Camilla Mancini: “Soffrivo a guardarmi ma oggi mi amo. E ho ritrovato papà”
di Romina MarcecaCamilla Mancini con il padre Roberto
ROMA — C’è una virgola capricciosa sulle labbra di Camilla Mancini quando ride di cuore. Ed esprime la tenerezza di quella metà di viso immobile. Lei ci scherza su, seduta nel salotto neoclassico dell’attico ai Parioli, i capelli sono un manto nero che sfiora la cintura dei jeans: «Di certo quando sarò più grande non farò il botulino. Non riesco ad aggrottare la fronte». L’asimmetria del volto accompagna Camilla dalla nascita, ma adesso lei la chiama «il dono». La figlia dell’ex mister dell’Italia Roberto, che nei tempi bui del Covid regalò agli italiani gli europei e nella Samp insieme a Gianluca Vialli formava la coppia del gol, è una ventisettenne piena di sogni con un passato da vittima di bullismo. «Ho sofferto — ammette — ma tutto ha un senso. Ho scritto un romanzo dedicato a chi subisce ingiustizie come è capitato a me da ragazzina».
Iniziamo da qualcosa di bello. È innamorata in questo momento?
«Sì, di me stessa. Da almeno due anni».
Prima non lo era?
«Ho combattuto con me…
ROMA — C’è una virgola capricciosa sulle labbra di Camilla Mancini quando ride di cuore. Ed esprime la tenerezza di quella metà di viso immobile. Lei ci scherza su, seduta nel salotto neoclassico dell’attico ai Parioli, i capelli sono un manto nero che sfiora la cintura dei jeans: «Di certo quando sarò più grande non farò il botulino. Non riesco ad aggrottare la fronte». L’asimmetria del volto accompagna Camilla dalla nascita, ma adesso lei la chiama «il dono». La figlia dell’ex mister dell’Italia Roberto, che nei tempi bui del Covid regalò agli italiani gli europei e nella Samp insieme a Gianluca Vialli formava la coppia del gol, è una ventisettenne piena di sogni con un passato da vittima di bullismo. «Ho sofferto — ammette — ma tutto ha un senso. Ho scritto un romanzo dedicato a chi subisce ingiustizie come è capitato a me da ragazzina».
Iniziamo da qualcosa di bello. È innamorata in questo momento?
«Sì, di me stessa. Da almeno due anni».
Prima non lo era?
«Ho combattuto con me sia interiormente sia a livello estetico e sono arrivata ad amarmi. Penso che volersi bene sia l’inizio di una lunga storia con se stessi. Spero un domani di innamorarmi anche di qualcuno».
Camilla Mancini e il suo peluche "Niglio"
Questa relazione complicata ha radici profonde.
«Quando i miei genitori si sono separati, ho deciso di seguire una terapia con uno psicologo. Così ho imparato a conoscermi. E circa due anni fa la farfalla è uscita dal bozzolo».
Essere figlia di Roberto Mancini cosa significa?
«È motivo di orgoglio, è un vanto. So di essere una privilegiata ma non posso dire che è sempre stato facile. Avere un padre famoso è ingombrante, l’asticella è sempre alta e tu non sai dove puoi arrivare. La verità è che per me lui è solo papà. È un supereroe che torna a casa, mette a posto il mantello ed è un uomo come tanti altri. Da grande ho compreso che quel cognome mi caricava anche di una certa responsabilità. Ho evitato le bravate che facevano le mie coetanee perché dovevo essere sempre perfetta. Era una cosa che sentivo io, forse perché non sono perfetta fuori. C’è stato anche un momento in cui non riuscivo più a capire chi fossi al di là di questo cognome. E lo specchio non aiutava».
Il rapporto con suo padre?
«Ci sono stati anni in cui è stato conflittuale. Mi è molto mancato quando ero adolescente. Lo chiamavo e gli chiedevo di tornare e lui mi rispondeva che stava lavorando. Ho compreso che lo faceva anche per noi e questa assenza fisica mi ha trasmesso il senso del dovere e del sacrificio. Adesso il nostro rapporto è bellissimo, siamo due tipi molto ironici e amanti dei dolci».
C’è un gesto scaramantico che vi scambiavate durante gli europei.
«Sì, un cuore formato con le dita. Lui mi videochiamava due ore prima delle partite. È stato il nostro portafortuna dal primo fino all’ultimo incontro. E direi che è andata bene».
Qual è il momento in cui si è guardata allo specchio e ha realizzato che il suo viso aveva qualcosa di diverso?
«Avevo 6 anni. Lo specchio è cattivo, di suo rimanda già un’immagine distorta. I bambini a scuola mi dicevano: “Tu non puoi giocare con noi perché sei diversa”. Oppure: “Hai la bocca storta”. Non so se lo dicessero per estrema sincerità o per cattiveria. Di certo ho sofferto tantissimo, venivo isolata ma a casa ero molto amata».
Quando si è liberata dal bullismo?
«Alle medie era tutto più sottile. “Perché hai il viso così? Perché hai la bocca storta?”, erano le domande. Mi sentivo quasi obbligata a rispondere. A 14 anni, e dopo cinque interventi, ho iniziato ad accettarmi».
Come è andata l’adolescenza?
«Sono stata diffidente nei confronti dei ragazzi. Ho scoperto che c’è stato chi si è fidanzato con me per scommessa, perché così poteva dire di essere stato con la figlia di Roberto Mancini. Ma io sono Camilla mentre Camilla Mancini è il contenitore. Il primo amore l’ho avuto a 18 anni. È stato bello».
Ha mai provato rabbia per il suo aspetto?
«C’è stato un momento in cui ho detto a mia mamma che era stata colpa sua, perché ero nella sua pancia e lei doveva proteggermi. La verità, semplicemente, è che c’è stata una complicanza durante il parto e nessuno ha potuto far nulla. Mi sono chiesta più volte “Perché a me?”. Oggi vedo quella “complicanza” come una grande risorsa, è ciò che mi ha resa unica. La diversità arricchisce anche se c’è chi ne ha ancora paura».
Lei ha scritto un libro abbastanza autobiografico.
«Sì, “Sei una farfalla” edito da Mondadori. Nulla accade per caso. Anche grazie al mio cognome, posso farmi portavoce delle sofferenze di chi non ha il coraggio e resta in silenzio».
Tornano anche gli odiatori.
«C’è chi non comprende perché l’ho detto in pubblico. Non ho bisogno di pubblicità, ho spiegato il contesto da dove arriva il libro. Celeste, la protagonista, è una ragazza bellissima ma con tante cicatrici in volto. Anche lei vive il bullismo che ha avuto una funzione importante nella mia vita e mi ha portata fino a qui».
Cosa farà Camilla da grande?
«La scrittrice. Perché la scrittura mi accompagna da quando sono piccola. Adesso so che posso fare del bene e forse questa era la mia missione sin dalla nascita. Presto andrò anche nelle scuole perché la testimonianza aiuta a non sentirsi soli».