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Caso Albania, i dodici esiliati a Bari ma il governo manderà un’altra nave in Albania

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La Libra pronta a partire in settimana. I migranti: “Fateci dire ai nostri parenti che siamo vivi”
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Dalla collina di Gjader, nel deserto bucolico popolato da asini e pecore inframezzato dai rumori delle ruspe, alle campagne periferiche di Bari, dove nigeriani, ivoriani, bangladesi attraversano un tunnel camminando carponi per oltrepassare la linea ferroviaria ed entrare nel centro, bypassando il filo spinato. Scaraventati in un megacentro da ottocento posti formali, ma più di mille reali, i dodici naufraghi che il governo Meloni ha fatto carambolare per mezzo Mediterraneo e due Paesi, adesso hanno anche paura di parlare. E gli avvocati che li assistono non riescono neanche a contattarli, nonostante sia cominciato già da due giorni il conto alla rovescia per il ricorso contro il diniego della richiesta di protezione internazionale.

Sulla loro pelle, l’esecutivo ha …

Dalla collina di Gjader, nel deserto bucolico popolato da asini e pecore inframezzato dai rumori delle ruspe, alle campagne periferiche di Bari, dove nigeriani, ivoriani, bangladesi attraversano un tunnel camminando carponi per oltrepassare la linea ferroviaria ed entrare nel centro, bypassando il filo spinato. Scaraventati in un megacentro da ottocento posti formali, ma più di mille reali, i dodici naufraghi che il governo Meloni ha fatto carambolare per mezzo Mediterraneo e due Paesi, adesso hanno anche paura di parlare. E gli avvocati che li assistono non riescono neanche a contattarli, nonostante sia cominciato già da due giorni il conto alla rovescia per il ricorso contro il diniego della richiesta di protezione internazionale.

Sulla loro pelle, l’esecutivo ha cercato la prova di forza con la magistratura, ha perso, lanciato di nuovo il guanto di sfida e ora si prepara allo scontro, con nuovi trasferimenti in programma già per la prossima settimana. Loro, in mezzo come vasi di coccio, in Italia finiscono per arrivarci quasi una settimana dopo averne visto le luci dal mare. Sul molo di Shengjin, davanti all’hotspot in cui mercoledì sono entrati scortati da due ali di poliziotti e in mezzo a un nugolo di operatori e funzionari, ieri mattina sono stati portati quasi di soppiatto. Non erano neanche le nove quando il pullman scuro partito dal centro di trattenimento di Gjader ha attraversato le strade semideserte diretto al porticciolo. Niente pattuglie, niente scorte, poche telecamere rimaste a riprendere la scena. La nave Visalli della Guardia costiera, partita da Trapani, aveva appena ormeggiato accanto ai vecchi pescherecci che si allineano davanti al nuovo hotspot.

Il sole picchia e fa quasi brillare il filo spinato appena steso sulla vecchia rete che separa il porto dalle baracche dei pescatori. I dodici migranti scendono in fretta, rapidamente vengono accompagnati verso la Visallo.

È una dei tre “Angeli del mare”, le unità navali specificamente progettate per le missioni di ricerca e soccorso, in grado di affrontare le onde anche quando le altre imbarcazioni devono restare in porto. Adesso, sotto la scritta Sar – Search and Rescue (Ricerca e soccorso) che campeggia come una promessa sulla murata, sfilano naufraghi a cui l’Italia non ha voluto dare porto sicuro e ha spedito in Albania.

Infagottati in una tuta nera, una borsa di plastica in mano con dentro poche cose, salgono in fretta. La Visalli è veloce, sul mare corre fino a 30 nodi, alle 15,30 è già a Bari, in ritardo di mezz’ora per il mare mosso. Piove a dirotto quando i naufraghi scendono, lo sbarco dura 22 minuti. Vengono fatti salire su una camionetta della polizia e portati subito al Cara, il centro realizzato nel 2008 in una base dell’aeronautica militare di fronte all’aeroporto civile di Palese.

Ma il governo tira dritto. A Gjader, il centro di trattenimento tirato su fra le montagne a una ventina di chilometri da Shengjin, le ruspe sono ancora al lavoro. Da dietro la prima recinzione a maglia fitta, che impedisce anche solo di intuire quello che accada all’interno, si sentono martelli pneumatici e camion, operai che si urlano istruzioni, ogni tanto sfila l’ombra dei poliziotti che pattugliano il centro vuoto. “Tutto questo non va bene”, dice la signora Kristina, che lavora a maglia sotto il portico dell’unica casa abitata nel raggio di chilometri. È esattamente davanti al nuovo centro. Il cancello improvvisamente si apre, esce una motrice con un modulo prefabbricato a rimorchio. È destinato alla polizia albanese, che in virtù del protocollo siglato dai premier Giorgia Meloni ed Edi Rama, deve vigilare il perimetro della struttura ma non ci può entrare. «Quello che avviene lì dentro non ci riguarda», dicono i due di turno. Disinteressati, come l’Albania, salvo poche eccezioni, sembra esserlo all’intera operazione. Davanti a Gjader, la strada è ancora da sistemare, il terreno irregolare. Per far stare dritto il modulo, tocca puntellarlo con un paio di mattoni. A colpi di decreto, il governo promette di fare lo stesso per tenere in piedi quelle che la premier definisce soluzioni innovative, ma per i magistrati solo procedure illegittime.

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