ROMA — «C’è un tempo per combattere e un tempo per curare il giardino. Adesso è il tempo del giardino». Sergio Castellitto cerca, anche per sé stesso, una spiegazione zen alle sue dimissioni da presidente del Centro sperimentale di cinematografia. L’addio all’incarico è stato affidato, mercoledì, a una lettera formale. Le polemiche dei mesi scorsi hanno avvelenato il clima, fino a convincerlo al ritiro. Le accuse per la partecipazione della moglie Margaret Mazzantini le ha già spiegate: «È stato un nome gradito allo scrittore David Grossman e ha percepito la cifra di quattromila euro lordi come gli altri ospiti della rassegna». Le spese eccessive per alberghi e trasferimenti? «Ho usato la carta corporate che mi era stata affidata, per la prima volta, un anno dopo il mio insediamento».
In privato Castellitto confessa una grande amarezza: «Nei luoghi abitati dall’arte o dalla creatività, il tanfo di un conflitto di parte o di tensioni ostili diventa ancora di più insopportabile. E la se…
ROMA — «C’è un tempo per combattere e un tempo per curare il giardino. Adesso è il tempo del giardino». Sergio Castellitto cerca, anche per sé stesso, una spiegazione zen alle sue dimissioni da presidente del Centro sperimentale di cinematografia. L’addio all’incarico è stato affidato, mercoledì, a una lettera formale. Le polemiche dei mesi scorsi hanno avvelenato il clima, fino a convincerlo al ritiro. Le accuse per la partecipazione della moglie Margaret Mazzantini le ha già spiegate: «È stato un nome gradito allo scrittore David Grossman e ha percepito la cifra di quattromila euro lordi come gli altri ospiti della rassegna». Le spese eccessive per alberghi e trasferimenti? «Ho usato la carta corporate che mi era stata affidata, per la prima volta, un anno dopo il mio insediamento».
In privato Castellitto confessa una grande amarezza: «Nei luoghi abitati dall’arte o dalla creatività, il tanfo di un conflitto di parte o di tensioni ostili diventa ancora di più insopportabile. E la sensazione che quell’ostilità nasca proprio perché si vedono rimuovere ostacoli, correggere inadeguatezze, operare per il bene comune, in sostanza realizzare bellezza, beh, questo se non è grave è perlomeno triste».
Fin dall’insediamento il 4 ottobre del 2023 al Csc Sergio Castellitto aveva messo in chiaro di non essersi fatto avanti ma di aver ricevuto una chiamata. E di aver accettato solo dopo garanzia dei referenti politici (l’allora ministro Sangiuliano) che avrebbe lavorato in autonomia. A fare il suo nome era stato Pupi Avati, per mettere fine a una crisi generata dalle dimissioni forzate della presidente Marta Donzelli nell’estate del 2023, silurata dalla destra. La nomina di Castellitto era stata accolta bene dal mondo del cinema. All’epoca l’attore-regista aveva detto: «Se ci fosse stata la minima polemica sul mio nome avrei rifiutato, io sono un costruttore, non un distruttore. Ho fatto patti chiari con tutti, chiarito che non sono mai appartenuto a nessuno e se mi si chiamava non era per la mia appartenenza, ma per la competenza. Voglio fare quest’esperienza come se girassi un film».
Aveva ribadito che il suo non era un ruolo di manager, ma che puntava a «valorizzare le competenze e il patrimonio artistico» del Centro. L’idea di spicco è stata la “Diaspora degli artisti in guerra”, con cui ha portato a Roma i registi dalle zone di conflitto, Medio Oriente, Ucraina. Dopo l’iniziativa, riuscita, è arrivato il conto delle polemiche sulla gestione. Castellitto ha instaurato un buon rapporto con docenti e studenti e questo lo ha spinto a proseguire, malgrado la voglia di tornare a fare l’attore, «il mio vero mestiere». L’ultimo pensiero con cui chiude l’esperienza, è destinato a loro: «Al Centro ho incontrato persone di grande valore, vorrei che lo scrivesse».