Il terzo viaggio di Dulal, il migrante zero: “Sballottati senza meta, è una tortura infinita”
dai nostri inviati Alessia Candito e Davide Carlucci«È tutto così veloce, non stiamo capendo niente!». Mentre parla fa tenerezza Dulal, lo chiameremo così per tutelare almeno la sua identità e la sua vita futura. E’ a Gjader ormai da un giorno, ma ancora non capisce bene dove si trovi, da lì si vedono solo reti, gabbie, muri. Parla concitato con Amr Ader, il mediatore culturale dell’Arci che ha accompagna la delegazione dei parlamentari italiani di opposizione arrivati in Albania per monitorare il primo trasferimento nei nuovi centri dei naufraghi intercettati di fronte a Lampedusa.
Carnagione scura, capelli folti con la scriminatura a destra, tutto infagottato in una felpa nera, ha 44 anni. È uno dei più anziani fra i dodici “esiliati” in Albania, ma non se la sente di fare da guida. Ha paura anche lui.
Arrivato al porto di Shengjin ha dovuto aspe…
«È tutto così veloce, non stiamo capendo niente!». Mentre parla fa tenerezza Dulal, lo chiameremo così per tutelare almeno la sua identità e la sua vita futura. E’ a Gjader ormai da un giorno, ma ancora non capisce bene dove si trovi, da lì si vedono solo reti, gabbie, muri. Parla concitato con Amr Ader, il mediatore culturale dell’Arci che ha accompagna la delegazione dei parlamentari italiani di opposizione arrivati in Albania per monitorare il primo trasferimento nei nuovi centri dei naufraghi intercettati di fronte a Lampedusa.
Carnagione scura, capelli folti con la scriminatura a destra, tutto infagottato in una felpa nera, ha 44 anni. È uno dei più anziani fra i dodici “esiliati” in Albania, ma non se la sente di fare da guida. Ha paura anche lui.
Arrivato al porto di Shengjin ha dovuto aspettare quasi due ore per le procedure di sbarco. Poi altre ore di attesa all’interno del centro. Prima per lavarsi, per cambiarsi, per avere la sua razione di cibo precotto. Quindi la visita medica, l’intervista con i mediatori culturali. La fotosegnalazione, la raccolta delle impronte digitali. Infine altre ore nella sala d’aspetto per l’autobus che lo ha portati al centro in collina. Dove è cominciata la trafila degli altri controlli della procedura accelerata, uno dopo l’altro a distanza di pochi minuti. Tutto questo in un via vai di ruspe e betoniere, furgoncini e squadre di operai: il centro, come hanno denunciato i parlamentari, è un cantiere ancora in costruzione, lo dice anche l’insegna all’ingresso.
Attorno è tutto enorme: lo era la nave Libra su cui ha viaggiato dopo essere stato intercettato su quello straccio su cui è scappato dalla Libia, lo era Shengjin, il primo centro dove lo hanno portato appena sceso dalla nave, e poi, ancor più sproporzionato, quello di Gjader, con le ruspe ancora al lavoro. «Mi hanno sempre parlato in inglese, non capivo cosa mi dicessero, né sulla nave, né dopo», ha spiegato alla sua avvocata, Silvia Calderone e ha ripetuto in udienza.
Stavano viaggiando, vedeva le luci della terraferma poi, improvvisamente - ricostruisce - si è avvicinata una motovedetta. Alcuni sono rimasti a bordo, loro no. “Ci hanno fatto salire sulla nave militare, non ci hanno spiegato niente. O meglio, ci hanno detto troppe cose in poco tempo. Quando eravamo ci hanno dato un foglio in una lingua che non capivamo, ma non sappiamo che tipo di procedure seguire”.
Un operatore della Medihospice, la cooperativa che si è aggiudicata il milionario appalto dei centri albanesi non si allontana mai e interviene. «Non è vero a loro è stato spiegato tutto». In realtà, è emerso dai colloqui con i legali non è proprio così. Solo chi ha trovato sulla motovedetta un mediatore bengalese ha capito che non sarebbe mai arrivato in Italia, ma sarebbe stato rispedito molto più lontano. Lui lo ha scoperto sulla Libra.
Gli hanno spiegato che la sua permanenza lì dipenderà da quello che decideranno dei giudici che però sono lontani, in collegamento dall’Italia, dove lui sperava di arrivare. «C’è mio fratello lì».
Nella saletta per le udienze in videoconferenza arriva intorno alle 9.30. è spaesato, spaventato. Alle 9.57 dallo schermo al centro della stanza appaiono due donne, una è bionda e ha gli occhiali, l’altra è bruna. Sono le due giudici del tribunale di Roma, Silvia Albano e Antonella Di Tullio.
“Mi chiamo Dulal - comincia lui - e sono cittadino del Bangladesh. Sono nato il 4 maggio del 1980. Ho lasciato il mio Paese perché avevo tanti problemi, voglio raggiungere mio fratello, che risiede in Italia da tanto tempo”. Titubante, accenna alla sua storia. L’ha già raccontata altri giudici e funzionari, chiamati a decidere sulla sua richiesta d’asilo. Mentre parla ancora non sa che l’hanno giudicata “manifestamente infondata”. L’ha confidata anche ai parlamentari – Riccardo Magi di +Europa, Rachele Scarpa del Pd, Francesca Ghirra – che sono entrati a Gjader e hanno preteso di parlare con gli ospiti.
Prima timidamente, poi con sempre maggiori dettagli ha spiegato che lì, in Bangladesh, da tempo vivere è pericoloso, non si può parlare, non si può protestare, la repressione è durissima. Anche lui ha avuto problemi politici, ha mormora senza entrare in dettaglio, che si sono aggiunti a quelli economici e ai guai familiari, con un parente diventato il suo peggior nemico. Niente dettagli sul perché. “Se torno lì – ha continuato a ripetere - mi ammazzano”. Anche la moglie, rimasta indietro in attesa di poterlo raggiungere in un posto e in un modo più sicuro, lo ha capito.
“Non posso fare altro che partire”. Succedeva un anno fa. In mezzo c’è stata la Libia, un Paese diventato grande quanto un incubo. Aveva iniziato a lavorare lì, faceva l’imbianchino. Poi un giorno, il taxi collettivo non lo ha portato a casa, ma in una prigione. La gestivano libici e bengalesi insieme e insieme presentavano sempre la stessa richiesta: “paga o muori qui”. Più volte lo hanno torturato, i video durante i quali viene picchiato come una bestia, inviati alla famiglia. Per cinque mesi è rimasto chiuso in una stanza al buio, la luce arrivava solo insieme ai carcerieri e alle botte. Al buio, i filmati non rendono. “Hanno dovuto vendere casa e terre per mettere insieme i soldi, i miei carcerieri volevano 22mila euro”. La sua vita l’ha dovuta comprare.
Nessuno durante la fase di “screening” glielo ha chiesto. Né sulla nave, né dopo. Nessuno ha cercato i segni di torture, solo eventuali sintomi di malattie infettive o scabbia, e tanto è bastato per dichiararlo “compatibile con il trattenimento”. Nessunogli ha spiegato cosa stesse succedendo. «Mi sento una pedina», spiega dopo l’udienza alla delegazione si sente sballottato, è dentro un gioco che non riesce a interpretare. “Ci hanno fatto salire sulla nave militare, non ci hanno spiegato niente. O meglio, ci hanno detto troppe cose in poco tempo. Sulla nave ci hanno dato un foglio in una lingua che non capivamo, ma non sappiamo che tipo di procedure seguire”. “Non è vero”, lo contraddice un operatore della cooperativa Medhospice “a loro è stato spiegato tutto”.