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Horacio Pagani: “La mia Utopia è dare emozioni”

Horacio Pagani
Horacio Pagani 

L’ideatore di un mito a quattro ruote si ispira a Leonardo: “Una mia auto in realtà non serve a niente, ma quando la vedi passare ti dà delle sensazioni”

3 minuti di lettura

MILANO – Le sue auto, così come lo specchio della sua storia e della sua vita, sono fatte di dettagli che chiariscono cosa significhi praticare “l’arte alla tecnica” come filosofia.

L’ultima Pagani si chiama Utopia e non è la macchina più tecnologica sul mercato, non è la più comoda, né la più digitale, ma forse è proprio lì il suo valore: in un mondo di filtri e algoritmi Pagani Utopia è qualcosa che ha che fare con il coraggio.

Non sono sicura di aver guidato un’auto, ma forse qualcosa di più simile a un manifesto, alla dimostrazione che la meccanica ha ancora qualcosa da dire perché c’è un momento in cui il rumore del mondo svanisce e resta solo il respiro del V12 biturbo da 6 litri sviluppato da Mercedes-AMG unicamente per le auto di San Cesario sul Panaro in provincia di Modena, tutto si sospende mentre quei sibili meccanici che produce un oggetto fatto di carbonio, titanio e cromo-molibdeno si animano, si sentono i cablaggi che quasi si muovono sotto il sedile fino a arrivarti nelle mani, come se si irrorassero di una qualche linfa.

E lei sembra viva. Ha una sua personalità, un modo unicamente suo di muoversi ed è meglio acquisirlo in fretta perché frena forte, solo se freni a modo suo. Cambia veloce, se ti riesce quel movimento preciso di infilare lo stelo sottile del cambio nella sezione millimetricamente perfetta che è stata pensata per l’innesto, in un lavoro da orologeria applicato all’ingegneria meccanica.

Horacio Pagani parte dall’Argentina 21enne senza nessuna certezza di successo, solo la promessa di un posto in Lamborghini che però sfuma appena mette piede a Modena. Allora per un po’ lavora in un vivaio, con le mani nella terra, attento ai dettagli della potatura, con la resistenza fisica di chi lavora in solitudine e al contempo in armonia. Alla fine quel posto in Lamborghini lo ottiene, se pur come operaio di terzo livello: gli servirà per comprendere come funziona il processo di produzione di una supercar.

Trainato da un volano inarrestabile più vicino alla determinazione che al talento, fa carriera nell’azienda di Tonino e diventa pioniere delle fibre di carbonio, va in banca, chiede un prestito e acquista un’autoclave per cominciare a lavorare quella nuova fibra di grafite.

Quell’autoclave oggi funziona ancora: se l’è portata in azienda, è lì come un memento, e cuoce il carbonio di piccoli pezzi delle Automobili Pagani; già solo per questo chi ne possiede una ha chiaro di aver acquistato un pezzo di storia.

Entrare in una stanza dove ti aspetta Horacio Pagani significa respirare il profumo che lui ha già dosato nell’aria per quel momento. Profumo di erba tagliata, di tabacco, di cuoio e di pane che respirava lungo quella strada tra casa sua e la bottega di suo papà a Casilda, in Argentina. Difficile dire se al Sig. Pagani manchi il Sudamerica: quando ne parla guarda qualcosa che non è lì in quel momento e in quello spazio, ma lo vede, lontano.

Fresco di laurea magistrale ad honorem al Politecnico di Milano e di una ulteriore partecipazione da parte del Pif, il fondo sovrano dell’Arabia Saudita, Pagani a 69 anni sembra rimasto quel ragazzo che pedala ancora sulla sua bici quando esce di casa.

Ha una bici anche a Milano dove va a prendere ispirazione.

Che ispirazione trova a Milano?

«Ripercorro le strade che faceva Leonardo Da Vinci, me le sono studiate e oramai le conosco. È un vecchio che ha più di cinquecento anni e parlargli mi dà conforto».

Lei parla con Leonardo Da Vinci?

«Certo, lei non parla con il suo cane? Di che cosa si può parlare col cane? Il cane ti osserva, ti guarda, ti può dire tante cose. Leonardo a me ne trasmette tante. Così nel mio piccolo avendolo studiato molto mi sembra di ritrovarle nelle risposte che mi da, silenzioso, e quando vado a Milano tutto questo si amplifica, mi ispira fortemente. Sono felice quando salgo a Milano perchè vado a fare le strade di Leonardo».

A cosa serve una Pagani?

«A niente. È che quando tu vedi passare una Ferrari o una di queste macchine che sappiamo fare qui da queste parti, ti emozioni. Anche se non sai quanti cavalli ha, non sai perché. Succede perché siamo bravi a fare le cose che si fanno per forza con le mani, e le stiamo perdendo. I cinesi sono più bravi di noi a farne altre, perciò è importante che noi continuiamo a lavorare con gli artigiani, con le loro mani, un pezzo alla volta. Qui possiamo perchè facciamo sessanta macchine all’anno e le trattiamo più come qualcosa di artistico: il nostro cliente che sia giovane o meno, difficilmente ci chiede tanto sulla potenza della macchina, dell’accelerazione. Sono vetture da 900 cavalli e meno di 1.300 kg: si capisce che nascono per essere prestazionali. Nessuno le sfrutta davvero. Cercano un’esperienza, un’emozione, scoprire i dettagli della macchina piano piano. Si, ci sono i 1.100 Nm di coppia, il cambio manuale a 7 rapporti con i leveraggi a vista, lo sterzo idraulico invece che elettronico, la monoscocca dove assieme ai telaietti vengono avvitate tremila viti: ognuna di queste viti è incisa e realizzata per noi dove si producono componenti aerospace.

Ma i numeri non dicono mai tutto, quello che conta è l’emozione che ti dà».

Sentimenti intensi hanno certamente a che fare con quello che senti appena affondi l’acceleratore dell’Utopia Roadster, quando senti la potenza non filtrata da elettronica invadente. Ti restituisce tutto: il peso, la consistenza dell’asfalto, la minima variazione d’aderenza, in un contatto diretto e analogico, che non è solo una parola nostalgica ma un viaggio nel tempo, un tempo dove l’intelligenza artificiale non si è ancora comprata l’anima delle cose belle, dove un ragazzo nato nella Pampa argentina non ha mai sentito suo papà dirgli che in fondo sì, è stato bravo a disegnare le macchine.

Oggi quel ragazzo continua pedalare nella Pianura Padana, a fare la siesta dopo pranzo sorseggiando il the mate, ancora ribelle alla mediocrità e ancora con il coraggio di rendere reale quello che osa immaginare.

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