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Camion rotto e ritiro: è dura, ma in fondo il vero senso della Dakar è riuscire a tornare a casa

Camion rotto e ritiro: è dura, ma in fondo il vero senso della Dakar è riuscire a tornare a casa
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Affrontare la Dakar significa accettare il caos, trasformare la paura in coraggio e spingere tutto quello che hai oltre i confini della tua anima.

Non è solo una gara, è una storia che si scrive a tratti con il cuore. E’ tra i canyon di pietre salendo per quei passi di montagna mozzafiato (sì, il deserto può essere in salita) che comprendi come la Dakar sia a tutti gli effetti un viaggio, e non una meta da raggiungere. Pian piano fai pace con l’idea che ogni chilometro, per quanto duro, sia un dono e non più un ostacolo da superare. Ogni nota è una scoperta e non un enigma da risolvere. Certo, fa male ritirarsi come è successo a me, e ripetere che “non ci puoi fare niente” non ti fa sentire meglio.

Eppure una volta a casa comprendi fino in fondo che nel deserto non corri solo per vincere, corri più che altro per scoprire chi sei davvero. Ogni curva, ogni tempesta di sabbia, ogni notte sotto le stelle ti ricorda che il vero traguardo è da qualche parte dentro di te, e i dakariani più navigati -in effetti - di tutto questo ti avevano avvertito con mesi di anticipo.

Ti avevano detto con tempistiche clamorose di lasciar stare la gara, di concentrarti su te stessa. Ma tu lì per lì li ascolti e pensi solo che siano dei cari vecchi nostalgici con il vizio di romanzare le imprese.

E invece poi sei lì con la sabbia incollata in faccia dal sudore, dove ogni chilometro è un dialogo con tutto quello che ti sta intorno, dai piccoli fiori gialli del deserto alle persone che incontri. E’ una lotta di resistenza, sì, dove non conta solo la velocità, ma la capacità di adattarsi, di resistere e qualche volta di credere nell’impossibile. Perché se non ci credi tu, di sicuro non ci crederà il duomo anteriore destro che è esploso 37 km fa.

Cos’è la Dakar se non il contrappasso della vita? Quel benedetto roadbook che ti consegnano all’alba ogni giorno suggerisce dove passare, dove mettere le ruote, ti dice qual è la strada giusta. Poi la speciale inizia per davvero, un po’ come la vita quando tocca ballare, e il roadbook si riempie di tracce, indizi, sassi nascosti dalla sabbia, dubbi, che fin quando lo avevi letto la prima volta di fretta, non c’erano. Sembrava chiaro, lì per lì.

E così delle volte ti trovi sulla pista sbagliata, una parallela magari.

Ed eccolo lì il senso della Dakar: riuscire a tornare a casa.

Con l’umore di un tranviere sulla circonvallazione esterna di Milano, mi rendo conto che in fondo il senso di questa esperienza non dipenda da quante volte finiamo la “Dakar” ma piuttosto da come ci tiriamo fuori dai problemi che ti presenta, da come ci tiriamo fuori da quel wadi, da come ci tiriamo fuori dalla nota sbagliata. Da come sappiamo tornare a casa.

E’ così che la Dakar ti sveglia, ti ricorda una volta di più che il roadbook è sempre stato lì a portata di mano e siamo noi che volte non sappiamo leggerlo, e siamo ciechi. Non è forse questa la vita? Da prendere una nota alla volta, un giorno alla volta, e accettare che per adesso non ce l’hai fatta.

Prepararti meglio. Impara. Riparti.

Nel deserto la velocità è una percezione totalmente tua, così come la libertà: può essere un labirinto dentro al quale perdersi, può essere un miraggio da traguardare. Può essere il catino di sabbia dove lasci il camion.

Quella che sta andando avanti è un’edizione abbastanza dura della Dakar. Per le moto in particolare è durissima. Scelta discutibile?

No, si sa cosa aspettarsi dai francesi della Dakar e questo è il Rally più duro e lungo del mondo, gli organizzatori tengono vivo il fuoco della scoperta che c’è dentro ad ognuno di noi. La classifica, aldilà dei PRO che si giocano l’assoluta, perde importanza quasi subito per tutti gli altri.

Non so spiegare come possa succedere che nel mezzo del nulla, su un camion a 8000 giri che fa un frastuono infernale, ti possa capitare di ritrovare la perfezione del Presente.

Penso ai giorni che precedono la partenza della Dakar che sono semplicemente di attesa, ma in realtà, una volta varcata la soglia del Bivacco, tutto diventa caotico, polveroso: le ore volano ed il cuore inizia ad abituarsi ai ritmi di gara finché anche i pensieri cominciano a farsi spazio.

Finché il giorno in cui l’imprevisto non è neanche sul roadbook e devi premere il tasto rosso, quello che sancisce la fine della tua gara perché c’è un’emergenza. In qualche modo tutto si risolve, si risolverà, mentre vedi l’elicottero dei soccorsi portare via il tuo compagno di squadra, scaricarti una cassa d’acqua, e realizzare che in qualche modo devi tornare a casa. Con il camion rotto, con uno in meno, dal mezzo del deserto, devi tornare a casa.

E così ti sembra di afferrare il senso del dover Tornare a casa e per un momento, ti senti molto fortunata.

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