Motori

Le piccole elettriche alla riscossa ora la sfida parte da 15mila euro

Le piccole elettriche alla riscossa ora la sfida parte da 15mila euro
Stellantis con la futura Citroën 2CV, sua prima E-Car, fissa la nuova asticella di prezzoe assieme a Volkswagen e Renault chiede riforme alla Ue. A iniziare dai supercrediti
2 minuti di lettura

ROMA – L’asticella si abbassa. A fissarla è Stellantis che ha già indicato che la futura 2CV — prima E-Car del gruppo italo-francese — costerà 15 mila euro. Prezzo che rispetta uno dei paletti che le case automobilistiche, soprattutto quelle europee, indicano come necessaria: l’accessibilità delle vetture a batteria, soprattutto le piccole, che hanno ancora costi fuori scala rispetto alle utilitarie con motore termico e ai modelli dei concorrenti cinesi. A dirlo è l’ad del gruppo italo-francese, Antonio Filosa: «La “e” sta per “economica”, perché costerà 15mila euro, per “elettrica”, perché sarà al 100% elettrica, e per “europea”, perché sarà prodotta in Europa, rispettando il Made in Europe».

La precedente asticella l’aveva indicata l’ex ad di Renault, Luca de Meo, nel febbraio del 2024, quando a Ginevra aveva presentato la nuova R5: sotto i 25mila euro, 24.900 per l’esattezza. Il problema è la Cina. O meglio. i prezzi praticati dai cinesi, tra il 20 e il 30% in meno, su modelli che sono tecnologicamente più avanzati. Sempre per rimanere nel recinto dell’ultimo Salone dell’Auto di Parigi, i 15mila euro indicati da Filosa, sono ambiziosi. La Smart #2, progetto tedesco-cinese che riporta in vita la fortwo in versione a batteria, disegnata da Mercedes e prodotta in Cina, grazie alla joint venture con Geely, è già disponibile per i pre-ordini con prezzo d’attacco fissato a 19.900 euro. L’asticella di Stellantis batte anche il modello più economico ora in commercio. La Dacia Spring, senza sconti e promozioni, parte da 17.900.

Ma le E-Car, secondo i costruttori, proprio perché non conviene farle in Europa, dovrebbero ottenere incentivi. A chiederlo sono i big dell’auto, i ceo dei tre principali gruppi, Volkswagen, Stellantis e Renault, che insieme fanno il 60% della produzione. Top manager che chiedono a Bruxelles sostegni e maggiore flessibilità per non mettere a rischio il comparto. L’ad di Volkswagen, Oliver Blume, al Paris Automotive Summit descrive l’industria automobilistica europea di massa sottoposta a «un’enorme pressione» per effetto dei cinesi. Il nodo principale riguarda le utilitarie a batteria. «In Europa è impossibile guadagnare con le piccole elettriche», ha avvertito. Da qui la richiesta: «Servono incentivi o supercrediti». Anche l’ad di Stellantis Filosa sottolinea che «l’inflazione sta aumentando, quindi le persone vogliono acquistare auto accessibili. Il problema è l’offerta. Le case europee sono pronte a cogliere la sfida, ma serve un sistema di supercrediti per le auto elettriche più piccole».

Una richiesta anche dell’Acea, il club europeo dei costruttori, e che è entrata a far parte dell’accordo tra Francia e Berlino per arrivare ad un’intesa tra i 27 Paesi Ue sulle modifica al regolamento sulla transizione al 2035, salvando di fatto i motori termici, e sulla definizione, con una quota del 70% di componentistica locale, del Made in Europe. Sistema di cui dovrebbe far parte il Regno Unito. A chiederlo anche il primo produttore al mondo, Toyota, insieme a una maggiore flessibilità. L’industria dell’auto del Vecchio continente vuole ridurre il divario anche se i tempi non saranno brevi: «Non abbiamo avuto un’ambizione industriale per trent’anni - ha detto l’ad di Renault François Provost - quindi non risolveremo il problema in due».

I commenti dei lettori