La visita alle saline sarde è un'immersione nella storia economica e sociale dell'isola e allo stesso tempo un viaggio di scoperta della particolarità naturalistica di questa terra
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Fenicotteri rosa zampettano eleganti tra praterie di salicornia, macchia mediterranea e specchi d’acqua salmastra, ricchi del nutrimento che conferisce al loro piumaggio il tipico colore del sole al tramonto, l’Artemia salina, i gamberetti rosa. Sembrano pennellate all’interno di un quadro impressionista, che si integrano in netto contrasto con la tavolozza di colori del paesaggio che fa loro da sfondo, dal bianco abbagliante delle colline di sale al blu cobalto del mare, all’indaco del cielo. Siamo alle porte di Cagliari, alle Saline Ing. Luigi Conti Vecchi, uno dei luoghi più suggestivi della Sardegna, oasi protetta di particolare valore ambientale e naturalistico considerata una delle più importanti ed estese aree umide d’Europa. Qui vi abitano e nidificano oltre 40mila specie di uccelli acquatici di cinquanta specie diverse, in particolare i fenicotteri rosa. Sono loro i guardiani di questo scenario suggestivo, in cui l’architettura industriale si fonde con la natura estrema e la cui storia può ora essere ascoltata e vissuta in prima persona grazie alla partnership tra Eni, proprietaria dal 1984 del sito attraverso la società Ing. Luigi Conti Vecchi – Syndial, e il FAI per cui le saline (a partire dal 28 maggio 2017) sono aperte al pubblico per dieci mesi all’anno.
Percorsi guidati portano alla scoperta dell’area, che include le Saline di Macchiareddu, 1.350 ettari di produzione salina separati dal mare da un cordone di dune lungo oltre 10 km; lo Stagno di Capoterra (100 ettari) che, alimentato dal Rio Santa Lucia, comprende vasche di acqua salata e zone di acqua dolce e salmastra del Rio; e lo Stagno di Santa Gilla, che con i suoi 1.500 ettari di estensione fa da connettore con il mare. Per l’elevato livello di biodiversità che le caratterizza, le saline sono qualificate Ramsar, il trattato intergovernativo per la conservazione e l’uso razionale delle zone umide istituito nel 1971 in Iran, inoltre classificate Zona di Protezione Speciale (ZPS), Sito di Importanza Comunitaria (SIC) e IBA (Important Bird Area), area importante per l’avifauna.
Dopo un intervento di restauro e valorizzazione a cura del Fai e di riqualificazione da parte di Eni-Syndial, le Saline si presentano ancora oggi così come le aveva progettate nel 1919 l’ing. Luigi Conti Vecchi, generale dell’esercito ed ex-direttore delle Reali Ferrovie Sarde. Finita la Prima Guerra Mondiale, l’ingegnere, toscano di nascita, elaborò l’ambizioso disegno di bonifica dello stagno di Santa Gilla, un’area paludosa infestata dalla malaria, impiantandovi una moderna salina. L’impresa oltre a valorizzare in chiave produttiva l’area altrimenti depressa ai margini della città, aveva l’obiettivo di recuperare una vocazione storica della Sardegna come, appunto, quella dell’estrazione del sale, l’oro bianco.
Un giorno alle saline Conti Vecchi
Nel 1921 ottenne l’approvazione del progetto da parte dello Stato italiano che lo finanziò, e in meno di dieci anni la laguna di Santa Gilla fu trasformata in moderno polo di sviluppo industriale strutturato con moli, strade, capannoni e impianti per l’estrazione del sale, industriale e alimentare, e con un annesso villaggio operaio, sul modello delle grandi industrie ottocentesche, dotato di asilo, scuola, infermeria, dopolavoro, ufficio telegrafico, centrale termica, fabbriche di cemento e ceramica. Nel 1940 era una solida realtà industriale, che dava lavoro fino a mille dipendenti e produceva 240 mila tonnellate di sale l’anno, e sottoprodotti per l’industria chimica e l’agricoltura esportati in Nord Europa, Sudamerica e Canada, dove l’oro bianco è richiesto soprattutto per la salagione del pesce. Lo stabilimento era all’avanguardia ed eco-sostenibile, grazie alla catena produttiva integrata a sviluppo circolare, anti spreco e senza produzione di rifiuti, le abitazioni stesse e gli spazi comuni erano in mattoni di argilla cruda, i “làdiri”.
Oggi il villaggio degli operai non esiste più. Hanno resistito le palazzine in cui vivevano i Conti Vecchi e gli impiegati e un edificio a due piani all’entrata della salina; le Officine, che ancora ospitano i macchinari antichi e recenti; il Laboratorio chimico, del quale sono stati restaurati anche gli elementi di arredo le attrezzature; e le dune candide di sale. Attualmente la produzione del prezioso cloruro di sodio raggiunge le 400 mila tonnellate l’anno, grazie a macchinari e processi altamente tecnologici, ed è specializzata in prodotti raffinati, tra cui il fior di sale destinato al mercato alimentare di eccellenza.
Ancora oggi il mestiere dei salinieri è sempre lo stesso, perché il sale si fa ancora allo stesso modo. Il ciclo produttivo è identico a quello di cento e mille anni fa, perché dipende dai ritmi della natura, dagli elementi naturali: ancora oggi mare, sole e vento, valorizzati dalle mani sapienti dell’uomo, lavorano ogni anno per produrre montagne di candido sale nella salina più longeva della Sardegna. La partnership decennale Eni-FAI permetterà di valorizzare quest’oasi naturalistica ricca di storia e biodiversità. Per il FAI si tratta della prima esperienza di gestione, narrazione e valorizzazione di un progetto imprenditoriale, storico e innovativo, all’interno di un luogo minerario tuttora produttivo. Una nuova tipologia di bene, con caratteristiche e potenzialità tali da prefigurare uno sviluppo turistico culturale diverso da quello della costa nord est dell’Isola. Per Eni, la partnership con il Fondo Ambiente Italiano è una best practice per la finalità unica del progetto, che ha l’obiettivo di promuovere la valorizzazione culturale e ambientale di un sito in attività da quasi novanta anni.