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Biodiversità

La crisi del clima mette a rischio la noce brasiliana (e l’economia dei popoli amazzonici)

La noce brasiliana (foto: Valeria Barbi)
La noce brasiliana (foto: Valeria Barbi) 

La raccolta, simbolo di bioeconomia, sta subendo una riduzione drammatica così come il suo habitat attuale. Le conseguenze sono gravi perché per noi è da sempre la principale fonte di reddito” dice Aluísio Barroso do Nascimiento

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Per decenni, la noce brasiliana, prodotta dall’albero Bertholletia excelsa, è stata il principale prodotto forestale non legnoso proveniente dalla foresta Amazzonica, simbolo di un estrattivismo non nocivo capace di sostenere le economie locali mantenendo intatto l’ecosistema da cui dipende. Oggi, però, questo equilibrio - spesso citato come modello di bioeconomia - si trova sotto pressione crescente a causa della crisi climatica e di trasformazioni ambientali che ne mettono in discussione la stabilità. L’aumento delle temperature medie, le alterazioni nei regimi delle precipitazioni e la crescente frequenza di eventi estremi, come siccità prolungate o piogge fuori stagione, stanno infatti influenzando sia la quantità sia la qualità dei raccolti, favorendo ad esempio lo sviluppo di funghi e contaminanti, con effetti che si accumulano nel tempo, dato che il ciclo di maturazione dei frutti può durare più di un anno.

Aluísio Barroso do Nascimento (foto: Valeria Barbi)
Aluísio Barroso do Nascimento (foto: Valeria Barbi) 

In alcune aree dell’Amazzonia, osservazioni sul campo indicano una riduzione drammatica della produttività che, durante le siccità del 2023 e del 2025 ha portato ad una perdita dell’80% del raccolto, mentre i modelli climatici relativi agli scenari ad alta concentrazione di gas ad effetto serra - quelli che, per intenderci, descrivono un futuro in cui le emissioni continueranno a crescere senza forti politiche di mitigazione, portando ad un aumento drastico del riscaldamento globale - suggeriscono che, entro la fine del secolo, l’habitat attuale potrebbe ridursi di circa il 94% cancellando quasi completamente le aree idonee alla specie. Un fattore, quest’ultimo, per nulla trascurabile visto che la noce brasiliana è, secondo l’Amazon Nut Observatory (OCA), l’unica coltura commercializzata su scala mondiale che viene ancora raccolta esclusivamente allo stato selvatico e che non può essere né addomesticata né trasferita facilmente in sistemi agricoli intensivi.

Questo perché la sua sopravvivenza dipende da una rete ecologica complessa, fatta di foresta primaria intatta, cicli di pioggia regolari e impollinatori altamente specializzati, come alcune grandi api amazzoniche senza le quali la fioritura non si traduce in fruttificazione. Inoltre, nonostante Bertholletia excelsa sia una specie piuttosto longeva e si conoscano alberi che hanno più di 800 anni d’età, questi ultimi impiegano oltre un decennio per diventare produttivi e rispondono in modo estremamente sensibile a variazioni minime delle condizioni ambientali, rendendo la produzione instabile e il prodotto finale sensibile a marcate fluttuazioni di prezzo. A rendere ancora più delicata la situazione è il fatto che la raccolta dipende quasi interamente dal lavoro di comunità locali e raccoglitori agro-estrattivisti, spesso chiamati castanheiros, che percorrono chilometri nella foresta per raccogliere i frutti caduti spontaneamente dagli alberi, in un ciclo che segue i ritmi naturali dell’ecosistema come spiega Aluísio Barroso do Nascimento, presidente della cooperativa CoopXixuaú e abitante dell’omonimo villaggio di rivieraschi adagiato sul Fiume Jauaperi, un affluente del Rio Negro, a circa 400 chilometri di navigazione da Manaus.

“Ogni anno, qui, fa sempre più caldo e le persone sono consapevoli che se gli alberi di castanha - come viene chiamata la noce brasiliana - non producono più frutti, la colpa è della crisi climatica. Le conseguenze sono gravi perché per noi è da sempre la principale fonte di reddito”, afferma sorridendo senza staccare gli occhi da un grosso maschio di scimmia urlatrice che penzola dal ramo di un albero poco distante. Nonostante la situazione sia allarmante, secondo i dati dell’IBGE, l’istituto brasiliano di geografia e statistica, nel 2022 la regione amazzonica del Brasile ha prodotto 38.169 tonnellate di noci l’anno. Di questa quantità, circa il 45% è destinato ai mercati internazionali, mentre il restante 55% alimenta il consumo interno.

(foto: Valeria Barbi)
(foto: Valeria Barbi) 

Tuttavia, in un contesto in cui le pressioni aumentano costantemente e in cui il tipping point - ossia la soglia critica oltre la quale ampie regioni di foresta pluviale si trasformeranno in ecosistemi degradati simili ad una savana arida - è sempre più vicino, la noce continua ad essere un esempio concreto di come sarebbe possibile coniugare economia, conservazione e conoscenze tradizionali, preservando la natura senza rinunciare alla produttività. Resta, però, una domanda aperta: quanto può resistere un sistema bio-economico fondato su una specie che non può esistere al di fuori della foresta intatta?