Al tavolo permanente istituito presso il ministero dell’Economia tra tutti gli operatori del settore (banche, associazioni degli esercenti, gestori dei circuiti di pagamento) è al vaglio una strategia di riduzione delle commissioni che agisca sui micropagamenti con l’obiettivo di giungere a un accordo che aiuti ad affrontare uno dei nodi posti dagli operatori di mercato.
A questo proposito è bene sapere che ogni operazione cahless è soggetta a tre tipologie di commissioni: il costo di circuito, l’Inter change e la commissione all’esercente.
“L’incidenza dei costi di commissione legati al circuito Pagobancomat è molto bassa, ma già nel dicembre 2020 avevamo deciso di azzerare l’importo – con validità fino a fine 2022 - con l’obiettivo di incentivare un’azione simile anche verso gli esercenti”, ricorda Alessandro Zollo., amministratore delegato di Bancomat Spa. “Molte di queste iniziative hanno avuto successo ed è bene comunque ribadire che il problema prevalente resta legato a un tema culturale”.
In Norvegia, dove il 56% degli acquisti si fa con carta, le commissioni sono le più alte di Europa, ben l’1,5%. Nel Regno Unito la carta è utilizzata per il 66% dei casi con commissioni fino allo 0,8%. Insomma, la questione dei costi, se c’è, ha un impatto del tutto marginale.
Da una recente analisi (GlobaData) su dati relativi al 2021 emerge infatti che in Italia, come Francia e Spagna, le commissioni medie sono più basse della media e da noi si attestano al di sotto dello 0,7%.
Eppure, le transazioni cashless secondo dati Bankitalia in Italia si attestano al 31% contro il 59% delle operazioni che ancora restano in contanti. Come si spiega questo ritardo? Secondo l’amministratore delegato di Bancomat, il nodo da sciogliere riguarda la capacità di “fornire un’alternativa corretta alla domanda e all’offerta”. Un tema che chiama in causa un problema storico del nostro Paese, come il ridotto livello di educazione finanziaria. “Se da un lato, il costo del contante ha oggi un’incidenza notevole per la sicurezza anche degli esercenti – l’aleatorietà del pericolo non è mai percepita di concreto- è compito del sistema renderla evidente provando al contempo soluzioni che rendano conveniente testare l’utilizzo digitale”, aggiunge.
Quindi cita l’esempio Debit Cash, sperimentato da Bancomat con Eni. Il titolare di una carta di debito o prepagata PagoBancomat, a fronte di un pagamento per l'erogazione di carburante presso 250 stazioni di servizio Eni Live Station abilitate, può richiedere fino a un massimo di 100 euro in contanti.
“È un esempio evidente di come contante e digitale possano convivere offrendo soluzioni win win: da un lato garantendo maggiore presidio al servizio tipico di Atm, a fronte di un pagamento effettuato comunque con transazione digitale, dall’altro garantendo all’esercente un vantaggio nella duplice ricezione delle soluzioni di pagamento e smaltimento di costi e oneri legati all’ammortamento del contante”.
Detto di quel che ancora resta da fare, non mancano i motivi per vedere il bicchiere mezzo pieno. A febbraio sono state effettuate 377 milioni di operazioni PagoBancomat, per un valore di 18,2 miliardi di euro, in crescita del 16% nel confronto annuo. Segno che la marcia è avviata.