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I 50 anni di Lucy, la piccola madre della storia umana

Lucy esposta al museo nazionale di Addis Abeba
Lucy esposta al museo nazionale di Addis Abeba (afp)

Il 24 novembre 1974 in Etiopia due ricercatori americani videro spuntare un gomito tra i sassi. Era la scoperta che avrebbe cambiato il modo di vedere il nostro passato. Giorgio Manzi: “Ancora oggi è la star della paleoantropologia”

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Si può essere una star anche senza avere le fattezze da diva. Lo dimostra Lucy, la cosiddetta madre di tutti gli uomini, scoperta in Etiopia il 24 novembre del 1974 e nota ai locali con il nome di Dinqinesh: “Sei meravigliosa”.

Dapprima un gomito, poi un frammento del cranio, la mandibola e l'osso sacro: i 52 frammenti fossili del suo scheletro, completo al 40%, affioravano tra i sassi di una collina arida di Hadar, in Etiopia, quando i due paleoantropologi americani Don Johanson e Tom Gray, appena trentenni, li notarono di ritorno da una mattinata di ricerche deludente fino ad allora.

Lucy, il nome da una canzone

La sera festeggiarono nel loro accampamento con il mangianastri che suonava a tutto volume Lucy in the sky with diamonds dei Beatles. Era nata Lucy, dopo essere morta 3,2 milioni di anni fa a un’età adulta (almeno 11-12 anni ed era già afflitta dal mal di schiena), forse, viste le fratture, per essere caduta dal ramo sul quale dormiva per sfuggire agli animali feroci.

La mandibola di Lucy
La mandibola di Lucy (afp)

“Se immaginiamo la storia umana come un albero, la specie di Lucy, Australopithecus afarensis, gioca il ruolo del tronco” spiega il paleoantropologo Giorgio Manzi, che insegna alla Sapienza, è membro dell’Accademia dei Lincei, ha scritto per Il Mulino Antenati, Lucy e altri racconti dal tempo profondo e ha scoperto delle importantissime impronte dei parenti di Lucy nel sito di Laetoli in Tanzania.

“Ancora oggi è considerata una star. Camminava in posizione eretta come noi, ma non era come noi” spiega lo studioso di antichi uomini. Aveva fattezze da scimmia, era alta 1,1 metri per 20 chili di peso (come un bambino di 7 anni), il suo cervello era grande come un pompelmo (equivalente di un neonato, un quarto rispetto a un adulto di oggi), si nutriva di vegetali e forse invertebrati e la notte riteneva ancora più sicuro dormire sui rami.

“Prima di lei c’erano le radici del metaforico albero della storia umana, cioè le scimmie antropomorfe che da almeno un milione di anni già camminavano in posizione eretta. Dopo di lei arriveranno altri australopitechi e il genere Homo” prosegue Manzi.

Su due piedi cresce il cervello

La sequenza dimostra che prima i nostri antenati hanno imparato a camminare su due piedi: come già fa Lucy. Solo dopo il cranio ha iniziato a ingrandirsi: e qui Lucy è ancora molto indietro.

“Il bipedismo è il presupposto per lo sviluppo del cervello” conferma Manzi. “Le mani si liberano, si costruiscono strumenti, si percorrono grandi distanze, dando il via alle migrazioni. Da Lucy in poi iniziamo a trasformarci in una creatura errante, sempre più umana”.

Oltre all’uso delle mani, è soprattutto la vita sociale, però, a dare impulso allo sviluppo del cervello. E nello svelare quali relazioni vivessero gli Afarensis le scoperte di Manzi sono state cruciali.

Sulla scia di Lucy, negli anni ’70 per la paleoantropologia si è aperta un’età d’oro. Nel 1978 a Laetoli, un sito nella distante gola di Olduvai nel nord della Tanzania, la paleoantropologa inglese Mary Leakey trova delle impronte di Afarensis in uno strato geologico di 3,6 milioni di anni.

La famiglia dei nostri antenati

Dimostrano che la posizione eretta a quell’epoca era già matura, non piegata in avanti come per gli scimpanzé. Le orme trovate da Mary Leakey appartengono a tre individui: due di dimensioni simili a Lucy, uno più piccolo. Si pensa subito a una famiglia tradizionale: padre e madre col loro figlioletto.

Le impronte di Laetoli
Le impronte di Laetoli 

La scoperta di Manzi, avvenuta nel 2015 a cento metri di distanza dalle orme del 1978, ribalta questa ricostruzione. Con lo studioso romano collaborano i colleghi della Scuola di Paleoantropologia di Perugia, della Sapienza, delle università di Firenze, Pisa e Dar es Salaam. Tra centinaia di impronte di animali, a Laetoli ne compaiono due di Afarensis.

I due set di orme stavolta sono molto diversi per dimensioni. Uno in particolare appartiene a un esemplare molto più alto di Lucy: attorno a 1,65 metri. Evidentemente è un maschio. La “famiglia tradizionale” si sgretola a favore di un branco più simile a quello dei gorilla.

“Animali e Afarensis erano in marcia probabilmente per fuggire da un’eruzione che ha ricoperto di cenere la zona, rendendo possibile la conservazione perfino delle impronte delle gocce di pioggia. Subito dopo, per una circostanza incredibilmente fortunata, la cenere di una nuova eruzione ha fissato la scena fino ai giorni nostri” spiega Manzi, che dirige la spedizione di Laetoli, attiva ancora oggi.

La ricostruzione dell'eruzione di Laetoli fatta dalla Scuola di Paleoantropologia di Perugia
La ricostruzione dell'eruzione di Laetoli fatta dalla Scuola di Paleoantropologia di Perugia 

Il messaggio di Lucy per l’oggi

“Le impronte appartengono con tutta probabilità a un maschio riproduttore e al suo gruppo di femmine con almeno un cucciolo. La scoperta conferma che Lucy aveva alcuni aspetti simili a noi, ma non dobbiamo esagerare a considerarla come noi. Era una scimmia antropomorfa. Ci ricorda che siamo figli della storia e a lungo abbiamo condiviso i nostri caratteri con quelli di altri primati. Come insegnava un mio professore, l’uomo non è straniero su questa Terra”. Dall’alto della sua età, Lucy la meravigliosa ci sussurra questo messaggio così importante al giorno d’oggi.

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