Il rapporto Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario redatto dalla Ragioneria dello Stato, elaborato in occasione della predisposizione del Documento Programmatico di Finanza Pubblica del 2025, illustra in modo analitico le previsioni di spesa in rapporto al Pil di medio e lungo periodo del sistema pensionistico e socio‑sanitario. E prevede che la spesa sanitaria salga di un punto di Pil entro il 2070 per il solo effetto dell’invecchiamento. Ne abbiamo parlato con Alessandro Rosina, Ordinario di Demografia e Statistica sociale all’università Cattolica di Milano, ospite al Festival con Massimo Bordignon.
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Professore, questo destino demografico è già scritto o c’è margine per cambiarlo?
"L’invecchiamento della popolazione è in larga parte già scritto nella struttura demografica. Le persone che saranno anziane nei prossimi decenni sono già nate. Le previsioni più consolidate indicano, inoltre, che l’aspettativa di vita continuerà molto verosimilmente ad aumentare, con guadagni sempre più concentrati nelle età più avanzate. Uno dei margini principali su cui agire è quello delle condizioni delle persone che entrano nelle età considerate tradizionalmente anziane. Un 75enne di oggi presenta livelli di salute, benessere fisico, ma anche desiderio di essere socialmente attivo, sensibilmente maggiori rispetto a un coetaneo di 25 anni fa. Dobbiamo favorire la possibilità che un 75enne del 2050 sia in condizioni ancora migliori. Migliore salute e benessere consentono alle persone di vivere meglio, di avere un ruolo positivo nella rete sociale, di gravare meno sulla spesa sanitaria pubblica. Anche le nuove tecnologie possono dare un contributo rilevante nel migliorare l’autonomia e nel rendere più efficiente il sistema di assistenza".
Il Rapporto distingue tra invecchiamento “assoluto” e “relativo”, il calo della popolazione in età da lavoro. Quale dei due deve preoccuparci di più?
"L’aumento assoluto non può essere interpretato in modo negativo, perché è l’esito del vivere più a lungo e della riduzione dei rischi di morte nelle età precedenti. Questa crescita accomuna tutte le economie avanzate e richiede un investimento su una lunga vita attiva e in salute. Il secondo è invece l’esito della natalità caduta su valori molto bassi e, per alcuni Paesi e aree territoriali, anche della perdita di giovani che si spostano altrove in cerca di maggiori opportunità. La questione principale non sta quindi nell’aumento del numero degli anziani, ma nella concomitante riduzione delle coorti che entrano in età lavorativa. Non dobbiamo guardare a quello che abbiamo di meno rispetto al passato, ma a che cosa possiamo aggiungere nel presente e nel futuro. Questo qualcosa in più è l’investimento sulla qualità delle nuove generazioni. Se la spesa previdenziale e sanitaria è destinata ad aumentare, diventa cruciale avere giovani ben formati, ben inseriti nel mondo del lavoro. Il problema dell’“invecchiamento relativo” è malposto: non si tratta di agire in difesa rispetto all’esigenza di sostenere i costi degli anziani, ma di agire in attacco, migliorando la capacità delle nuove generazioni di creare nuova ricchezza e nuovo benessere ovunque si trovino, qualunque sia il loro genere e la loro provenienza".
Tra il 2045 e il 2050 le generazioni del baby boom entreranno in massa nell’età dei grandi anziani, oltre gli 80 anni. Cosa succederà?
"Non sarà uno “shock” improvviso, nel senso che il cambiamento comincerà prima e continuerà dopo. Il punto importante è che i baby boomer sono una generazione numericamente consistente. Quando una generazione di quelle dimensioni attraversa una determinata età, produce effetti visibili su tutti i sistemi che dipendono dalla struttura demografica: pensioni, sanità, assistenza, mercato del lavoro, abitazioni, consumi, risparmio, trasmissione del patrimonio. La buona notizia è che non dobbiamo aspettare il 2045 per capire cosa accadrà. Lo sappiamo già e abbiamo circa vent’anni per prepararci. Il vero errore sarebbe trattare il 2045 come una scadenza contabile invece che come un percorso di sviluppo del Sistema Paese. Il 2045-2050, quindi, è il momento entro il quale dobbiamo avere costruito una società della longevità che funzioni per tutte le età".
Gli anni di vita che guadagniamo saranno anni pieni o anni di fragilità?
"La longevità non si misura soltanto con la speranza di vita alla nascita. Dobbiamo guardare agli anni vissuti in buona salute, senza limitazioni dell’autonomia. Attualmente chi arriva a 65 anni in Italia ha davanti a sé in media oltre 21 anni di vita, di cui circa 10 in buona salute. La condizione di non autosufficienza diventa maggioritaria dopo gli 85 anni. Ma le disuguaglianze sociali contano moltissimo. Istruzione, reddito, condizioni lavorative, abitazione, alimentazione, attività fisica, accesso ai servizi e qualità delle relazioni sociali influenzano la possibilità di arrivare alla vecchiaia in buone condizioni. Una lunga vita attiva e in salute si costruisce quindi riducendo le disuguaglianze e favorendo comportamenti virtuosi a partire dalle età più giovani".
Invecchiare bene è quindi anche una questione di conti pubblici?
"Se una parte ampia di vita viene vissuta in buona salute, aumenta il numero di anni nei quali le persone possono essere autonome, lavorare, consumare, prendersi cura di sé e degli altri. Se invece sono prevalentemente anni di non autosufficienza, cresce la domanda di assistenza sanitaria e soprattutto di long-term care, con costi che ricadono sul sistema pubblico ma anche sulle famiglie".
Il Sud oggi è più “giovane”, ma invecchierà molto più in fretta — in Campania l’indice di dipendenza degli anziani crescerà del 130% entro il 2070. E intanto i giovani emigrano: rischiamo anziani più soli proprio dove i servizi sono più deboli?
"Nel Mezzogiorno si sommano due processi. Da una parte la denatalità, che, come nel resto d’Italia, riduce progressivamente le nuove generazioni. Dall’altra la mobilità. Molte Regioni del Nord compensano le uscite verso l’estero con le entrate dall’estero e dal Mezzogiorno, mentre per le Regioni del Sud e delle Isole il saldo è fortemente negativo. Se semplicemente si subisce questa inerzia demografica, il rischio è un indebolimento economico e sociale delle aree più fragili del Paese, dove le condizioni delle famiglie sono meno favorevoli e i servizi per gli anziani sono più carenti. Questo indebolimento finisce per ridurre ancor più la possibilità di garantire servizi di prossimità, mentre con la mancanza di figli e nipoti si assottigliano anche le reti familiari che tradizionalmente compensano, attraverso gli aiuti informali, le carenze del welfare pubblico. È evidente che questo alimenta un circolo vizioso che porta la natalità a ridursi ulteriormente, i giovani ad andarsene, gli squilibri a peggiorare e le disuguaglianze sociali, la povertà, la solitudine ad aumentare. Una società anziana non è necessariamente una società di anziani soli. Ma una società anziana con forte emigrazione giovanile, bassa natalità e reti familiari più ristrette può trasformare la solitudine in un destino ineluttabile. Per questo la politica demografica territoriale deve rendere i territori capaci di trattenere e attrarre persone".
Cosa dovrebbe costruire oggi l’Italia per chi sarà ottantenne nel 2055?
"Dovremmo smettere di fare politiche “per gli anziani” e cominciare a costruire una società nella quale si possa vivere bene a tutte le età. Perché gli ottantenni del 2055, e quelli dei decenni successivi, possano vivere bene servono trentenni che, da qui al 2055, scelgano di rimanere in Italia. Questo non solo fa crescere l’economia, migliora la demografia e rende più sostenibile il sistema sociale, ma consente anche a ciascuno di maturare una storia contributiva che porti a un assegno pensionistico adeguato, magari integrato da una previdenza complementare. Ma non basta avere una buona pensione. Una società della longevità deve garantire anche anni vissuti in buona salute e con la maggiore indipendenza possibile. Serve quindi una sanità più orientata alla prevenzione, alla gestione delle cronicità, alla prossimità e alla continuità assistenziale: l’obiettivo non è soltanto curare una malattia quando compare, ma mantenere il più a lungo possibile capacità funzionali, autonomia e partecipazione. Dobbiamo poi integrare molto di più la long-term care, in modo che assistenza sanitaria, assistenza sociale, cure domiciliari, servizi di comunità e soluzioni residenziali non siano compartimenti separati. E dovremmo sviluppare strumenti pubblici e privati accessibili che consentano alle persone di proteggersi dal rischio di non autosufficienza. Non possiamo pensare che tutto il peso dell’assistenza ricada sulle famiglie, proprio mentre diminuisce la disponibilità di familiari in età di assistenza".
Per avere città a misura di anziano cosa deve cambiare?
"Il primo elemento è la casa. Se il corso di vita diventa più lungo e articolato, anche le abitazioni devono potersi trasformare. Serviranno case accessibili, con spazi e servizi che possano cambiare insieme alle esigenze della persona. Ma soprattutto dobbiamo evitare che l’unica alternativa sia tra la casa familiare e la struttura residenziale. Tra questi due estremi esiste uno spazio enorme: abitazioni adattabili, cohousing, servizi di prossimità, residenzialità leggera, forme di assistenza domiciliare integrate con la vita del quartiere. Poi c’è la città. Una città a misura di anziano dovrebbe essere una città nella quale sia più facile muoversi, incontrarsi, abitare, partecipare e sentirsi parte di una comunità a qualsiasi età. Infine, la silver economy. L’economia della longevità dovrebbe considerare l’intero sistema di relazioni che si sviluppa intorno a una vita più lunga: non solo i consumi, ma anche il risparmio e l’investimento, la partecipazione civica, i legami tra generazioni, l’uso dello spazio".