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Tumori del colon-retto, in calo ma non per i giovani adulti

Uno studio condotto su quasi 500 mila statunitensi mostra un aumento dell'incidenza di queste neoplasie tra i 20 e 54 anni, in controtendenza rispetto alle altre fasce di età. La sedentarietà e l'alimentazione tra le possibili cause
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La buona  notizia è che i tumori del colon-retto sono in calo, da noi in Italia e altrove in occidente. La cattiva notizia è che questo non è vero, almeno non ovunque, per i giovani adulti. È, in estrema sintesi, il risultato di uno studio retrospettivo realizzato su più di 490 mila uomini e donne statunitensi e pubblicato sul Journal of National Cancer Institute.

I giovani? In controtendenza Stando alla ricerca, il tasso di cancro del colon sarebbe infatti aumentato dell’1- 2,4% l'anno per i 20-39enni a partire dalla metà degli '80, e di 0,5-1,3% tra i 40-54enni a partire dalla metà degli anni ’90. Per quanto riguarda il cancro del retto, le cose sono peggiorate anche più velocemente: i tassi idi incidenza tra i 20-29enni Usa sono aumentati in questo caso del 3,2% l'anno tra il 1974 e i 2013 e oggi, negli Stati Uniti, su 10 nuovi casi di cancro del retto, tre riguardano pazienti che hanno meno di 55 anni: il doppio rispetto alla percentuale misurata nella stessa fascia di età nel 1990. Tutto questo mentre per chi ha più di 55 anni i numeri della malattia hanno cominciato a calare già a partire dagli anni '80 per il colon, e dal 1974 per il retto.

Come per l’obesità. Questi i numeri dunque. E le cause? Naturalmente gli autori dell’indagine si sono chiesti quali potessero essere le ragioni di un aumento  tra i giovani di una patologia che è considerata rara tra chi ha meno di 40 anni, più frequente a partire dai 60 anni e con un picco massimo verso gli 80. Rebecca Siegel, primo autore dello studio, ha dichiarato al Washingon Post che una possibile spiegazione si potrebbe trovare in “una complessa interazione che coinvolge gli stessi fattori che hanno contribuito all’epidemia di obesità: cambiamenti nella dieta, stile di vita sedentario, sovrappeso e basso consumo di fibre”.

Lo screening funziona. Nei paesi occidentali, il cancro del colon-retto rappresenta nella donna il secondo tumore maligno per incidenza e mortalità dopo quello della mammella, e il terzo dopo quello del polmone e della prostata nell'uomo. I dati italiani (I numeri del cancro in Italia 2016) indicano che nell’anno appena trascorso, per la prima volta è stato registrato un calo dei numeri della malattia grazie a programmi di screening nazionali offerti ai 50-69enni. Programmi che con un semplice esame di laboratorio di ricerca di sangue occulto nelle feci permettono individuare l’eventuale presenza di formazioni precancerose. Un successo, non c’è dubbio.

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Tuttavia, al di là delle possibili spiegazioni che sottostanno a questi nuovi risultati Usa (stili di vita, alimentazione, eccetera) e anche al di là dei successi oggettivamente ottenuti anche nel nostro paese, la domanda che si pone (e che gli autori dell’indagine si sono in effetti posti) è: alla luce dei recenti dati  non sarebbe il caso di estendere lo screening ad altri segmenti di popolazione? Insomma, non sarebbe opportuno estendere i controlli ai più giovani? Secondo gli epidemiologi del National Cancer Insitute che hanno firmato la pubblicazione, sì. Scrivono infatti “… visto che quasi un terzo dei pazienti affetti da cancro del retto ha meno di 55 anni, dovrebbe essere preso in considerazione lo screening prima dei  50 anni”.

Il parere dell’esperto. Abbiamo chiesto un commento sullo studio appena pubblicato a Giordano Beretta, responsabile dell’Oncologia Medica di Humanitas Gavazzeni di Bergamo e segretario nazionale Aiom, l’Associazione italiana dei medici oncologi che ha curato le linee guida sul carcinoma del colon-retto: “Un programma di screening ha senso se è tale da giustificare l’impegno economico di un sistema sanitario. I dati relativi ai tumori del colon-retto nei più giovani non lo farebbe: l’entità delle risorse necessarie ad estendere lo screening non sarebbe bilanciata da un effettivo ritorno in termini di salute pubblica. Infatti, un aumento di incidenza dell’entità osservata in quelle fasce d’età comporta un incremento in valori assoluti di pochi casi ogni 100mila abitanti, con un rapporto tra persone sottoposte a test e numeri di tumori o lesioni precancerose evidenziate poco favorevole. Il rischio infatti – entra più nel dettaglio l’oncologo – è che i tassi di falsi possano essere molto più elevati rispetto ai casi realmente positivi osservati.  È, e non può che essere, un discorso di costi-benefici”.

Potenziare la sorveglianza. “Altra cosa che un senso lo avrebbe certamente – riprende Beretta – è quella di potenziare la rete della sorveglianza di chi ha familiarità per il cancro del colon-retto e soprattutto di chi è portatore di una predisposizione su base genetica, cioè un sistema che individui le persone a maggior rischio a prescindere dall’età. Che andrebbero individuate e inserite  in programmi particolari di prevenzione che ne promuovano e facilitino l’accesso periodico alle analisi”.