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Cybersecurity, poteri all’antimafia. Piantedosi frena: le leggi ci sono già

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Indagheranno le direzioni distrettuali come per il terrorismo e il crimine organizzato. Scontro nel governo sulle pene più severe
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Il decreto sulla cybersicurezza è slittato, ma soltanto di un paio di settimane. La bozza è sostanzialmente pronta, anche se continua a essere oggetto di una battaglia nel governo. Nulla di strano, perché prevede novità di rilievo destinate a stravolgere la gestione investigativa in casi come quelli esplosi a Milano. L’obiettivo dell’esecutivo è infatti quello di attribuire alle direzioni distrettuali antimafia le indagini su questi reati, sotto il coordinamento della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo del procuratore Giovanni Melillo. Di fatto, è lo schema che esiste per le grandi inchieste di mafia e terrorismo. Un salto di qualità che dimostra l’allarme che a Palazzo Chigi e ai massimi livelli istituzionali hanno generato gli ultimi scandali di dossieraggio.

Il meccanismo è rodato, perché da anni aiuta a combattere il crimine organizzato e a contrastare le cellule terroristiche. Replicarlo per la cybersicurezza sottrarrà inevitabilmente competenze alle procure sul terr…

Il decreto sulla cybersicurezza è slittato, ma soltanto di un paio di settimane. La bozza è sostanzialmente pronta, anche se continua a essere oggetto di una battaglia nel governo. Nulla di strano, perché prevede novità di rilievo destinate a stravolgere la gestione investigativa in casi come quelli esplosi a Milano. L’obiettivo dell’esecutivo è infatti quello di attribuire alle direzioni distrettuali antimafia le indagini su questi reati, sotto il coordinamento della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo del procuratore Giovanni Melillo. Di fatto, è lo schema che esiste per le grandi inchieste di mafia e terrorismo. Un salto di qualità che dimostra l’allarme che a Palazzo Chigi e ai massimi livelli istituzionali hanno generato gli ultimi scandali di dossieraggio.

Il meccanismo è rodato, perché da anni aiuta a combattere il crimine organizzato e a contrastare le cellule terroristiche. Replicarlo per la cybersicurezza sottrarrà inevitabilmente competenze alle procure sul territorio, che dovranno fare riferimento a Dda e Dna. E ridimensionerà anche il peso dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale di Bruno Frattasi. Non perché quest’ultima goda di poteri investigativi (da statuto, deve prevenire o mitigare gli effetti degli attacchi), ma perché il baricentro si sposterà sul fronte più operativo del contrasto a questi reati. In ogni caso, nel provvedimento sono previsti ritocchi al codice penale e di procedura penale, in modo da armonizzare il quadro complessivo.

Non tutto però fila liscio. Si complica ad esempio l’ipotesi di inasprire le pene. Nella bozza si è arrivati a ipotizzarne il raddoppio, ma la questione è ancora oggetto di dibattito tra gli uffici del governo. E a leggere le parole di Giorgia Meloni, ieri a Porta a Porta, si intuisce che qualcosa potrebbe essersi inceppato: ««Penso si debba mettere fine a questo schifo dei dossieraggi. Abbiamo visto diversi casi, pare ce ne sia un altro a Roma. Secondo me la cosa più importante è l’infedeltà dei funzionari, che dovrebbero proteggere le banche dati e usano il loro potere per fare altro. Su questo bisogna essere implacabili». La presidente del Consiglio non sembra dunque puntare su un giro di vite nelle sanzioni, ma pare piuttosto intenzionata a concentrarsi sui controlli per chi ha accesso alle banche dati.

Chi si spinge addirittura oltre, mettendo in dubbio la necessità di un decreto — e dunque l’impianto complessivo — è il titolare dell’Interno Matteo Piantedosi. Ieri il ministro è uscito allo scoperto: «Io sono dell’idea, salvo che poi queste indagini o altre situazioni dovessero dimostrare il contrario, che il quadro normativo attuale è già abbastanza strutturato e importante nel nostro Paese». Tradotto: non serve cedere poteri investigativi alla Procura nazionale antimafia, non è necessario aumentare le pene. Per il responsabile del Viminale è invece fondamentale concentrarsi sul rafforzamento degli alert e delle credenziali per chi accede alle banche dati. E questo perché, a oggi, la stragrande maggioranza dei casi ruota attorno ad azioni illecite di dipendenti infedeli, che potrebbero essere bloccati — secondo Piantedosi — semplicemente rafforzando i controlli interni.

Il nuovo decreto non entrerà in consiglio dei ministri prima di un paio di settimane. Alfredo Mantovano punta a presentarlo a metà novembre. E continua a lavorarci con il ministero della Giustizia. Due giorni fa, Carlo Nordio si è messo di traverso. Per ragioni non di merito, ma di metodo: non aveva gradito l’improvvisa accelerazione impressa da Palazzo Chigi e ha scelto di far pesare questo disagio. Almeno su questo fronte, però, i problemi nell’esecutivo sembrano superati.

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