A casa mia c’è odore di frittura. Da giorni, da settimane forse. Impregna i vestiti, i divani, e i figli, che già di loro, essendo maschi tra i 14 e i 21 anni, non profumano. L’aria domestica ha la densità dell’olio di semi di girasole. «Di che ti lamenti? È Natale e bisogna friggere!» dice mio marito brandendo la schiumarola, un improbabile grembiule da chef indosso.E pensare che io, quest’anno, volevo lasciar passare le feste invano, senza fronzoli, clamore o tradizioni da rispettare.
Forte dell’età meno acerba della prole, avevo proposto un Natale laico e anarchico, un non-Natale, nobilitando la mia pigrizia con una sbandierata quanto pretestuosa scelta alternativa e ribelle. «Ragazzi, ormai siete grandi. Se rinunciassimo all’albero?» Avevo cominciato così la mia crociata, picconando con una domanda fintamente casuale, un caposaldo della loro infanzia, oltre che l’ingrato accollo di “un alberello finto di plastica dipinto” di cui poetava Gianni Rodari.«Stai scherzando, vero?», ha t…
A casa mia c’è odore di frittura. Da giorni, da settimane forse. Impregna i vestiti, i divani, e i figli, che già di loro, essendo maschi tra i 14 e i 21 anni, non profumano. L’aria domestica ha la densità dell’olio di semi di girasole. «Di che ti lamenti? È Natale e bisogna friggere!» dice mio marito brandendo la schiumarola, un improbabile grembiule da chef indosso.E pensare che io, quest’anno, volevo lasciar passare le feste invano, senza fronzoli, clamore o tradizioni da rispettare.
Forte dell’età meno acerba della prole, avevo proposto un Natale laico e anarchico, un non-Natale, nobilitando la mia pigrizia con una sbandierata quanto pretestuosa scelta alternativa e ribelle. «Ragazzi, ormai siete grandi. Se rinunciassimo all’albero?» Avevo cominciato così la mia crociata, picconando con una domanda fintamente casuale, un caposaldo della loro infanzia, oltre che l’ingrato accollo di “un alberello finto di plastica dipinto” di cui poetava Gianni Rodari.«Stai scherzando, vero?», ha tuonato il piccolo. Il medio in tutta risposta è sceso in cantina a prendere l’intero armamentario decorativo delle feste, Babbo Natale a grandezza naturale incluso. Il maggiore mi ha lanciato un’occhiata sprezzante: «Faccio finta di non avere sentito, madre». E poiché nessuno in famiglia ha estro artistico, senso dell’armonia o solo buon gusto, anche questo dicembre, in soggiorno, campeggia l’albero più sgangherato di Milano nord e Brianza, di inaudita bruttezza e sciatteria. «Almeno le lucine, possiamo risparmiarcele…». Niente, dal giorno di Sant’Ambrogio, il nostro appartamento al primo piano è illuminato come la più cafona delle feste patronali.
Avevo cercato di compensare il mio scarso entusiasmo natalizio con il calendario dell’avvento. Ne avevo comprati, con molto anticipo all’ipermercato, tre identici (passano gli anni ma la gelosia resta e le divisioni tra fratelli richiedono precisione millimetrica), in versione de luxe: ogni giorno i non più bambini avrebbero trovato un cioccolatino, una barretta, o qualche altra trasgressione satura di zuccheri e grassi. Sentivo di avere fatto il mio dovere alla grandissima. «Sai, Cla, cosa fa la madre del Cillo e della Ludo a dicembre?» ha chiesto piccolo, riemerso per un attimo dal cronico stordimento in cui galleggia. «Non chiamarmi Cla, sono la mamma». «Non distrarti, Cla: lei ha fatto, a mano, dei sacchettini di stoffa colorata numerati (24 giorni per due figli: 48 sacchettini) in cui ha messo dei piccoli regali, ogni giorno diversi: una penna, un paio di boxer, dei trucchi, un braccialetto… Sono proprio fortunati, il Cillo e la Ludo» raccontava sognante, mentre ruminava la caramella gommosa appena estratta dalla casellina del suo calendario senz’anima.
Ma torniamo all’odore di frittura, perché l’aria che respiriamo racconta la pasta di cui siamo fatti. Mio marito è di Bari, con tendenze al suprematismo pugliese. Frequenta Milano ormai da trent’anni, resistendo strenuamente a ogni forma di integrazione culturale, linguistica, gastronomica e toponomastica («Dov’è corso Buenos Aires?»). Malgrado i nostri figli parlino con l’accento di Sfera Ebbasta, lui, impermeabile a ogni contaminazione, si ostina orgogliosamente a chiudere le vocali di “nóve”, “caróta” e “séi”, a tifare la Bari e a considerare San Nicola con la sua cattedrale l’unico vero patrimonio dell’umanità. Le feste, per lui, sono un manifesto identitario, soprattutto dal punto di vista culinario. E più io cerco di sottrarmi alla tradizione, più lui spadella. «Il panettone può essere al massimo un accompagnamento! Il vero dolce di Natale sono le cartellate» dichiara, seduto al tavolo, mentre compone roselline di pasta che immergerà nell’olio bollente per coprire successivamente con il vin cotto, una sostanza bituminosa da taluni considerata nettare divino. «E mò non vuoi friggere due sgagliozze?» domanda, mentre fette di polenta sfrigolano in padella. Gli faccio notare che la polenta è un piatto lombardo. Lui nega e sostiene che, comunque, i baresi hanno saputo nobilitarla come nessun altro.
Se io protesto, minaccia di aggiungere al menu della vigilia allievi crudi, cozze pelose e, soprattutto, il capitone, rigorosamente acquistato ancora vivo. Il Grinch che alberga in me deve rassegnarsi a essere in minoranza. Si non potes inimicum tuum vincere, habeas eum amicum, se non puoi vincere il tuo nemico, fattelo amico, diceva Giulio Cesare. Basta resistere. Di fronte a cotanto entusiasmo familiare scelgo la resa e mi accodo al realismo magico del Natale. Poiché tuttavia non conosco le mezze misure, passo al lato oscuro del fanatismo. Decido che, al calare delle tenebre, bisogna accendere ogni lucina, meglio se stroboscopica, e ascoltare carole in stereo sotto l’albero. Stabilisco che è una gara e se mio marito, con il suo grembiule diserotizzante, frigge cartellata e sgagliozze, io e il mio maglione extralarge con renne e fiocchi di neve produciamo biscotti allo zenzero e alla cannella con molto burro.
Mi lascio travolgere dallo spirito natalizio e scopro che il naufragar mi è dolce nella voluttà di questi giorni. Per l’austerità, la ribellione al sistema e la dieta, c’è sempre il 2025.