La metà degli italiani si sente più giovane della sua età. La solitudine? Un’ansia degli under 35
di Allegra ZanniLa vecchiaia, sinonimo di saggezza ed esperienza, ma anche di capelli bianchi e acciacchi. È l’età della riflessione, di una ritrovata lentezza lontano dai ritmi frenetici della gioventù. O almeno, questa è l’idea di anzianità che abbiamo avuto fino a ora. Ma le nostre abitudini sono cambiate, l’aspettativa di vita è cresciuta, c’è chi arriva a spegnere anche più di 100 candeline. Mutamenti così profondi che arriviamo a chiederci: quando ci si può definire anziani oggi? Il 51% degli italiani risponderebbe che vecchio non ci si sente e, anzi, si sente meno anni di quanti ne ha. Lo rivela l’indagine “L’età senza età”, promossa dall’Osservatorio Nestlé e realizzata su mille persone.
Chi sono gli anziani di oggi
Una linea di espressione più marcata, una rughetta dove prima non c’era, una macchiolina scura sulla pelle, i capelli che si imbiancano o che si diradano. Per il 24% degli intervistati, la vecchiaia inizia davanti allo specchio, quando si scorgono sul corpo i segni del tempo che p…
La vecchiaia, sinonimo di saggezza ed esperienza, ma anche di capelli bianchi e acciacchi. È l’età della riflessione, di una ritrovata lentezza lontano dai ritmi frenetici della gioventù. O almeno, questa è l’idea di anzianità che abbiamo avuto fino a ora. Ma le nostre abitudini sono cambiate, l’aspettativa di vita è cresciuta, c’è chi arriva a spegnere anche più di 100 candeline. Mutamenti così profondi che arriviamo a chiederci: quando ci si può definire anziani oggi? Il 51% degli italiani risponderebbe che vecchio non ci si sente e, anzi, si sente meno anni di quanti ne ha. Lo rivela l’indagine “L’età senza età”, promossa dall’Osservatorio Nestlé e realizzata su mille persone.
Chi sono gli anziani di oggi
Una linea di espressione più marcata, una rughetta dove prima non c’era, una macchiolina scura sulla pelle, i capelli che si imbiancano o che si diradano. Per il 24% degli intervistati, la vecchiaia inizia davanti allo specchio, quando si scorgono sul corpo i segni del tempo che passa. Ma chi è più in là con l’età, gli over 65, hanno un’opinione diversa: si invecchia quando si smette di fare programmi. E si sa che i 60enni di oggi di impegni ne hanno parecchi: molti sono ancora al lavoro e chi è in pensione si barcamena tra nipoti, hobby, amici, volontariato. Non ci deve stupire, quindi, che la maggior parte di loro (il 52%) si senta più giovane, e la percentuale arriva al 69% se si escludono dalla percezione i problemi fisici.
Ma perché oggi in pochi si sentono “vecchi”? “Ci sono più fattori da considerare – spiega Nic Palmarini, direttore del National Innovation Centre for Ageing (NICA) del Regno Unito, ceo di Voice Italia e co fondatore di Edelman Longevity Lab – innanzitutto, il concetto di “età equivalente”. Un 70enne degli anni ‘70 è molto diverso da un 70enne del 2024. Questo grazie alla tecnologia, al nostro modo di recepire informazione. È chiaro che siamo molto diversi da quelli che eravamo prima, dai nostri nonni”. Il nostro stile di vita non ha quindi un impatto solo sulla lunghezza delle nostre vite, ma anche sulla qualità della vecchiaia. “A questo si aggiunge il fatto che spesso c’è un rifiuto nell’accettare quello che saremo – dice ancora Palmarini – non vogliamo guardare il nostro sé futuro. Sentiamo di avere “qualche anno in meno” e quindi spostiamo di volta in volta l’asticella dell’anzianità un po’ più avanti”.
La solitudine, una paura da giovani
Anche se ci si sente più giovani, l’avanzare degli anni preoccupa: oltre il 45% dei giovani tra i 18 e i 34 anni è in ansia per l’aspetto fisico e i cambiamenti estetici, mentre per il 50% dei 35-45enni e il 55% dei 45-54 anni è il mantenimento della forza fisica a essere la preoccupazione centrale. E la solitudine, un problema che spesso abbiniamo agli anziani fragili e che stanno lontano della famiglia, è in realtà un cruccio per più grande per gli under 35. “Il sentirsi soli è una delle espressioni del disagio giovanile – commenta Palmarini - ma diventa più grave se riguarda persone più anziane, perché si ha meno tempo di recuperare, ed è più difficile da vedere. Pensiamo a chi è veramente isolato, che è escluso da un sistema di connessioni: è complicato accorgersi della loro solitudine”. Per scardinare questo problema, secondo il direttore del Nica è necessario ripensare politiche e spazi: “Ci sono nuovi modelli sociali che funzionano: pensiamo al co-housing, alla convivenza tra anziani soli e studenti, che dà buoni risultati dove viene applicato. E anche dal passato arrivano spunti: la nostra è una società coesa, sicuramente più di altre; non si tratta di tornare al “villaggio” in cui tutti si conoscono, ma a partire dalla nostra storia si possono individuare modelli innovativi, che possono essere anche esportabili”. Certo, la comunità, il senso di appartenenza, svolgono un ruolo molto importante nel modo in cui viviamo il progredire dell’età: “L’impegno, la partecipazione, il contribuire a creare un mondo migliore per sé o gli altri, o semplicemente avere un obiettivo in grado di sfidarci e collocarci nel futuro rappresenta un driver cruciale. È quello che gli inglesi chiamano “purpose” e che potremmo provare a tradurre con “senso della vita”. Ne parliamo ogni giorno per tenere la nostra mente attiva, per spronarci ad alzarci dal divano o smettere di scrollare Instagram, ma qui è nero su bianco: è quello che stabilisce il confine tra sentirsi o meno vecchi”.
La questione dell’ageismo
Anche se l’Italia è tra le nazioni, insieme al Giappone, in cui si vive più a lungo, è ancora forte il pregiudizio che si ha nei confronti dell’invecchiare. “Ageismo, la discriminazione nei confronti delle persone anziane, è una parola che in italiano quasi non esiste, è un inglesismo a cui abbiamo semplicemente aggiunto una “o” per renderlo più simile alla nostra lingua – spiega Palmarini – ma nella nostra cultura invecchiare è ancora considerato un problema”. E questo vale più per le donne che per gli uomini, vittime più di altri del culto della bellezza e della giovinezza. Ma invecchiare è qualcosa che coinvolge tutti, l’ageismo “è una discriminazione trasversale e interiorizzata, quando ti guardi allo specchio e ti dici “Accidenti, che disastro”. Anche se le cose stanno cambiando”. I mutamenti culturali sono un fenomeno che richiede tempo, ma qualcosa inizia a muoversi, sia nel mondo dei media – con testimonial d’eccezione che rivendicano l’avanzare dell’età -, sia nella vita di tutti i giorni, perché sempre maggiore attenzione è rivolta agli over 60 “che nel 2050 – sottolinea Palmarini – saranno 2 miliardi in tutto il mondo”.
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Caro vecchio me, ti do un consiglio
Hobby e occupazioni cambiano con l’avanzare dell’età: secondo lo studio, gli under 35 amano fare attività fisica e usano spesso il cellulare per svagarsi, gli adulti tra i 35 e i 54 affermano di dedicare la maggior parte del loro tempo ai figli e al lavoro, mentre dopo la pensione si riscoprono passatempi come la lettura o le parole crociate. Ma quando si chiede di guardare al passato, di dare un consiglio a “te stesso da giovane”, tutti i gruppi demografici intervistati consigliano di dedicare tempo a esperienze significative: viaggi, studi, famiglia. I più giovani sono i più attenti alla salute mentale e considerano lo psicologo una figura fondamentale per vivere al meglio la crescita e l’invecchiamento, mentre le persone che hanno più di 55 anni consigliano di fare sport e di seguire una dieta bilanciata. È anche la fascia anagrafica che soffre e teme di più il decadimento a livello fisico.
Il fattore alimentazione
Per chiunque, il cibo è un piacere, ma solo il 20% degli intervistati lo considera un fattore che contribuisce alla longevità. Le fasce più anziane, però, si rendono conto dell’influenza che quello che mangiamo ha sul nostro corpo: circa il 60% di chi ha superato i 55 anni ha ridotto la quantità di cibo consumata e oltre la metà afferma di aver migliorato la qualità e la leggerezza della propria alimentazione. “Sembrerebbe che gli italiani abbiano adottato abitudini più sane, con l’aumento del consumo di frutta, verdura e legumi – commenta Giuseppe Fatati, direttore scientifico dell’Osservatorio Nestlé e presidente di Italian Obesity Network - La metà degli over 55 ha diminuito il consumo di carne. I 65+ evitano anche i dolci. Inoltre, 2 su 3 tra gli over 65 hanno diminuito la propria alimentazione negli ultimi anni. Questo dato si presta a diverse osservazioni non tutte positive. Se consideriamo positivo per i giovani ridurre l’introito calorico, non siamo certi che lo stesso concetto sia valido per i meno giovani ed è un dato da analizzare con molta attenzione”.
Lo studio
Il sondaggio alla base dell’indagine è stato condotto da YouGov su un campione di più di 1.000 persone rappresentative della popolazione italiana. I soggetti sono stati divisi in cinque gruppi per fasce di età: tra i 18 e i 34 anni, tra i 35 e i 44, tra i 45 e i 54, dai 55 ai 64 e gli over 65.