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Biodiversità

Dall’Appennino centrale alla Hudson Bay, la scienza nativa ci insegna come convivere con l’orso

(foto: De Agostini via Getty Images)
(foto: De Agostini via Getty Images) 

Dall’orso marsicano dell’Appennino all’orso polare della Baia di Hudson, fino all’orso nero delle Chuska Mountains: tre ricerche raccontano una nuova idea di conservazione, dove i dati scientifici incontrano la conoscenza di chi vive accanto agli animali

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Ci sono luoghi in cui la presenza della fauna selvatica, e in particolare dei grandi carnivori, entra nella geografia quotidiana delle persone, nei racconti delle comunità, nella memoria dei luoghi e perfino nelle abitudini con cui si attraversa un bosco, si conduce una mandria o ci si sposta da un villaggio all’altro. L’orso, più di molti altri animali, finisce così per assumere un ruolo che va oltre la sua biologia: può essere simbolo della natura da proteggere, ma anche una presenza con cui imparare concretamente a condividere il territorio.

Ma in un momento storico in cui alla fauna selvatica sembra essere riservato sempre meno spazio, come si può proteggere una specie quando la sua sopravvivenza dipende anche dalla capacità degli esseri umani di convivere con essa? E come si può mettere in relazione la scienza tradizionale con il patrimonio di conoscenze costruito dalle comunità attraverso l’osservazione e l’esperienza diretta?

Sono alcune delle domande emerse alla 29ª International Conference on Bear Research and Management, che ha riunito a Pescasseroli ricercatori e ricercatrici impegnati nello studio degli orsi in diverse parti del mondo. Un confronto che non ha riguardato soltanto la biologia degli animali, ma anche il ruolo delle comunità e delle conoscenze maturate attraverso una presenza lunga, quotidiana e spesso intergenerazionale nei territori abitati dagli orsi.

Diverso e meno aggressivo: l’identikit dell’orso bruno marsicano

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Il marsicano e il paesaggio condiviso

In Appennino centrale l’orso bruno marsicano non vive in un ambiente separato dalle attività umane, ma in un mosaico di boschi, pascoli, strade, piccoli centri abitati e aree protette. La nuova stima genetica realizzata nell’ambito del progetto DigitAP ha identificato nel 2025 circa 81 orsi, 43 femmine e 38 maschi, distribuiti su circa 6.500 chilometri quadrati. Nel nucleo centrale sono stati stimati 65 individui, mentre altri 16 sono stati rilevati nelle aree periferiche.

Il numero, però, racconta solo una parte della storia. Una popolazione può aumentare e incontrare contemporaneamente ostacoli alla propria espansione, soprattutto quando sono le femmine a dover colonizzare nuovi territori. È qui che la conservazione diventa anche una questione socio-economica, di gestione del territorio e rapporto con le persone.

L’espansione dell’orso marsicano, seppur rappresenti un successo dal punto di vista della conservazione, richiede infatti a chi vive sul territorio di modificare alcune pratiche, mettere in sicurezza fonti di cibo, proteggere il bestiame o semplicemente imparare a riconoscere e interpretare i comportamenti dell’animale. Obiettivi su cui si è concentrato il progetto LIFE Bear-Smart Corridors, a cui hanno lavorato localmente Rewilding Apennines, Salviamo L’Orso e il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, e che ha messo al centro le comunità locali, attraverso attività di educazione e sensibilizzazione, percorsi di co-progettazione delle soluzioni e il coinvolgimento delle imprese, per fare della presenza dell’orso anche un’opportunità per l’economia dei territori. Le Comunità a misura d’orso (Bear-Smart Communities) hanno così cercato di trasformare la conservazione da un obiettivo calato dall’alto in un processo condiviso, capace di mettere allo stesso tavolo amministrazioni, cittadini, operatori economici e associazioni.

Nell’Artico, la conoscenza del territorio

A migliaia di chilometri di distanza, nelle regioni della Baia di Hudson e della Baia di James, la stessa questione assume una forma diversa. Martina Jakubchik-Paloheimo studia l’orso polare lavorando insieme alle comunità Omushkego Cree, concentrandosi sul rapporto tra le persone e quella che rappresenta la popolazione più meridionale di orsi polari.

“Nella Southern Hudson Bay si stimano tra 900 e 1.000 individui, la maggior parte dei quali trascorre l’estate in Ontario, soprattutto lungo le coste di entrambe le baie”, spiega Jakubchik-Paloheimo. “In questa regione, il cambiamento climatico modifica rapidamente le condizioni ambientali a cui gli animali si sono adattati, soprattutto attraverso la riduzione stagionale del ghiaccio marino. Trascorrendo più tempo sulla terraferma, gli orsi entrano più frequentemente in uno spazio che è anche territorio vissuto e utilizzato dalle comunità”.

Ed è qui che la ricerca di Jakubchik-Paloheimo introduce un elemento fondamentale: per comprendere la coesistenza non basta osservare l’orso, bisogna conoscere il territorio attraverso gli occhi di chi lo frequenta da generazioni. “La conoscenza indigena non è un semplice complemento alla ricerca scientifica, né una raccolta di aneddoti da aggiungere a un rapporto tecnico. È un patrimonio costruito attraverso l’osservazione continuativa del territorio, la memoria degli incontri e dei cambiamenti stagionali e la capacità di riconoscere comportamenti e segnali che possono sfuggire a una ricerca limitata nel tempo», spiega la ricercatrice. “La conoscenza Cree della parte meridionale della Baia di Hudson e della Baia di James può contenere informazioni fondamentali per la gestione del territorio, l’adattamento ai cambiamenti climatici e la mitigazione dei conflitti con gli orsi polari”.

Una ricerca pubblicata nel 2025 su Communications Earth & Environment, dedicata alla comunità di Churchill in Manitoba, ha mostrato come racconti, memoria e osservazioni intergenerazionali possano contribuire a comprendere movimenti e comportamenti degli orsi e a individuare strategie per ridurre gli incontri rischiosi.

Per Jakubchik-Paloheimo, però, la questione va oltre la gestione dell’orso. “Gli ecosistemi biologicamente più diversi rimasti sul pianeta sono sottoposti a minacce crescenti legate all’estrazione delle risorse, che spesso privilegia i vantaggi economici rispetto ai diritti delle popolazioni indigene e alla tutela dell’ambiente”. Tra queste, cita il progetto minerario Ring of Fire, nei territori Omushkego dell’Ontario settentrionale, che solleva questioni relative alle terre ancestrali, ai diritti indigeni e alla tutela degli ecosistemi.

Chuska Mountains: il DNA e la memoria

Nelle Chuska Mountains, tra Arizona e New Mexico, la dottoressa Deandra Jones lavora su una popolazione di orsi neri sui quali, l’unica ricerca formale risaliva agli anni Ottanta. Il suo progetto quinquennale punta non solo a fotografare la popolazione attuale, ma anche a comprendere il significato dell’orso per le comunità Diné.

“Per molte persone Diné, gli orsi neri fanno parte dei racconti della creazione, degli insegnamenti e dei valori, e per questo sono tenuti in grande considerazione. Dal modo in cui ci relazioniamo con loro deriva un livello di rispetto e responsabilità”, racconta. “Considerare un orso come un parente significa essere consapevole di come entro nel suo spazio e di come raccolgo qualcosa di suo, come il pelo che utilizzo nella mia ricerca. La domanda non è più soltanto che cosa posso imparare da questo animale?, ma quali sono le mie responsabilità nei suoi confronti mentre svolgo il mio lavoro?”.

Nel 2024 Jones ha installato 36 stazioni per la raccolta non invasiva del pelo, ottenendo 711 campioni dai quali sono stati identificati geneticamente 62 individui. Nel 2025 le stazioni sono diventate 108, mentre interviste e questionari hanno raccolto informazioni sugli incontri tra persone e orsi.

DNA e memoria diventano così due modi diversi di interrogare lo stesso territorio: da una parte l’identificazione degli individui e la stima della popolazione attraverso modelli di spatial capture-recapture, dall’altra l’esperienza delle persone, la conoscenza dei luoghi e la percezione dei problemi legati alla presenza degli orsi.

“Penso che possa essere compreso come una forma di reciprocità. Mi è stato insegnato a offrire polline di mais e una preghiera ogni volta che incontro un orso, anche indirettamente. È un modo per riconoscerlo, dimostrare rispetto e chiedere il permesso. Quando raccolgo il pelo per la ricerca, sto prendendo qualcosa dall’orso: offrire polline e preghiera è anche un modo per restituire qualcosa e riconoscere quella relazione”.

Per Jones, la scienza occidentale dovrebbe avere l'umiltà di imparare che esistono modi di conoscere gli orsi che non passano necessariamente da un collare o da una stima della popolazione. “Chi ha vissuto accanto agli orsi per generazioni nota cambiamenti nel loro comportamento, nel cibo, nell’acqua, nell’habitat e negli incontri con le persone. La scienza deve rispettare questa conoscenza per ciò che è, invece di prenderne alcuni elementi e trasformarli semplicemente in un altro insieme di dati”.

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Imparare a convivere

Fortunatamente, secondo Deandra Jones, “il mondo della conservazione sta diventando un po’ più consapevole del fatto che tipologie diverse di comunità possono avere relazioni altrettanto differenti con gli orsi. Le comunità locali, ad esempio, possono comprendere gli orsi attraverso l’esperienza vissuta e una coesistenza di lunga durata, mentre le comunità native possono custodire specifici insegnamenti culturali, responsabilità e relazioni spirituali con la terra e con gli animali. Ciò che vorrei che si comprendesse più profondamente è che queste relazioni non dovrebbero essere semplicemente aggiunte a un quadro di gestione già esistente ma che contribuiscano a definire fin dall’inizio che cosa intendiamo per coesistenza, quali domande ci poniamo e quali tipi di soluzioni prendiamo in considerazione”.

Una prospettiva che apre al tema della decolonizzazione della conservazione. Per Jakubchik-Paloheimo “la conservazione guidata dalle popolazioni indigene mette in discussione alcuni dei presupposti su cui si è sviluppata la scienza occidentale della conservazione, a partire dal mito di una natura selvaggia e disabitata come condizione necessaria per proteggere la biodiversità. Quella visione è legata a processi coloniali che hanno interpretato la terra come terra nullius, una terra vuota, contribuendo allo spostamento forzato e ai genocidi delle popolazioni indigene. L’idea di una wilderness priva di abitanti tende infatti a cancellare migliaia di anni di cura del territorio, coesistenza e sistemi di conoscenza indigeni che hanno contribuito a costruire le pratiche e le relazioni socio-ecologiche da cui quegli ecosistemi hanno tratto beneficio. I sistemi di conoscenza indigeni, invece, incorporano una visione relazionale dell’esistenza, nella quale gli esseri umani sono posti in relazione con tutti gli altri esseri viventi; sono conoscenze che assumono forme differenti perché nascono da ecosistemi, territori e popoli diversi e da relazioni specifiche con quei luoghi. Non si tratta, quindi, di sostituire una forma di conoscenza con un’altra, ma di riconoscere che anche il modo in cui definiamo ciò che chiamiamo natura è il risultato di una particolare storia culturale”.

Tre storie diverse, dunque, che convergono su una stessa idea: per conservare un animale non basta conoscerlo, bisogna costruire una relazione con lui e con il territorio che condividiamo. Un’idea che, in Occidente, abbiamo a lungo ignorato perché abbiamo preferito considerarci fuori dalla natura, come se fossimo gli unici esseri capaci di stare ai margini della grande rete della vita e di governarne i fili, decidendo quali specie proteggere, quali territori trasformare e quali equilibri ristabilire. Per molte popolazioni native, invece, questa separazione non esiste: l’essere umano non è al di sopra né al di fuori della rete, ma ne è un nodo, legato agli altri esseri viventi da relazioni di reciprocità, responsabilità e appartenenza. È una concezione che non considera gli animali semplicemente come risorse da studiare o popolazioni da gestire, ma come esseri con cui si condivide un mondo e verso i quali esistono responsabilità. Ed è proprio da questa relazione, più che dalla pretesa di governare la natura dall’esterno, che può nascere un diverso modo di intendere la conservazione come si è provato a sottolineare a Pescasseroli.