Melanoma, la terapia target precoce previene le ricadute
di LETIZIA GABAGLIO
Nei pazienti ad alto rischio con mutazione BRAF la combinazione di due molecole bersaglio prolunga la sopravvivenza libera da recidiva. I risultati presentati al congresso di oncologia clinica americano Asco
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La lotta contro il tumore è anche una questione di tempo. Non solo è importante avere a disposizione dei farmaci efficaci, ma è necessario somministrarli nel momento più opportuno così da ottenere il massimo del beneficio. Nel caso di pazienti con melanoma con mutazioni del gene BRAF in stadio III, considerati ad alto rischio di recidiva, iniziare la terapia target subito dopo l’operazione chirurgica di asportazione del tumore è un modo efficace di prevenire il ritorno della malattia stessa. Lo dimostrano i dati di uno studio presentati al congresso della Società Americana di Oncologia Clinica (Asco) che si sta svolgendo online in questi giorni: dopo 5 anni è vivo ancora il 52% dei pazienti trattati con la combinazione dabrafenib + trametinib, mentre lo è solo il 36% di quanti hanno preso placebo.
Mirare al bersaglio prima possibile
La terapia mirata di cui stiamo parlando è la combinazione di due molecole - dabrafenib e trametinib - che vanno a interrompere il segnale impazzito causato dalla mutazione BRAF, quel segnale che provoca la moltiplicazione cellulare e quindi la crescita del tumore. Questo difetto genetico è presente in circa il 50% dei pazienti. “La terapia mirata con dabrafenib + trametinib agisce in maniera selettiva, spegnendo l’attività della proteina BRAF mutata, bloccando quindi l’evoluzione del tumore e garantendo un’elevata efficacia e una maggiore aspettativa di vita”, spiega Michele Del Vecchio, Responsabile S.S. Oncologia Medica Melanomi, Dipartimento di Oncologia Medica ed Ematologia, Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Tumori di Milano. “Da qui l’importanza di tracciare un identikit completo e dettagliato del melanoma, a partire dalle fasi precoci, grazie al test per la determinazione dello stato mutazionale di BRAF che consiste in un esame di laboratorio eseguito su un campione di tessuto (sul melanoma primitivo o sulle metastasi ai linfonodi regionali). Durante la prima visita, l’oncologo medico deve già poter disporre di questa informazione per decidere la terapia più adeguata al paziente”.
1 anno di terapia
"I pazienti che, alla diagnosi, presentano malattia allo stadio III sono circa il 15% di tutti i nuovi casi di melanoma, e risultano essere ad alto rischio di recidiva dopo l'intervento chirurgico con una prognosi significativamente peggiore – spiega Paola Queirolo, Direttore Divisione Melanoma, Sarcoma e Tumori rari all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano -.La maggioranza delle recidive in questi pazienti si manifesta entro cinque anni, quindi cinque anni di follow up rappresentano un traguardo clinicamente ed emotivamente significativo”. La terapia si dimostra efficace a fronte di uno schema di somministrazione che dura un solo anno e che si può gestire a domicilio perché orale. “La combinazione delle due molecole aumenta l’efficacia e, in maniera paradossale, diminuisce gli effetti collaterali. A oggi il principale effetto è la febbre che abbiamo imparato a gestire”, spiega ancora Queirolo.
Vantaggi a lungo termine
“Per 20 anni non ci sono stati passi in avanti nel trattamento adiuvante del melanoma ad alto rischio di recidiva, ma i risultati di questo studio dimostrano in maniera incontrovertibile l’efficacia della terapia target non solo a breve termine ma, e questo rappresenta il dato rivoluzionario, anche a lungo termine, essendo questo lo studio con il follow-up più lungo finora pubblicato”, sottolinea Mario Mandalà, Responsabile Unità Melanoma dell'Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. “A tre anni l’intervallo libero da recidiva era del 59%, a quattro del 54%, a cinque del 52%. Si sta raggiungendo una sorta di plateau, che fa ben sperare nella possibilità di guarigione per questi pazienti”. Un andamento simile a quello che si vede nei pazienti trattati con immunoterapia che tanto ha cambiato la pratica clinica del melanoma avanzato negli ultimi anni.
L’Italia in prima linea
Fra i cinque centri al mondo con maggior esperienza nell’uso della combinazione figurano l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e l’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. “Siamo stati fra i primi a poter apprezzare l’efficacia di questa terapia. Una grande opportunità soprattutto nell’ottica dei pazienti che hanno avuto accesso alla terapia prima che fosse autorizzata”, conclude Mandalà. “I pazienti che appartengono a questo sottogruppo sentono la spada di Damocle perennemente incombere sulla loro testa ma ora possono contare su una terapia che non solo dilaziona ma evita le recidive”.