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Salute, il ruolo del pharma nella sanità italiana

L’ultimo rapporto Ocse-Ue piazza l’Italia al top per assistenza e stato di salute. Un primato che però non basta ad assicurare sostenibilità a lungo termine. Le chiavi di volta? Lo sprint sui medicinali equivalenti e il bilanciamento costo-efficienza dei farmaci specialistici ad alto valore aggiunto
 
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Il sistema sanitario nazionale italiano (Ssn) è il migliore in Europa, ma per assicurare la sostenibilità nel lungo periodo è necessario aumentare la proporzione di medicinale generici nel mercato farmaceutico. Il messaggio principale che arriva dal rapporto “Health at a Glance: Europe 2016”, elaborato dalla Commissione Europea e dall’Ocse, porta nuovamente in auge una debolezza strutturale penalizzante dalla sanità in Italia.

Gli indicatori di stato di salute e qualità dell’assistenza nel nostro Paese fanno registrare performance migliori di tutti gli altri paesi Ue, nonostante una spesa che in rapporto al Pil è inferiore alla media ponderata dell’Unione. Questo aspetto non è tuttavia sufficiente a conciliare le esigenze di cura con quelle di sostenibilità economica, soprattutto a causa del basso tassi di penetrazione nel mercato dei farmaci generici. I medicinali equivalenti, rileva il rapporto, rappresentano solo il 18% del consumo farmaceutico italiano, contro una media europea che si attesta al 52%.
Una distanza penalizzante per l’intero sistema, che da un maggiore utilizzo dei generici potrebbe ottenere vantaggi tutt’altro che trascurabili. Questa categoria di medicinale è in effetti uno dei principali driver di contenimento della spesa per la sanità italiana. Ad esempio, secondo i calcoli del Forum Ambrosetti il contributo in termini di risparmio per il Ssn offerto da Teva, multinazionale israeliana attiva da 20 anni in Italia e leader di mercato nelle vendite di equivalenti, è di circa 200 milioni di euro ogni anno. Soldi che, una volta rimasti in cassa, possono essere orientati al meglio verso le patologie più critiche, da quelle oncologiche al diabete passando per le malattie infettive. Sono infatti i casi medici più gravi e rari ad aver bisogno di farmaci specialistici ad alto valore aggiunto, che può essere raggiunto solo con ingenti investimenti nella ricerca da parte delle big pharma e che naturalmente richiede un costo finale del farmaco elevato.
Sotto questo punto di vista l’originalità del profilo di Teva, che con i suoi 1.400 dipendenti genera in Italia un impatto di circa 6mila addetti tra diretti, indiretti e indotto, può aiutare ad interpretare alcune dinamiche in atto nel nostro mercato farmaceutico. La recente acquisizione di Actavis Generics ha infatti portato il colosso ad essere l’unica realtà che nel nostro Paese copre l’intera filiera produttiva del farmaco, dal principio attivo al prodotto finito. Dopo aver aperto le danze in Italia nel 1996 come produttore di generici, oggi conta invece su un ampio portafoglio farmaci, dagli equivalenti agli specialistici ad alto valore. La via maestra del mercato potrebbe essere questa. “Nel nostro futuro non c’è una separazione e una dicotomia tra farmaci equivalenti e farmaci specialistici ad alto valore aggiunto”, spiega Hubert Puech d’Alissac, Amministratore Delegato di Teva Italia. La sostenibilità del comparto, aggiunge d’Alissac, “non può basarsi esclusivamente sul tema dei costi: l’industria deve sedersi a un tavolo con il Governo e le Regioni, per trovare una soluzione condivisa che assicuri assistenza di qualità senza penalizzare le imprese che investono”.

Ecco perché tutte le maggiori società di ricerca del settore farmaceutico, da Ims Health a Evaluate Pharma, sono concordi nell’attribuire all’equilibrio fra costo ed efficienza della spesa farmaceutica un ruolo primario nel futuro della sanità. La crescente competizione nella corsa alle molecole va dunque di pari passo con il ruolo fondamentale dei farmaci equivalenti. Nel momento in cui esce un equivalente il prezzo di rimborso, cioè quanto spende il Sistema sanitario nazionale per quel determinato prodotto che prima era sotto brevetto, “diminuisce almeno del 50-60% – spiega Enrique Häusermann, Presidente di Assogenerici - Investendo e registrando farmaci, automaticamente investiamo in un percorso virtuoso di sostenibilità e di accesso alle cure per tutti. E con i biosimilari la platea di pazienti che potranno avere accesso ai farmaci innovativi per patologie gravi e invalidanti, sarà sempre maggiore”.

Così, proprio il bilanciamento tra il necessario sprint sui generici e l’individuazione dei farmaci specialistici in grado di garantire il miglior costo-efficienza rappresenta la questione di primo piano. Non semplice, ma da affrontare più prima che poi. Se non altro perché, dal post-recessione a oggi, il comparto pharma italiano ha visto gli investimenti crescere, mentre nello stesso periodo gli altri settori hanno chiuso i rubinetti. Segno quindi di una fiducia mai sopita nelle prospettive del Belpaese che, tuttavia, rischia di scemare se non si interviene in tempo.

“È fondamentale definire un modello strutturato ed efficace per calcolare il valore dei farmaci che tenga conto di tutti i benefici generati: clinici, economici e sociali – spiega Antonio Irione, Life Sciences Leader EY - Occorre poi saper sfruttare le opportunità offerte dalle prime scadenze brevettuali di farmaci costosi e della conseguente possibile commercializzazione dei biosimilari, bilanciando l’opportunità di ottenere risparmi significativi con l’assoluta necessità di salvaguardare la salute dei cittadini, garantendo ad esempio la continuità terapeutica o rinforzando la farmacovigilanza”. Uno scenario complesso che richiederà al nuovo direttore dell’Agenzia italiana del Farmaco, Mario Melazzini, già presidente e succeduto lo scorso mese all’ex dg Luca Pani, un forte impegno e una grande capacità di mediazione.