La rivolta delle donne contro la violenza di genere: “Il patriarcato esiste. Se non lo vedi, sei tu”
di Viola GiannoliROMA — C’è un momento in cui le e i 150mila della piazza transfemminista di “Non una di meno” siedono a terra e restano in silenzio. Dura un minuto ed è l’unico di quiete. Un urlo muto prima di un grido altissimo di rabbia e di liberazione, degli slogan strillati al governo, della musica dance e techno pompata dalle casse «per tutte quelle donne che volevano ballare e non possono più farlo», del tintinnio di chiavi sventolate in aria «perché l’assassino, il violento, l’abusante sanno come entrare in casa». E della parola che più di tutte irrompe, ricorre e rimbalza nel serpentone transfemminista, intersezionale, antifascista, pacifista, internazionalista che sfiora il Colosseo: «patriarcato».
Bruciata una foto di Valditara
Non è un termine invecchiato e rituale per la marea fucsia, ma il segno di quanto si sia fatto ancor più politico il corteo dopo le parole del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara che della lotta al patriarcato ha detto: «È solo ideologia». Davanti al dicaste…
ROMA — C’è un momento in cui le e i 150mila della piazza transfemminista di “Non una di meno” siedono a terra e restano in silenzio. Dura un minuto ed è l’unico di quiete. Un urlo muto prima di un grido altissimo di rabbia e di liberazione, degli slogan strillati al governo, della musica dance e techno pompata dalle casse «per tutte quelle donne che volevano ballare e non possono più farlo», del tintinnio di chiavi sventolate in aria «perché l’assassino, il violento, l’abusante sanno come entrare in casa». E della parola che più di tutte irrompe, ricorre e rimbalza nel serpentone transfemminista, intersezionale, antifascista, pacifista, internazionalista che sfiora il Colosseo: «patriarcato».
Bruciata una foto di Valditara
Non è un termine invecchiato e rituale per la marea fucsia, ma il segno di quanto si sia fatto ancor più politico il corteo dopo le parole del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara che della lotta al patriarcato ha detto: «È solo ideologia». Davanti al dicastero le liceali romane del collettivo Aracne bruciano la sua foto tra le parolacce, su un cartello si legge: “Valditara scegliti un insulto”. Dal carro le femministe urlano: «Se Valditara non vede il patriarcato si guardi allo specchio, il patriarcato non esiste solo nello sguardo maschile di chi comanda».
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Le voci di associazioni e collettivi in piazza
Mentre il corteo scorre lento, Carlotta di “Non una di meno” spiega: «Il patriarcato sono le 106 donne e trans uccise dall’inizio dell’anno, è la violenza sistemica e strutturale, è la guerra sui nostri corpi, è ciò che limita la possibilità di autodeterminarci, di ricorrere al diritto all’aborto». Stefania regge lo striscione di D.i.Re, che riunisce più di cento centri antiviolenza, essenziali eppure sottofinanziati e insufficienti: «Lo scorso anno 23mila donne si sono rivolte a noi, quest’anno già 20mila. Chiedono aiuto contro i maltrattamenti e gli abusi dentro le relazioni affettive: eccola la risposta a se il patriarcato esista o meno». Un’altra generazione, Nicole parla al microfono per il collettivo Malaeducacion dell’università di Bologna: «Il patriarcato ci colpisce ogni giorno. Sono le molestie che subiamo a scuola, in ateneo, sui luoghi di lavoro, l’essere precarie e sottopagate, marginalizzate, cresciute in una società che insegna sfruttamento, individualismo e nazionalismo, che vuole spezzare la sorellanza e la resistenza».
Gli uomini in corteo
Giovanissime come lei ce ne sono a migliaia, mischiate alle madri, alle nonne, alle amiche, femministe di oggi più di quelle di ieri, perché l’eredità del femminicidio di Giulia Cecchettin che l’anno scorso ne portò in piazza cinquecentomila è ancora forte. Un passo indietro rispetto alla testa separata, e cioè tutta femminile, del corteo, ci sono i padri, i fidanzati, i fratelli, che ironizzano sui cartelli: “Il patriarcato ero io”, “Nonno autoritario, babbo ci prova ma le sbaglia tutte, figlie naturalmente femministe”.
Artiste e volti simbolo
In piazza ci sono anche attrici, cantanti, registe, artiste come Sabina Guzzanti e Paola Cortellesi, Paola Turci, Vittoria Puccini riunite nell’associazione Una, nessuna e centomila. C’è la madre di Martina Scialdone, uccisa dal suo ex a Roma nel 2023: «Sono qui per lei», ha solo voglia di dire. C’è un pezzo di segreteria del Pd e parlamentari della sinistra senza bandiere. Le uniche che sventolano sono palestinesi e curde, qualcuna a petto nudo sfida il freddo per Ahoo Daryaei, la studentessa che contro il regime si è spogliata fuori all’università di Teheran.
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Momenti di tensione
Invece di bruciare i reggiseni, per liberarsi si balla, ma la gioia si attorciglia alla rabbia. Gli striscioni che dicono che “l’unico possesso che ci piace è il possesso palla” si alternano a quelli sull’amore che “non lascia lividi, non minaccia, non uccide, sennò non è amore”. Sull’assessorato alle Politiche sociali di viale Manzoni piove vernice fucsia, dal carro si urla che «Giorgia Meloni fa violenza di Stato», un gruppo di manifestanti su via Labicana prova a forzare il cordone di polizia che protegge la sede di Pro Vita, s’inneggia a chiuderla col fuoco.
Roccella: “Dimostrazioni arcigne e aggressive”
La ministra per la Famiglia Eugenia Roccella parla di «dimostrazioni arcigne e aggressive, intrise di ideologia. Manifestare contro la violenza sulle donne, parlare di educazione al rispetto, di libertà, per poi esibirsi negli atti e negli slogan che ho visto — dice — è una contraddizione stridente». Il corteo non ci sta: se «la violenza è patriarcale», del governo pensa che abbia «una deriva identitaria e autoritaria che sostiene e giustifica quella violenza». «Riprendiamoci la notte — gridano le attiviste, come usava negli anni ‘70 — È solo l’inizio». Mentre il buio cala su piazza Vittorio, c’è ancora da fare rumore.