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“La felicità non è in Italia”. Un giovane su tre sogna di andarsene all’estero

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Dopo la pausa dovuta al Covid riparte l’esodo degli under34, tra cui il 43% ha finito l’università. In un anno espatriati in 50 mila
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Non è tanto una questione di lavoro stabile, nonostante le sacche di precariato che restano in Italia. E non è solo un fatto di stipendi, nonostante nel nostro Paese siano fermi a livelli tra i più bassi in Europa. Quel che spinge tanti giovani italiani ad espatriare, e che all’estero li trattiene, sono le opportunità. L’opportunità di essere valorizzati, di crescere, avere responsabilità e fare carriera (a tutti i livelli), di lavorare in un ambiente vario e meritocratico, di bilanciare professione e vita privata. In sintesi: l’opportunità di sentirsi felici, più di quanto potrebbero mai essere in patria. Così, se un terzo dei ragazzi che vivono in Italia si dice pronto a partire, in un sondaggio condotto dalla a Fondazione Nord Est su una platea di Under34 delle regioni settentrionali, solo il 16% di chi è all’estero pensa di tornare, per lo più per ragioni familiari. Perché dovrebbe altrimenti? Oltre nove su dieci pensano di avere maggiori possibilità di realizzazione lavorativa lì…

Non è tanto una questione di lavoro stabile, nonostante le sacche di precariato che restano in Italia. E non è solo un fatto di stipendi, nonostante nel nostro Paese siano fermi a livelli tra i più bassi in Europa. Quel che spinge tanti giovani italiani ad espatriare, e che all’estero li trattiene, sono le opportunità. L’opportunità di essere valorizzati, di crescere, avere responsabilità e fare carriera (a tutti i livelli), di lavorare in un ambiente vario e meritocratico, di bilanciare professione e vita privata. In sintesi: l’opportunità di sentirsi felici, più di quanto potrebbero mai essere in patria. Così, se un terzo dei ragazzi che vivono in Italia si dice pronto a partire, in un sondaggio condotto dalla a Fondazione Nord Est su una platea di Under34 delle regioni settentrionali, solo il 16% di chi è all’estero pensa di tornare, per lo più per ragioni familiari. Perché dovrebbe altrimenti? Oltre nove su dieci pensano di avere maggiori possibilità di realizzazione lavorativa lì dove sono, oltre otto su dieci anche più possibilità di realizzazione personale.

Sono numeri che raccontano perché l’Italia stia perdendo la sfida più importante di tutte: quella per il capitale umano. Dopo l’illusorio congelamento della pandemia. L’anno scorso il flusso di espatri dei giovani tra i 18 e i 34 anni è ripartito ai livelli di prima, sia per uscite (50 mila), che per saldo negativo con le entrate (-34 mila). In dieci anni abbiamo perso 350 mila under, dato sicuramente sottostimato visto che tanti aspettano prima di spostare la residenza. Quel che è peggio, tra chi se ne va la quota dei laureati sta costantemente salendo e l’anno scorso è arrivata al 43%.

Ma il sondaggio “parallelo” della Fondazione Nord Est tra chi è rimane e chi è partito (nel report I giovani e la scelta di trasferirsi all’estero) permette soprattutto di farsi un’idea delle motivazioni. La prima evidenza che emerge è nella visione del futuro: “felice” per il 69% dei giovani all’estero contro il 45% di chi è restato, “ricco di opportunità” per il 67% contro il 34, “pauroso” solo per il 23% contro il 34 di chi vive in Italia. I fattori che suggeriscono di partire - politiche per i giovani, salari, condizioni e ambiente lavorativo, cultura aziendale, meritocrazia - sono vari ed evidenti anche a chi è qui. Ma a stupire è il fatto che per chi è effettivamente andato, e quindi può paragonare a ragion veduta il Paese d’elezione con l’Italia, ognuno di quei fattori diventa ancora più sbilanciata a favore dell’estero. Perfino la sanità, perfino la tanto decantata qualità della vita.

«Sicuramente qui ci sono cose che mi mancano, penso al patrimonio culturale, al clima, al calore delle persone», dice Jessica R., 31 anni, originaria di Caserta, che dopo un dottorato in tecnologie biomediche ad Eindhoven è rimasta e ha trovato lavoro in una multinazionale. «D’altra parte l’organizzazione della burocrazia è pazzesca e tutto è digitale: anche questo è qualità della vita». Quel che la Fondazione Nord Est rileva per i giovani delle regioni settentrionali, in teoria più ricche di opportunità, vale a maggior ragione per i giovani del Sud. Jessica racconta che dopo l’Erasmus in Olanda ha deciso di proseguire lì con il dottorato, anche perché lo stipendio è doppio. E poi è lì che ha cercato e trovato lavoro - anche grazie al supporto del collocamento pubblico - con un primo stipendio da oltre 3 mila euro al mese. «L’impressione è che qui le aziende valorizzino di più i giovani: non esiste un tirocinio non retribuito, come se l’azienda ti facesse un piacere. L’altra cosa diversa rispetto all’Italia è la grande attenzione al bilanciamento tra lavoro e vita fuori, dopo le 18 o nel weekend nessuno si aspetta che tu risponda».

Anche nell’indagine della Fondazione Nord Est emergono questi aspetti di cultura aziendale e del lavoro, a cui i giovani attribuiscono un valore anche superiore al salario. E per cui il divario percepito o vissuto all’estero chiama in causa direttamente le imprese italiane. Su un solo aspetto, a parte la ricchezza culturale, l’Italia eccelle, sia agli occhi di chi rimane sia a quelli di chi è partito: il livello del nostro sistema educativo. Ma è una eccellenza doppiamente sprecata, visto che nel passaggio dall’università al mondo del lavoro quelle competenze non sono valorizzate.

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