e potremo fermare questo progetto”.

[[(Audio) Il naufragio di Lampedusa, trovati i corpi di sette dispersi. Alarm phone: 'Le autorità siano chiamate a rispondere di queste morti']]

Il punto di non ritorno degli accordi Italia Libia

Non è in agenda al momento, anzi. “Dieci anni fa non avrei pensato che oggi ci saremmo ritrovati in una situazione peggiore di quella in cui eravamo quando la rete è stata costruita”, sospira Anna. All’epoca, Triton aveva sostituito Mare Nostrum, la prima e unica missione di soccorso europea, si iniziava a parlare di controllo delle frontiere e non di salvataggi. Poi è arrivato il 2017 ed è stato un punto di non ritorno. “A febbraio del 2017, la Guardia costiera ci disse di rivolgerci ai libici. È stato uno shock, perché già all’epoca le persone rimandate indietro venivano regolarmente sottoposte a trattamenti inumani e degradanti – spiega - Di fatto erano e sono espulsioni collettive”.

Da allora, la rete di Alarm phone ne ha documentate a centinaia. Verso la Libia, come verso la Tunisia. “Le autorità europee stanno mettendo in campo tutte le loro forze, competenze e risorse per bloccare le partenze, per evitare che le persone si trovino in mare nelle zone di loro responsabilità, quindi assistiamo alla moltiplicazione di intercettazioni, che non possono essere considerazioni di soccorso, sono catture, da parte di Libia e Tunisia e questo avviene grazie ai finanziamenti e all’addestramento Ue”. Una stretta che non ha fermato le partenze, ha reso la rotta solo più pericolosa.

Naufragi in diretta e disperate richieste di aiuto

E non è facile per chi “accompagna” una barca, per chi ascolta dall’altro capo del telefono un naufrago che concitato dice che lo scafo è pieno d’acqua, che i tubolari sono sgonfi, che lì a bordo è pieno di bambini e tutti hanno paura di morire. “Senti addosso una responsabilità enorme, che toglie il respiro – racconta Anna - devi fare tutti gli sforzi possibili per comprendere al meglio quello che ti stanno dicendo, per passare le informazioni corrette”. La pressione è enorme. “Così come la frustrazione, la tristezza, la rabbia, quando si finisce per sapere che qualche barca non è mai arrivata, o quando le richieste di aiuto cadono ripetutamente nel vuoto. Si ha la sensazione che quelle persone non interessino a nessuno, che la decisione di intervenire o meno dipenda da valutazioni politiche e non dal rispetto della vita umana”, dice Aissaitou.

Togliere un mattone dal muro per costruire un ponte

Alcuni lasciano: troppi traumi, troppo dolore. Alcuni fanno un passo indietro poi tornano. I più continuano, con determinazione incastrano le ore di veglia accanto il telefono con il lavoro, la vita familiare e relazionale, rinunciano a pezzi interi di giornate perché bisogna stare allerta, essere vigili, il telefono potrebbe squillare. “In passato pensavo che una volta diventata madre, avrei lasciato la rete. Invece è stata una molla in più per continuare. Penso continuamente a quanto sia differente essere mamma qui e sull’altra sponda del Mediterraneo”.

Ci si prova a mettere dei paletti, a non farsi fagocitare. “Ma non è semplice perché diventa parte della tua vita”, spiega Nour. E gli altri che come te passano notti e giorni appesi a un filo, una sorta di famiglia. “Solo loro possono capire certe sensazioni, solo loro sanno cosa si prova”, mormora Aissaitou. È legame che si cementa nelle notti insonni, nella conoscenza condivisa delle ferite provocate dal confine, nel comune intento di “chi, con ogni turno, toglie un mattone dal muro e lo usa per costruire un ponte”.

Leggi i commenti