Cybersecurity, tensioni tra Chigi e l’Agenzia. E il decreto sparisce
di Tommaso CiriacoRoma — Non è soltanto un pasticcio. La storia del decreto sulla sicurezza informatica comparso ieri nell’ordine del giorno del consiglio dei ministri e poi scomparso 67 minuti dopo è la fotografia di uno scontro ai vertici dell’esecutivo. Di un duello che coinvolge l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, sul piede di guerra per le nuove competenze che l’esecutivo potrebbe attribuire alla Procura nazionale antimafia e antiterrorismo, dopo i casi di dossieraggio. E di una sfida tra ministri destinata a giocarsi già nei prossimi giorni.
Facciamo ordine, partendo dall’inizio. Lunedì pomeriggio il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi raggiunge Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. Ragionano, riferiscono diverse fonti, delle nuove norme che il Vimi…
Roma — Non è soltanto un pasticcio. La storia del decreto sulla sicurezza informatica comparso ieri nell’ordine del giorno del consiglio dei ministri e poi scomparso 67 minuti dopo è la fotografia di uno scontro ai vertici dell’esecutivo. Di un duello che coinvolge l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, sul piede di guerra per le nuove competenze che l’esecutivo potrebbe attribuire alla Procura nazionale antimafia e antiterrorismo, dopo i casi di dossieraggio. E di una sfida tra ministri destinata a giocarsi già nei prossimi giorni.
Facciamo ordine, partendo dall’inizio. Lunedì pomeriggio il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi raggiunge Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. Ragionano, riferiscono diverse fonti, delle nuove norme che il Viminale sta studiando per rafforzare gli alert che serviranno in futuro a segnalare violazioni delle banche dati. Sono regole per cui non serve un decreto, affidate agli uffici del ministero. Eppure, a Palazzo Chigi si lavora in quelle stesse ore a un dl con una stretta significativa nel campo della sicurezza informatica. L’idea è inasprire le pene — lo chiedono in particolare Matteo Salvini e Forza Italia — per chi effettua accessi abusivi a piattaforme che gestiscono dati di sicurezza nazionale, con l’obiettivo di rendere obbligatorio l’arresto in casi del genere. Si prevede inoltre di affidare all’Antimafia di Melillo poteri rafforzati, sottraendoli inevitabilmente all’Agenzia per la cybersicurezza di Bruno Frattasi. A sera, chi governa le scelte di Palazzo Chigi — si presume Alfredo Mantovano, che ha anche la delega ai Servizi — decide di accelerare. Viene dunque individuato un provvedimento già scritto, gestito dal Guardasigilli Carlo Nordio, e si sceglie di sfruttarlo come vettore: le nuove norme finiranno in quel testo, da approvare l’indomani.
E siamo a ieri. Ad ora di pranzo Palazzo Chigi diffonde l’ordine del giorno: nel decreto Nordio c’è un accenno a misure urgenti «di competenza investigativa sulla criminalità informatica». Il testo, si legge, è ora firmato da “Presidenza (del Consiglio, ndr) e Giustizia”. E qui però qualcosa si inceppa. Trascorre poco più di un’ora e arriva la rettifica: «A causa di un concomitante impegno istituzionale del ministro Nordio, l’esame del decreto è rinviato».
Succedono almeno due cose, nel frattempo. La prima: Nordio non gradisce il blitz, visto che si tratta di un suo provvedimento. E in qualche modo si mette di traverso, saltando la riunione di governo. La seconda: Frattasi — legato da un solido legame con Mantovano e Meloni (ad aprile fu ospite di una conferenza di Fratelli d’Italia a Pescara e accettò di farsi fotografare sul palco esibendo una maglietta della kermesse) capisce che la legge svuoterà i poteri della sua agenzia. Telefona a Palazzo Chigi. Si lamenta. Protesta, si apprende da fonti di governo. E inizia a esporsi. Prima prende la parola a margine di un evento della Zecca e lancia un allarme sulla sicurezza. Poi riunisce il Nucleo cybersicurezza con la partecipazione anche della Banca d’Italia e della procura nazionale antimafia e antiterrorismo.
In qualche modo, il decreto si ferma. Palazzo Chigi inizia a spiegare il rinvio facendo circolare altre versioni: oltre all’assenza istituzionale di Nordio, fa sapere che l’obiettivo dello slittamento è evitare l’imbuto parlamentare della legge di bilancio. E che comunque Meloni è incerta su alcune norme introdotte dal testo.
Resta il fatto che le nuove norme arriveranno presto. Non prima però che il governo pesi anche la portata del caso partito da Milano, le ricadute delle nuove rivelazioni, la gravità della falla, gli eventuali legami con servizi stranieri. E gli effetti sul centrodestra, la galassia in cui è nato questo scandalo.