✕

Castellitto lascia il Centro sperimentale, il ministero di Giuli perde un altro pezzo

Sergio Castellitto (ansa)

Ascolta l'audio

Tre giorni fa la visita degli ispettori del Mic. Il caso del “gettone” di quattromila euro alla moglie
2 minuti di lettura

ROMA — «Dimissioni irrevocabili». Finisce così la breve era di Sergio Castellitto alla guida del Centro sperimentale di cinematografia. Dove il governo Meloni lo volle insediare, 13 mesi fa, cambiando nottetempo la legge che consentiva di far decadere d’emblée l’intero consiglio d’amministrazione nominato un paio d’anni prima dal ministro dem alla Cultura Dario Franceschini.

Un colpo di mano per espugnare il tempio della filmografia tricolore, considerato troppo sbilanciato a sinistra. L’allora presidente, Marta Donzelli, si ritrovò fuori senza preavviso, né sapere perché. Epurata e sostituita in un amen con l’attore romano, sponsorizzato da Pupi Avati e dotato di una particolarità rara in quel mondo lì: la scarsa simpatia per l’area progressista.

Castellitto: “Torno a fare il mio vero lavoro”

Ebbene, un anno più tardi, il marito della scrittrice Margaret Mazzantini ha deciso di fare un passo indietro. Accolto «con rammarico» dall’attuale inquilino del Collegio romano, il laconico Ale…

ROMA — «Dimissioni irrevocabili». Finisce così la breve era di Sergio Castellitto alla guida del Centro sperimentale di cinematografia. Dove il governo Meloni lo volle insediare, 13 mesi fa, cambiando nottetempo la legge che consentiva di far decadere d’emblée l’intero consiglio d’amministrazione nominato un paio d’anni prima dal ministro dem alla Cultura Dario Franceschini.

Un colpo di mano per espugnare il tempio della filmografia tricolore, considerato troppo sbilanciato a sinistra. L’allora presidente, Marta Donzelli, si ritrovò fuori senza preavviso, né sapere perché. Epurata e sostituita in un amen con l’attore romano, sponsorizzato da Pupi Avati e dotato di una particolarità rara in quel mondo lì: la scarsa simpatia per l’area progressista.

Castellitto: “Torno a fare il mio vero lavoro”

Ebbene, un anno più tardi, il marito della scrittrice Margaret Mazzantini ha deciso di fare un passo indietro. Accolto «con rammarico» dall’attuale inquilino del Collegio romano, il laconico Alessandro Giuli, che non ha mancato di esprimere «gratitudine e stima al presidente uscente». Una scelta che «meditavo da tempo», ha scritto Castellitto nella lettera di commiato. Precisando che «non sono gli attacchi ad avermi spinto a lasciare, mi hanno ferito ma mai impaurito», si è giustificato. «Semplicemente voglio tornare a fare il mio vero mestiere, che ho trascurato per più di un anno».

Le turbolenze al Mic

Eppure chi lo conosce bene sussurra che le turbolenze di questi mesi, alimentate da liti e licenziamenti; la scarsa trasparenza su assunzioni e consulenze, oggetto di ben cinque interrogazioni parlamentari; nonché l’ispezione ministeriale partita il 4 novembre sulle spese effettuate durante la sua fugace presidenza hanno giocato un ruolo non marginale sull’addio. Avvenuto, guarda caso, due giorni dopo essere stato ascoltato dagli “inquirenti” del Mic: la mazzata finale che lo avrebbe spinto ad abbandonare un incarico svolto per di più senza compenso.

Quando, prima dell’estate, Castellitto chiese al dicastero della Cultura se poteva essere retribuito anziché lavorare gratis, la risposta fu negativa: colpa della legge Madia che vieta di affidare ruoli di gestione nelle istituzioni pubbliche a chi è già pensionato. Motivo in più per lasciare. Sottrarsi alla bufera che rischiava altrimenti di travolgerlo. E fargli pagare pure i danni: quelli erariali che ora la Corte dei Conti potrebbe contestargli.

Le accuse di amichettismo

Una gestione muscolare del Centro sperimentale, condita da una buona dose di amichettismo: è l’accusa rivolta all’attore che volle farsi presidente. Sono gli atti a parlare. Appena insediato, Castellitto si è inventato una nuova figura da inserire nell’organigramma: il responsabile delle attività istituzionali con contratto triennale da 105 mila euro l’anno affidato all’impresario teatrale Angelo Tumminelli, colui che casualmente lo riportò sulle scene con un testo della moglie. Subito dopo ha arruolato uno stuolo di avvocati costati «oltre 400mila euro», si legge in un’interpellanza del vicecapogruppo di Avs alla Camera Marco Grimaldi. Il tutto mentre 17 precari storici della Cineteca nazionale, assunti per completare la digitalizzazione, non venivano rinnovati: mandati via insieme al dirigente Stefano Iachetti, licenziato in tronco per averli difesi. E ora in causa con la fondazione.

Gli scivoloni di Castellitto

Come non bastasse, ad aggravare il quadro sono arrivati pure gli scivoloni. I 4mila euro di gettone riconosciuto alla consorte per intervistare lo scrittore israeliano David Grossman alla rassegna “Diaspora degli artisti in guerra”. I 20 mila euro per l’affitto di una villa lussuosa a Venezia durante la Mostra del Cinema, dove Castellitto avrebbe trasferito l’intero staff. Infine, il pasticcio dell’incendio alla Cineteca nazionale, in cui l’8 giugno sono andate in fumo 220 pellicole di film, tenuto nascosto a lungo. Ciliegina sulla torta: l’assunzione, dal 3 giugno al 31 dicembre, di un autista personale per scarrozzarlo in giro per Roma.

E anche se oggi c’è chi dice: «Lo facevano anche prima, solo che nessuno ne parlava», restano i fatti. Tutti documentati. E un’indagine del ministero su un altro “campione” della destra culturale finito male.

Leggi i commenti