ROMA — Riservare ai padri il nuovo periodo di congedo parentale previsto dalla legge di Bilancio, per evitare che un’assenza prolungata dal lavoro penalizzi ulteriormente le madri. La proposta arriva dall’Inps. Nel corso dell’audizione sulla legge di Bilancio, il presidente Gabriele Fava ha mostrato apprezzamento per l’aumento dell’indennità dal 30 all’80% per il terzo mese di congedo (e anche dal 60 all’80% per il secondo): a crescere, ha osservato, saranno anche le richieste dei padri, non solo quelle delle madri.
Una misura che quindi va nella direzione giusta, in un Paese dove la distanza tra il tasso di occupazione maschile e quello femminile è di 17 punti percentuali (53% contro 70%), decisamente superior…
ROMA — Riservare ai padri il nuovo periodo di congedo parentale previsto dalla legge di Bilancio, per evitare che un’assenza prolungata dal lavoro penalizzi ulteriormente le madri. La proposta arriva dall’Inps. Nel corso dell’audizione sulla legge di Bilancio, il presidente Gabriele Fava ha mostrato apprezzamento per l’aumento dell’indennità dal 30 all’80% per il terzo mese di congedo (e anche dal 60 all’80% per il secondo): a crescere, ha osservato, saranno anche le richieste dei padri, non solo quelle delle madri.
Una misura che quindi va nella direzione giusta, in un Paese dove la distanza tra il tasso di occupazione maschile e quello femminile è di 17 punti percentuali (53% contro 70%), decisamente superiore a quella delle altre principali economie europee. Proprio per questo, però, per favorire ulteriormente le lavoratrici madri, che partono da una condizione di forte svantaggio, perché non riservare questo terzo mese ai padri, «al fine di non lasciare le donne troppo lontane dal mercato del lavoro, favorendone un loro rientro, senza pregiudicarne lo sviluppo professionale e economico?», propone l’Inps.
«Sommare tre mesi di congedo parentale ai cinque mesi di congedo obbligatorio significa allontanare le madri dal mondo del lavoro. A volte non si tratta neanche di discriminazione — osserva Gianfranco Santoro, direttore centrale Studi e Ricerche dell’Inps — le aziende fanno scelte organizzative, e preferiscono affidare ruoli di responsabilità a chi è presente». «Se il fine del congedo parentale è quello di favorire l’occupazione femminile — conclude Santoro — lo si riservi al padre. Tra l’altro così il costo sul bilancio dello Stato sarà anche inferiore, perché ci saranno meno richieste: il 35% dei padri non richiede neanche i dieci giorni obbligatori previsti dalla legge».
Le conseguenze si vedono nella forte penalizzazione delle carriere per le lavoratrici madri: l’Inps stima che, nell’anno di nascita di un figlio, la probabilità di uscita per le donne dal lavoro passi dall’11% al 18%, mentre per gli uomini si riduce dal 9 a circa l’8%. Senza quella che viene definita la child penalty il tasso di occupazione femminile, calcola ancora l’Inps, aumenterebbe di 6,5 punti percentuali entro il 2040. Le donne che non lasciano il lavoro sono comunque penalizzate: anche nell’anno dopo la nascita del figlio scontano un calo del reddito del 16%, mentre per i padri si registra un aumento del 6% già nel primo anno.