È l’alba, e sulle coste rocciose di San Cristobal, una delle principali isole dell’arcipelago delle Galápagos, i leoni marini adulti si preparano alla battuta di pesca mentre i cuccioli si dividono tra una poppata e un tuffo tra le onde che si infrangono sul molo. I turisti, arrivati in grandi gruppi negli ultimi giorni, aspettano in fila di salire sulla barca che li porterà a visitare una qualche caletta sperduta, carichi di aspettative per la possibilità di avvistare uno squalo martello comune, mentre sule dai piedi azzurri, pellicani e fregate maggiori osservano smaniose le reti che i pescatori stanno sistemando al sole.
Uno scenario apparentemente idilliaco che contribuisce a promuovere l’immagine delle isole Galápagos come arcipelago remoto caratterizzato da una natura primordiale. Fu proprio osservando la fauna unica dell’arcipelago che Charles Darwin sviluppò alcune delle intuizioni che avrebbero portato alla teoria dell’evoluzione. Oggi, però, le stesse specie che hanno contribuito a cambiare la nostra comprensione della vita sulla Terra stanno offrendo agli scienziati un’altra lezione: nessun ambiente, nemmeno il più protetto e remoto, è completamente isolato dall’impatto umano e i leoni marini delle Galápagos (Zalophus wollebaeki), specie endemica classificata come minacciata di estinzione, così come i delfini rosa dell’Amazzonia, stanno diventando veri e propri archivi biologici dell’inquinamento moderno.
Galápagos, un paradiso contaminato da plastica invisibile
Il leone marino delle Galápagos si è evoluto a partire da una piccola popolazione di leoni marini della California che, circa 2.3 milioni di anni fa, ha preso il largo e si è avventurato nella vastità dell’Oceano Pacifico. Un gruppo avrebbe raggiunto il Giappone, anche se oggi si ritiene che si sia estinto. Un altro avrebbe raggiunto le isole Galápagos, evolvendosi nel tempo in una nuova specie distinta ed endemica: il nostro Zalophus wollebaeki che, oggi, vive lungo le coste dell’arcipelago e dipende interamente dall’ecosistema marino circostante. Caccia pesci e cefalopodi, si riproduce sulle spiagge vulcaniche e trascorre gran parte della vita in un ambiente dove le correnti oceaniche possono trasportare materiali provenienti da aree molto lontane. Ed è proprio la sua posizione nella catena alimentare che lo rende particolarmente utile per comprendere quanto gli inquinanti riescano a propagarsi attraverso gli organismi marini.
Analizzando 180 campioni di feci raccolti in diverse colonie dell'arcipelago, gli studiosi hanno rilevato microplastiche nel 37% dei campioni esaminati. Complessivamente sono state identificate 81 particelle, costituite in larga parte da fibre sintetiche, che rappresentavano circa il 69% del totale. Le fibre di colore blu sono risultate le più frequenti, un dato che suggerisce un'origine legata soprattutto a tessuti sintetici, corde e reti da pesca. L'analisi ha inoltre permesso di identificare diversi tipi di polimeri, tra cui polipropilene (PP), polietilene (PE), policloruro di vinile (PVC) e copolimeri derivati da PP e PE, oltre a cellulosa modificata di origine antropica. Le concentrazioni più elevate sono state osservate nelle colonie dell'isola di San Cristóbal, in particolare nelle aree di El Malecón e Punta Pitt, dove la maggiore vicinanza alle attività umane potrebbe favorire l'accumulo di questi contaminanti.
Secondo i ricercatori, i leoni marini non ingeriscono direttamente la maggior parte delle microplastiche presenti nell'ambiente, ma le assumono principalmente attraverso la catena alimentare. Pesci e cefalopodi, che costituiscono la base della loro dieta, possono infatti ingerire a loro volta frammenti plastici dispersi nelle acque. In questo modo le microplastiche risalgono progressivamente i livelli trofici fino a raggiungere i grandi predatori marini e, in ultimo, l’essere umano che si nutre di questi e altri abitanti di mari ed oceani. A contribuire alla contaminazione sono sia le attività locali, come la pesca e gli scarichi contenenti fibre tessili, sia i rifiuti plastici trasportati dalle correnti oceaniche che raggiungono l'arcipelago da aree anche molto lontane.
Un ulteriore studio pubblicato nel 2026 ha confermato e ampliato questi risultati. Esaminando campioni provenienti da sei colonie distribuite in tre diverse bioregioni delle Galápagos, i ricercatori hanno riscontrato microplastiche nel 44% dei campioni analizzati. Anche in questo caso le fibre sintetiche rappresentano la tipologia predominante. Lo studio ha evidenziato inoltre che l'esposizione varia da una colonia all'altra e dipende dall'interazione tra diversi fattori, come le correnti marine, la presenza di attività antropiche e le abitudini alimentari degli animali, senza che emerga un'unica causa responsabile della contaminazione.
Nonostante a prima vista una fibra microscopica ritrovata negli escrementi di un animale marino possa sembrare un dettaglio marginale per la nostra esistenza e per il funzionamento del sistema Terra, la realtà è che questa descrive concretamente il funzionamento dell’inquinamento contemporaneo. Le microplastiche, particelle inferiori ai cinque millimetri, possono entrare nella rete alimentare attraverso piccoli organismi come il plancton e i pesci. Da lì possono risalire verso predatori più grandi, fino ai mammiferi marini. Nel caso dei leoni marini delle Galápagos, inoltre, la presenza di fibre e frammenti indica che la contaminazione non si limita alle aree costiere più urbanizzate, ma coinvolge anche regioni marine remote.
La plastica, però, non è l’unico elemento estraneo trovato negli organismi dell’arcipelago. Negli ultimi anni l’attenzione degli scienziati si è concentrata anche sui PFAS, un vasto gruppo di sostanze chimiche artificiali utilizzate in numerosi prodotti industriali grazie alla loro capacità di resistere al calore, all’acqua e ai grassi. Queste caratteristiche, che le hanno rese utili in svariate applicazioni industriali, sono anche il motivo per cui vengono spesso definite forever chemicals, cioè "sostanze chimiche eterne”: queste, infatti, una volta entrate a contatto con l’ambiente, possono rimanervi per periodi lunghissimi andando a contaminare l’ambiente e le persone anche molto dopo la loro dispersione.
A raccontare per la prima volta gli effetti della presenza dei PFAS nelle acque superficiali e nella fauna selvatica delle Galápagos è una ricerca pubblicata nel 2025. I ricercatori hanno analizzato campioni ambientali e plasma di diverse specie, compresi 14 leoni marini dell’arcipelago nei quali sono stati rilevati diversi composti PFAS a lunga catena, tra cui PFNA e PFOS che sono stati riscontrati in tutti gli esemplari analizzati, indicando una presenza diffusa di queste sostanze nell’ecosistema. Il dato più sorprendente è che la contaminazione, in questo caso specifico, riguarda un ambiente spesso percepito come lontano dalle grandi sorgenti industriali: le Galápagos, infatti, non ospitano grandi complessi manifatturieri né aree densamente urbanizzate paragonabili alle coste continentali, ma questo non impedisce agli inquinanti persistenti di arrivare attraverso correnti marine, trasporto atmosferico e movimenti della fauna.
I delfini di fiume nell’Amazzonia inquinata
A migliaia di chilometri di distanza dal remoto arcipelago delle Galápagos, un altro animale, simbolo dei grandi fiumi amazzonici e protagonista da secoli di miti e leggende delle popolazioni native, sta accumulando nei propri tessuti un metallo pesante di colore bianco-argenteo usato per estrarre l’oro laddove la foresta viene invasa dall’attività mineraria. Nelle aree dove l’estrazione artigianale e illegale è aumentata, infatti, il delfino rosa (Inia geoffrensis), sta accumulando mercurio nei tessuti, trasformandosi in sentinella involontaria della contaminazione della catena alimentare.
A differenza dei delfini oceanici, infatti, Inia geoffrensis vive esclusivamente negli ambienti fluviali e si nutre di numerose specie di pesci. La sua posizione ecologica lo rende un indicatore privilegiato della contaminazione dei fiumi: ciò che si trova nel suo organismo è il risultato di ciò che è accaduto lungo tutta la catena alimentare precedente.
Per capire meglio la portata del problema, basta leggere i dati pubblicati da uno studio del 2019 relativo ai campioni di tessuto muscolare di 46 delfini provenienti da Colombia, Brasile e Bolivia. Le analisi hanno evidenziato una notevole variabilità nelle concentrazioni di mercurio totale tra i diversi individui, con valori che in alcuni esemplari hanno raggiunto fino a 3,99 mg/kg di peso umido. La ricerca, inoltre, ha permesso agli scienziati di confermare che la contaminazione da mercurio non riguarda solo aree isolate, ma è ormai presente in popolazioni distribuite in gran parte dei bacini amazzonico (Brasile, Perù, Colombia, Bolivia, Venezuela, Ecuador, Guyana e Suriname) e orinocense (tra Venezuela e Colombia), dimostrando l'ampia diffusione del fenomeno.
Indagini successive hanno fornito ulteriori prove della presenza del contaminante nei tessuti dei delfini. Uno studio condotto nel bacino del fiume Madeira (che scorre attraverso Bolivia e Brasile, con un bacino che lambisce anche il Perù) ha esaminato 88 campioni di pelle e grasso sottocutaneo prelevati da delfini vivi, rilevando anche la presenza di metilmercurio, la forma più tossica e pericolosa del mercurio. La particolare vulnerabilità del delfino rosa a questa sostanza è legata al suo ruolo di predatore apicale e si deve ad un processo noto come biomagnificazione che fa sì che le concentrazioni del contaminante aumentino progressivamente negli organismi che occupano i livelli più alti della catena alimentare. Per questa ragione, il livello di mercurio rilevato nei delfini rappresenta un indicatore prezioso dello stato di salute dell'intero ecosistema fluviale amazzonico e la sua diffusione conferma l'esistenza di un'esposizione cronica legata proprio all'alimentazione con quantitativi maggiori negli individui che occupano posizioni trofiche più elevate e alcune variazioni in base al sesso degli animali e alle aree di alimentazione frequentate. Una situazione che sembra destinata a peggiorare a causa delle sempre più frequenti, lunghe e drammatiche siccità che contribuiscono a modificare la disponibilità delle prede e alterare la dinamica del mercurio all'interno dell'ecosistema.
Una lunga serie di effetti a cascata
Nonostante gli effetti a lungo termine sulla salute degli animali siano ancora oggetto di studio, il mercurio è oggi universalmente riconosciuto come una sostanza altamente neurotossica, in grado di interferire con il sistema nervoso, la funzione immunitaria e i processi riproduttivi nei mammiferi e sebbene non sia ancora possibile individuarlo come causa diretta di mortalità dei delfini amazzonici, gli scienziati sono ormai convinti che la contaminazione da questa sostanza sia una minaccia ulteriore che va ad aggiungersi ad altre pressioni già presenti, come la perdita di habitat, la pesca e i cambiamenti climatici.
Il problema, inoltre, non riguarda soltanto gli animali selvatici visto che, ad oggi, il bacino amazzonico è abitato da circa 48 milioni di persone che dipendono dalle risorse fluviali come fonte primaria di nutrimento. Quando il mercurio entra nei pesci consumati dalle comunità locali, la contaminazione passa dal fiume alle popolazioni umane rendendo il destino dei delfini rosa intrinsecamente legato a da quello delle persone che vivono lungo le rive dei grandi corsi d’acqua tropicali.
La fauna selvatica e la crisi ambientale
Se per molto tempo, infatti, l’inquinamento è stato misurato soprattutto analizzando acqua, aria e suolo, oggi gli scienziati guardano anche agli animali come registri viventi di ciò che accade attorno a loro e dell’impatto che noi esseri umani abbiamo sul Pianeta: un solo campione biologico può raccontare mesi o anni di esposizione, mostrando la presenza di sostanze che altrimenti sarebbero difficili da individuare. In questo processo, i grandi predatori sono fondamentali perché si trovano alla fine della catena alimentare e tendono ad accumulare concentrazioni maggiori di contaminanti.
Ecco, dunque, che il leone marino delle Galápagos e il delfino rosa di fiume, pur appartenendo a regioni del Pianeta estremamente diverse, svolgono una funzione simile: attraverso il loro corpo ci invitano a leggere le conseguenze delle nostre azioni su tutto ciò che vive sotto la superficie dell’oceano e nelle profondità dei fiumi. La loro vita è un monito non ignorabile di come proteggere la biodiversità non significa soltanto creare aree protette o salvaguardare specie rare ma affrontare le cause globali dell’inquinamento riducendo, tra le varie, il consumo e la conseguente dispersione di plastica, controllando l’uso di sostanze chimiche persistenti, evitando l’acquisto di oggetti provenienti da regioni senza un controllo chiaro della filiera di produzione e impedendo che attività economiche non sostenibili compromettano gli ecosistemi da cui dipendono anche le comunità umane.